Quasi ti perdoniamo anche che tu non venga in Italia (non è vero)

Ho amiche che rincorreranno Pearl Jam e Eddie Vedder almeno in tre paesi europei. Perché ok, questo è l’anno in cui finalmente calano i Pulp in Italia e forse Morrissey ce la fa a non paccare il tour, ma PJ ed Eddie no.

Poi Eddie oltre che bello e carismatico è anche bravo. Non solo il dischetto con l’ukulele, ma fa uscire anche singoli a fine caritatevole come questo sopra. Un pezzone, scritto per  Every Mother Counts 2012 e che sarà venduto negli Starbucks (!) del Nordamerica in una compila con altri inediti di gente come Beck, Paul Simon, Coldplay, e Patti Smith.

“Skipping” sembra che sia stata scritta tenendo in mente la sua figlioletta Olivia, 6 anni, che fa anche un cameo nelle parti iniziali della canzone.

Insomma: se non vi sciogliete almeno un po’ siete degli stronzi. Lasciatevelo dire.

Ci sono giorni che boh.

Giorni che come questo vedi che il mondo non è come dici tu. Ma non puoi dirti un perseguitato o uno contro cui il mondo non va a pennello sulle tue spalle.

No, è uno di quei giorni in cui capisci che devi in qualche modo galleggiare, in qualche modo stringere i denti anche se è il tuo nono chilometro e tu dei arrivare a dieci ma non ce la fai più di fiato e i polpacci bruciano. No, tu devi tenere botta. Perché? Perché è il gioco della vita. Se tu devi vivere, e se non puoi fare altro che vivere, devi fare così. Il resto è peggio. Gli altri stanno peggio, ma fingono che vada tutto ok. E te? Te ti sforzi. Anche se non lo accetti. Perché, perché deve essere così contro di te. Contro tutto quello che ti figuri.

Giorni in cui benedici il vino, anche se quello rosso quanto pare non vada più giù.

Non è proprio come mettersi apposto il cortile di casa, eh, Orbàn.

IMG_1485Ciao amici, ho visto che molti di voi (?) oggi (!) [in realtà non è oggioggi, questo post è schedulato da qualche giorno. Ormai ho preso questa china] sono arrivati linkando codesto post mi è sovvenuta l’idea che non vi ho ancora parlato di questa cosa.

(mioddio, sta diventando una risorsa sull’Ungheria, perdonatemi)

Recap: Attila József (la sapete la cosa del prima cognome e poi nome à la pannonica, no?) era uno dei più grandi poeti ungheresi. Non se ne parla molto in italiano, come invece invece abbiamo buone cose di Sándor Márai. Ma potete recuperare i suoi versi in inglese, e sono molto pregiati. Ad esempio questa è una sua prima stanza di un poema tradotta: Continue reading “Non è proprio come mettersi apposto il cortile di casa, eh, Orbàn.”

Avere Casa Cervi vicino casa.

A volte mi chiedo, come succede quando ci sono scadenze o celebrazioni, se la mia generazione -troppo occupata a segarsi i neuroni- sarebbe stata capace di fare cose come la Resistenza.

[la risposta, basandomi sui comportamenti à la twitter dell’armiamoci-partite-ma-notatemi-e-volemose-bene, stronza! direi che è no.]

Ché la mia parte intollerante vi stripperebbe tutti.

Anch’io so essere intollerante cosa credete. Così per me un pugno in un occhio o addirittura in un orecchio può assumere connotati entusiasmanti ed avere interpreti sorprendenti. Però non allarmatevi, sono solo momenti, poi passano subito. E’ solo che all’improvviso mi arriva quel pugno.

E il bello è che mi arriva anche per delle stupidaggini. Non è che poi io ne vada orgogliosa, anche il titolo magari è esagerato.

Però ecco di cosa si nutre stranamente la mia intolleranza: gli occhiali da sole quando non c’è il sole, il berretto di lana quando non c’è freddo, la jeep o uno di quegli enormi SUV a spasso per la città, la Jaguar rossa Ferrari, le lucine blu montate alla base del parabrezza, il tizio con la macchina davanti a me che butta dal finestrino un pacchetto di sigarette o una lattina o un qualunque altro oggetto che non lascerebbe cadere dentro casa sua, l’impossibilità di raggiungerlo per svuotare il cassonetto della spazzatura dentro la sua macchina, il tizio con la macchina dietro di me che mi lampeggia freneticamente perché vuole sorpassare mentre sto sorpassando, il tizio con il motoscafo che mi viene a dieci metri dalla costa mentre mi sto tuffando, il telefonino appeso al collo, l’ultima incredibile suoneria multifonica, le k dentro gli sms, cmq al posto di comunque, lui e lei che indossano lo stesso casco a bordo della moto, lui e lei che per farla completa indossano anche lo stesso giubbotto, il maglioncino di cashmere sulle spalle, la maglietta vintage con la stampa di Topolino anni ’50, tutto il vintage che si vede che l’hanno prodotto l’altro ieri, la moda delle magliette con la scritta Brasil o con quelle degli altri dei paesi, i braccialetti d’oro, le collanine d’oro, le collanine d’oro che affondano dentro i peli del petto, la golf abarth a tutta velocità che pompa unz unz, la paletta rossa che mi si para improvvisamente davanti, il sabato sera televisivo, la domenica pomeriggio televisiva, canale 5 in mano alla De Filippi e a Maurizio Costanzo, le fiction, le pubblicità delle fiction, le pubblicità di Mc Donald’s, le pubblicità di Mc Donald’s e Disney insieme, l’esistenza stessa di Mc Donald’s e Disney, i cd graffiati, i cd senza custodia, i cd dentro altre custodie, la voce di chi mi ha detto “non bere altrimenti ti parte il fegato”, la voce nel campo delle alte frequenze di certe ragazze, la voce di chi mi ha detto che in quel locale non si pogava mentre c’era Smells like teen spirit a tutto volume, la voce di Courtney Love mentre legge la lettera di addio di Kurt Cobain, la voce di chi mi ha detto “ma come puoi pensare che Courtney c’entri qualcosa?” la voce di chi mi ha detto “ma perché ce l’avete tutti con Berlusconi?”

Courtney.

Non dovrei leggere le newsletter mandate dalle stazioni radio di musica. No.

Agente/Reagente

Prendete due individui di sesso opposto e uniteli in una relazione sentimentale di una durata indefinita ma almeno superiore a un anno.

Dopo di che divideteli per sopraggiunte incomprensioni e lasciateli macerare a una distanza socialmente equa (né troppo vicini da continuare a finire sistematicamente a letto insieme, né troppo lontani da dimenticare l’uno il nome dell’altra). Se le suddette operazioni saranno portate a compimento nel modo corretto, e considerando la naturale diversità degli esseri viventi, il risultato dovrebbe essere l’avere uno dei due individui che si arrovella il cervello sull’eventualità di intraprendere nuovamente la relazione e l’altro che antepone alla suddetta ipotesi una serie di attività più o meno edificanti, dall’affogarsi nell’alcool ogni sera in giro con gli amici al riallacciare rapporti con persone consegnate all’oblio da tempo immemore ma che magicamente si trasformano in compagnie preziose per affogarsi nell’alcool in giro ogni sera oltre che in alternative più che valide alla frequentazione con il primo individuo.

Per un perverso gioco di forze, che sulla medesima linea ideale che unisce i due soggetti chiameremo “attrazione fisica” in una direzione e “pietà” nella direzione contraria, le entità interagenti si troveranno prima o poi costrette ad affrontare un’annosa questione: i terzi. Intendendo con questa parola tutte quelle persone, cose o animali che, dalla fine del rapporto in questione, sono finite nel letto di uno o dell’altro soggetto. Il problema dei terzi in una relazione affettivo-sessuale che ambisce – almeno da una parte – a ricominciare è simile per portata distruttiva a quello della fame del mondo o di uno tsunami. O le due cose insieme: uno tsunami di appetito in grado di sommergere un continente intero, affamandolo in modo drammatico. La visione dei terzi è tuttavia soggetta a punti di vista molto differenti. Continue reading “Agente/Reagente”

Questo non ve l'ho pubblicato a Pasqua perché già avevo in mentre quello di Pasquetta.

Niente: a me la Pasqua, non so perché, mi spinge all’indagine religiosa. Soprattutto dopo la ficcante analisi che mi ha fulminato e permesso (eh?) di smascherare l’inutilità della Pasquetta. Così, fuori stagione come le colombe avanzate ma vendute al ribasso, ho deciso anche di fare luce su un tema altrettanto scottante, che i media ignorano forse per paura di ritorsioni. Sì, perché, mentre la stragrande maggioranza delle feste cattoliche verte sulla figura di Cristo o della Madonna, si viene a scoprire che gli italiani riservano la loro devozione a delle figure più di nicchia, a personaggi che si tengono lontani dai riflettori della ribalta e che finiscono per essere i veri punti di riferimento del credente: i santi patroni. A fine 2007, viene pubblicato questo sondaggio che svela come “il 70% dei credenti invoca l’aiuto di un santo. Di questi, il 31% si è rivolto a Padre Pio, il 25% a Sant’Antonio, il 9% alla Madonna. Seguono col 7% San Francesco, col 4% Santa Rita e San Giuseppe, col 2% Gesù, con l’1% San Gennaro, San Rocco, Madre Teresa di Calcutta, Sant’Agata e San Gerardo”.

Be’, spunti di discussione ce ne sono a secchiate. Primo fra tutti: solo il 2% invoca Gesù. Su due piedi sembrerebbe un grosso gesto di ingratitudine da parte del fedele. A voler essere buoni vi si potrebbe leggere una forma di rispetto puro, della serie “è già così incasinato che non è il caso che mi ci metta pure io con le mie richieste”. Ma, a voler fare i maliziosi, si potrebbe pure pensare che “Gesù c’ha già le richieste di mezzo mondo, magari se mi rivolgo a un santo che non si fila nessuno è meglio”. Tipo le ragazze che al concerto dei Duran Duran andavano con gli striscioni per Andy Taylor, credendo di avere più possibilità di sposarlo di quella folla di cretine che si scannavano per Simon Le Bon e Nick Rhodes. Altra considerazione: Gesù viene superato dal padre, cui, a parte la storia del Presepe, nella Bibbia viene riservato un ruolo marginale. Prima o poi Quentin Tarantino gli dedicherà uno spin off per dare la giusta dignità alla sua figura. Così come stupisce che San Gennaro, autentico mito, abbia le stesse invocazioni di San Rocco e San Gerardo, bravi ma meno appariscenti. Nessuna di queste considerazioni, però, è inerente alla nostra analisi. Il dato che ci interessa, infatti, è capire quante di queste invocazioni arrivino – come dire – per stima personale e professionale e quante, invece, per il ruolo di patrono rivestito dal santo in questione. Incrociamo i dati:

“i patroni di grandi città come San Marco per Venezia, Sant’Ambrogio per Milano e San Gennaro per Napoli, sono invocati mediamente dall’80%” dei credenti di quelle zone, “con una punta del 96% nel caso del protettore dei partenopei”. Il che, in primo luogo, lascia perplessi sull’1% portato a casa da San Gennaro su scala nazionale e, in seconda battuta, fa capire che quello del santo patrono è un ruolo scomodo, se vogliamo, ma gratificante. E veniamo così alla domanda fondamentale: come vengono gestiti i santi patroni?

Chi li sceglie? Che poteri hanno? Hanno un co.co.pro. o un contratto a tempo indeterminato? Cerchiamo di capire:

“Fino al Decretum super electione sanctorum in patronos di papa Urbano VIII (23 marzo 1630) la scelta dei santi patroni dei luoghi era operata indistintamente dalla Chiesa e dalle istituzioni civili, talvolta eleggendosi al patronato finanche i santi non canonizzati. Col decreto il pontefice pose fine agli arbitri fino ad allora perpetrati ed impose regole severe per l’elezione dei santi tutori, rendendo obbligatoria l’approvazione pontificia e imponendo un iter che prevedeva il voto ufficiale dell’ordinario diocesano, del clero secolare, di quello regolare e della popolazione del luogo interessato dal patrocinio, per poi trasmettersi l’incartamento alla Congregazione dei Riti per una meticolosa analisi dello stesso”. (fonte: Wikipedia)

Poi Paolo VI cambiò un po’ le regole, ma fece salvo il principio fondamentale: la scelta spetta al popolo. Ora, questa cosa qui può essere vista anche come una forma di democrazia. In realtà è un grande bluff perché costringe i credenti a prendersi il primo santo patrono proposto. Mi spiego: se io mi rivolgo a un santo per una grazia, probabilmente faccio anche di tutto per rigare dritto e non farlo incazzare. Mi spiego. Metti che si fa questa votazione per avere San Valentino patrono di Frosinone. Io, credente ciociaro, sono contrario alla designazione, ma in giro sento che l’opinione pubblica è favorevole. Che faccio? Metti che voto contro e poi questo diventa patrono… Poi con i santi manco puoi dire che il voto è segreto. Quindi o corri il rischio di avere un santo patrono che non accoglierà mai le tue richieste o fai buon viso a cattivo gioco e fingi che non avresti mai potuto nemmeno immaginare un patrono differente.

Allo stesso modo, che si fa quando un santo patrono non svolge al meglio il proprio ruolo? Visto che l’ultima parola spetta alla gente, si potrebbe ipotizzare una raccolta firme per la candidatura di un nuovo patrono. E poi chi ha le palle di andare a consegnare al Vaticano la richiesta di una nuova consultazione? Senza considerare che, se per un motivo qualsiasi il referendum fallisce, chi se lo tiene un patrono che ormai ha preso atto della distanza del suo elettorato?

Ragion per cui, il santo patrono sembra essere una figura abbastanza specifica e duratura nel tempo, per non dire immutabile. Va detto, però, che sulla specificità i credenti hanno abusato di una falla normativa. Perché, diciamolo, i comuni del mondo sono miliardi e i santi molti di meno. Per cui finisce che il santo che reputi migliore se l’è già preso qualche altra città. Ora: se San Giacomo veglia tanto su Santiago del Cile quanto su Santiago de Compostela non c’è problema, visti i chilometri che separano le due realtà. Ma se a Foggia volessero San Nicola patrono, Bari farebbe barricate. Nel senso: nella piccola Italia è difficile scegliere un santo che sia già di un’altra città. Ecco allora l’escamotage. Emblematico il caso della Madonna. Difficile dire chi l’abbia scelta per primo, fatto sta che tutti gli altri, pur di averla come patrono, ne hanno declinato l’iconografia nei modi più vari: Addolorata, del Carmine, dell’Assunta, del Rosario, degli Angeli, del Carmelo, Immacolata, dei Sette veli, della Visitazione, del Fuoco e così via. Di fatto a ogni singolo aspetto della Vergine è stata riconosciuta una specificità. Per fare un esempio più terreno: Barbie rock star e Barbie istruttrice di aerobica sono la stessa persona ma vengono vendute come se fossero due personaggi diversi. Per cui non è improbabile che Monza possa scegliere come patrono Sant’Ambrogio della Bandiera a scacchi o che Siena possa ambire a San Giovanni di Cinta senese.

In conclusione: la metafora politica sembra calzante. Stesse facce nel lungo periodo e piccoli escamotage per rilanciare volti noti. Senza contare che, dove c’è troppa gente a decidere, si fa sempre il caos: L’Aquila ha quattro santi patroni (San Massimo, Sant’Equizio, San Pietro Celestino, San Bernardino da Siena). E non faccio battute sulla sfiga avuta lì e il conseguente numero di patroni. Grazie.

Paperetto.

Per grazia e leggerezza il cigno non può che contrapporsi alla scimmia, per bellezza ed eleganza non può che trovarsi su un piano diverso e più elevato.
Il cigno è un essere strano e misterioso, ha uno sguardo che può rapirti e può distrarti, uno sguardo che può pericolosamente farti andare fuori rotta. Il cigno è consapevole di essere al centro dell’attenzione e di destare interesse, è perfettamente a conoscenza di esercitare un magnetismo quasi soprannaturale. Non sembra curarsi della sua vanità, lascia anzi che quest’ultima venga perdonata come un peccato veniale e sorride compiacendosi dell’attrazione che esercita su coloro che si soffermano ad ammirare le sue movenze leggiadre.
Il cigno ha un lago tutto per sé, un lago che rappresenta indubbiamente il suo territorio, questo lago però non è inviolabile, non è affatto un luogo esclusivo e riservato. Il cigno infatti ti fa accedere e ti fa avvicinare, volge i suoi occhi verdi verso di te e ti attira. Tu ti muovi lentamente dentro il suo habitat cercando di dissolvere la nebbia sottile che lambisce il pelo dell’acqua. Devi fare molta attenzione però, il lago non è molto profondo, tuttavia al centro c’è come un fossa, uno strapiombo vertiginoso e sconosciuto.

Il cigno ama muoversi proprio al centro del suo lago, ama manifestare continuamente il suo etereo splendore, ama mostrarsi incurante di tutto ciò che accade al di fuori di questo posto senza tempo. Tu ti accorgi di quella fossa facendo un passo un po’ più lungo, commetti un errore non voluto, un errore concepito esclusivamente dal tuo istinto. Allora torni indietro e cerchi di comprendere la morfologia del lago, cerchi di capirne i segreti esplorandolo in più punti. Soprattutto cerchi di valutare la profondità di quella fossa ed allo stesso tempo tenti di isolarti dal magnetismo del cigno. Ti isoli ma non lo perdi di vista. Capisci che in certe situazioni dovresti recuperare un po’ della tua razionalità, quella razionalità che non andava bene alla scimmia.

Almeno una volta morivano di overdose e finiva lì.

Chris Urbanovicz live at Italiawave livornoVoiquarantaqualcosa che leggete costì e pensate di essere ancora giovani (fatevelo dire: è quella fase che per la medicina ci farà entrare ad essere tutti giovanili, ma non giovani. Il vostro patrimonio riproduttivo in questa fase è buono per il breakfast, cucinato con dell’ottima sugna da nocarb ritrovata nelle vostre arterie, ma è il ciclo della vita) non capite il dramma di noi-non-ancora-trenta che abbiamo già ‘sti cazzi attorno.

Sapete lì: una volta si impiccavano in cucina, si sparavano in testa perché le pasticchette da bipolare non tenevan botta o facevano una nuotata e sparivano così nel fango. No, adesso anche se hanno una morte maledetta è perché l’alcool, dopo essersi prosciugata il tavernello, il ronco, la grappa del lidl, il rosso antico che era nella vetrinetta della nonna dal 1977, l’alcool quello lì ultimo le aveva fatto male essendosi re-habbata.

Capisci?

Il nostro trauma è un altro:  il nostro trauma sono i gruppi che si sciolgono o i componenti che escono dal gruppo (e poi gli scrittori ci fanno libri)

Ma se io scrivo “Chris Urbanowicz è uscito dal gruppo” avrei molto meno successo, sia per le mie doti, sia perché ultimamente scrivo così tanto che non ho più un cazzo da scrivere, sia perché il cognome polacco butta un po’ peggio.

Il fatto è uno, se seguite questo blog da O MIO DIO LUNEDI SONO BEN OTTO ANNI: gli Editors è una delle band che seguo dall’inizio. Ci sono dei post con “ehi, dategli un orecchio a questi”. Il fatto è che la prima volta che sentii Munich (mh, mi prende male vedere quanti anni fa) mi piacque quel riff di chitarra dell’Urbanowicz e quella voce baritonale della madonna di Smith. Poi il secondo cd mi ha fatto compagnia mentre stavo male. Mi ci sono proprio aggrappata sopra, a An End has a Start. Ma di brutto. E millemila ricordi personali che tu associ alla musica dandogli delle finalità escapologiche che non ha.

La notizia in soldoni

In a decision entirely based upon future musical direction, and with huge sadness, Editors and Chris Urbanowicz have parted ways.
In ten years we’ve gone from playing tiny clubs in Birmingham to having number one records in several countries, selling out massive shows across the globe and headlining festivals as four friends together so this was a massively painful decision for all of us to make.
We wish Chris the best of luck in his future endeavours, and expect you all to do the same. The parting is amicable and however sad things are right now we all hope we’ll continue to be friends for many years to come.
From Editors side Tom , Russ and Ed are continuing to work on album four with Flood and play festival shows at Rock Werchter and Arras in June. They are super excited about working with the core of the band as a three piece and trying to introduce new elements to Editors sound.
Chris is going to take a little time to think about his future direction.

[Editors official]

Chris non sbaglia a uscire: con la produzione di Flood e l’ultimo disco (io non ho pensato fosse brutto, forse perché Papillon l’ascoltai pre-disco a Ferrara) il suono da guitar-band-interpolliana era andato scemando verso una china più depechemodiana. Ma quindi? Quindi boh. Non riesco a pensare. Da fan mi sento giù, ma né delusa né disperata circa il futuro. E quindi? Non saprei. C’è questo circolo di domande che mi faccio dal 24 ore e a cui non do una risposta. Diciamo che è una sensazione frustrante ed è quello, il nocciolo.

Io però adesso vado a piangere come farà quest’uomo qui che già viveva intensamente la tuailaitiana Nosoundbutthewind.

Puttana eva.