Attaccarsi.

Portiereuniversitario: "Lei, dove sta andando con quel coso?"
LavoratriceFran: "Ehm, salve, mi han detto di attaccarlo qua…"
Portiereuniversitario: "…"
LavoratriceFran: "Eh, guardi, è un lavoro difficile…"
Portiereuniversitario: "…"
LavoratriceFran: "…tutti gli anni poi me lo ingrossano"
Portiereuniversitario: "Ma infatti cosa ci dovrei fare con quel coso lì?"

[Fran guarda il manifesto 1 metro per un metro e guarda il portinaio universitario]

LavoratriceFran: "Secondo me ci sono diversi usi. Anche alternativi. Innanzitutto secondo me è una comoda teca per caccole, poi secondo me lo potrebbe anche rivendere come plaid ai barboni… mmm, oppure se ha da traslocar…"
Portiereuniversitario: "Lo attacchi, su."

Mo-mo-motus.

Mamma mia, ora che ci penso.
Forse alcuni di voi giovini abitanti la costa tirrenica o le vicinanze si ricorderanno che fino all’avvento del digitale terrestre nei canali analogici si prendeva quella che una volta era formalmente chiamata "Antenne2" e poi dalla seconda parte degli anni novanta "France2", ossia il primo canale della televisione di stato Francese.
Io mi sento un po’ come gli albanesi, che quando arrivavano anni va al di qua dell’adriatico dicevano di aver imparato la lingua via televisione, e che vedevano che da noi era tutto bello, lindo, pulito, caruccio e costosamente confortevole.
Thierry Beccaro
Ora però vi dirò una cosa, vedete sta specie di Alfonso Signorini francese qui accanto? Ecco, egli è un po’ il Mike d’oltralpe, se ci pensiamo per stasi televisiva visto che io andavo alle elementari e il signor Thierry Beccaro già conduceva alla telè francese.
E guardando giustappunto nel sito di France2 vado a notare che il programma che mi scandiva le mattinate influenzali a letto è ancora in programmazione.
Tal programma si chiama Motus.
Il giochino è assai semplice, e lo potete trovare in un simpatico programmillo giusto qui.
In pratica consta nell’indovinare parole di cinque lettere, come in una sorta di gioco dell’impiccato. Ora potete ridere mentre vi confesso che buona parte della mia conoscenza del francese deriva da tutto ciò. Sì, pensate voi che non l’ho mai studiato seriamente ma lo parlo abbastanza correttamente. Checculo.
Una migliore spiegazione del gioco la trovate qua in lingua transalpina. Loro ci vedono tante rassomiglianze, per me è l’impiccato in versione pro.
Detto tutto ciò arriviamo a dire che comunque la televisione francese l’è un po’ triste.
L’unico programma che mi piaceva [cazzo, anche questo esiste ancora] era Tout le monde en parle. Più che programma direi una tonnara di persone il sabato sera in seconda serata. Però non era male, non so perché ma ridevo. Mah.

Trovalavoro.

Bene, cari i miei amici laureati in materie letterarie. Lo so che per lavorare vi schifano un po’ come quando gli studenti di medicina ricercano lavoro. Lo so perché ad ogni colloquio siamo io e voi a essere cacciati o col sorriso sulle labbra o con un calcio nel culo con le migliori risposte di respinta. Io vi do una ideuzza, che possiamo sviluppare assieme.

I libri di medicina, oltre ad essere brutti ed esosi, sono barbaramente tradotti con babelfish dall’inglese.

Così me ne accorsi leggendo il Robbins -non l’ermafrodita- di Patologia in versione inglese, sapendo a memoria il corrispondente italiano. Tanto che molte parole sono state tradotte in angloitaliano, fastidiosissimo, oppure lasciate proprio in inglese col solito deterrente che essendo lingua scientifica è giusto così.

Ma il problema è quando mi traduci paro paro affermazioni che in inglese suonano bene, ma in italiano sono frasi in accezione negativa che correlate alla materia medica o scientifica diventano qualcosa di fortemente impicciato che ogni casalinga la sera potrebbe usare per farsi venire il mal di testa e respingere così gli obblighi matrimoniali.

Ma facciamo un esempio, non medico, per farvi capire di cosa stiamo parlando. Prendiamo una semplice frase di sicura comprensione:

"Il gatto sta sulla stufa, perché fa freddo."

In medichese libresco ne uscirebbe più o meno come:

"Reco con me una simpatica bestiola della famiglia dei felidi. Il mio gatto, Felix, di norma in casa si accuccia in zone tranquille e morbidose. Ora lo stavo cercando e non è né sul divano, né sul letto. Oh, grazioso bricconcello… vuoi vedere che siccome non gli ho rivolto le solite amorevoli cure il poverino soffrendo le basse temperature che in codesti giorni hanno colpito la penisola si sia mollemente adagiato sulla ceramica che circonda la stufa di casa?"

Insomma, cioè, vabbé che mi fai pagare 200 euro un libro… ma non lo so, piuttosto mettimici un gadget accanto… non arrampicarti in frasi che neppure te alla correzione comprendi.

Quindi, simpatici amici, vediamo di mettere su un business e cerchiamo di rendere ‘sti libri perlomeno capibili. Non si chiede molto… Almeno ad arrivare a capire che il gatto potrebbe cuocersi, povero.

Trittico ettrAè.

Che bello, sta diventando una telenovela.
Meno male che si finisce, perché qui non si è abili ai colpi di scena. Piuttosto se si omette qualcosa è perché la memoria è simile a quella di Nicola Arigliano, o di Raoul Casadei -mi dicono dalla regia-.

Poi magari scrivo ‘sti post, vi cala la pennica e non mi votate più agli sglapsawards.
Dicevamo, il pomeriggio del giorno del mio diciottesimo compleanno l’ho passato lavorando. Ah, sì, anche la mattina. Ma quella ve l’ho bell’e raccontata e insomma, vabbè che ripetere giova… ma dopo l’orchite giova meno, ed ecco… magari non mi avete ancora votato e dopo non lo fate più per saturazione. Ecco.

Però eravamo rimasti lì, tra i corridoi di palazzo Vitelleschi dove era ubicato il museo. Con io che non ci vedevo più dalla fame e scazzavo le parentele degli dei dell’Olimpo [doh, ora capisco la sfiga. C’ho contro gli dei dell’Olimpo, che si sono offesi quel giorno per la cosa delle parentele… oh, ma se uno s’accoppia in famiglia peggio di beautiful io che ci posso fare?]. In realtà ci fu un buffo contrattempo. Buffo staciospa. Entrammo nella saletta dei reperti villanoviani, ovvero i vasetti e le urne cinerarie dell’epoca più remota della storia etrusca, e siccome il gruppo si era dilatato per pressione osmotica [ossia: "Ue’, annamo di là che si ride…"] stavamo assiepati come nipponici in metropolitana. La cosa peggiore era che i fanciulli erano sì accanto a me, ma mi ostruivano la vista un paio di figlioli alti pressappoco quanto me. Alché, siccome avevano rivoluzionato tutto l’allestimento feci spostare i marcantoni dicendo loro:
"Figliolo mio, sei così bel marcantonio che temo che se ti metti accanto a me facciamo da muro per tutta la scolaresca qui…"

In realtà sennò io non vedevo una ciospa su dove avevano spostato il carrellino incensiere a forma di torello. Oh, son problemi veh. Ma poi si proseguì, con un gruppo di ragazze che ormai mi presentava anche i reperti che mi faceva tanto sentire Iva Zanicchi quando faceva Ok il prezzo è giusto. Cose da panico. Poi arrivammo nella sala, quella bella grande, delle figure nere su fondo rosso. Parlo di vasellame. Quella prima aveva il bucchero, quella dopo le figure rosse su fondo nero. Ma dicevo, siccome lì c’erano quelle nere su fondo rosso e non c’era granché da raccontare, oltre la tecnica, si passava a narrare dei simpatici giuochi durante i banchetti etruschi con tanto di mimica tipo saltatore in alto mentre provano il gesto atletico.

"Allora, non è che gli etruschi erano un popolo con le pare mentali. La vita era breve e pensavano a godersela e non gli si può dare degli scemi. Mentre quindi si sbafavano selvaggina e stavano sdraiati nel triclinio in posizione semirecumbente, ovvero su uno dei fianchi… beh, s’annoiavano. Quindi escogitarono un simpatico gioco da fare a tavola: il cottabo. Vedete ‘sti cosi, le kylix? ecco, le adopravano per bere. Ma verso la fine del pasto o tra una portata e l’altra si dedicavano, si pensa eh, a codesto gioco. Ovvero con un simpatico scatto del polso dovevano centrare un recipiente posto in alto… chi metteva più vino dentro vinceva. Poi non so se esistevano tiri liberi, da due, la tripla e cose varie… però diciamo come gioco a metà pasto era simpatico, tanto per usare un aggettivo non detto."

Ordunque, poi la sala dopo abbiamo detto che erano le figure rosse su fondo nero. Qui c’era una modulazione del gesto guidaturistico. Ovvero dipendeva dal gruppo che avevi innanzi e, come ogni vero e proprio artista, se c’era confidenza e ti stavi divertendo col gruppo stesso.

"Ecco, qui non solo le figure sono rosse, ma anche il tema ecco è a luce rossa… ora sono fortemente inibita dalla presenza dei vostri professori e quindi non userò i soliti commenti pecorecci con i quali introduco questi reperti. Ma diciamo che erano una sorta di riassuntino per chi aveva poca conoscenza o pochi ricordi dell’arte amatoria. Ad esempio, c’è quell’anfora là ove nel lato A l’uomo guarda se alla donna… cioè controlla che non ci siano batacchi e poi nel lato B sceglie una delle due fessure a disposizione. A voi il controllo di dove ha inserito la moneta…"

Ma il tema hot hot non si fermava lì. Continuava alla tomba delle fustigazioni, che suppergiù si spiegava sempre così:

"Bene, il nome potrà farvi pensare cose errate e ingiuste. Ma capitelo, la tomba venne scoperta da un ignaro pastore che nell’epoca dell’Inquisizione, e qui s’era nello statodellachiesa, ebbe paura della scoperta mentre egli si riparava qui col suo gregge. Non c’è nulla di cruento, orbene. Nella tomba ci sono tre porte dipinte, che rappresentano le vie di fuga verso l’aldilà. Ma prima di crogiolarmi su la uno, la due o la tre vi dirò cosa c’è nella parete di destra, che non è così immediato. Visto che il pastore impaurito aveva affumicato il dipinto giunto ai suoi occhi sembra che due uomini stiano giocando a morra, appoggiati a un tavolo. Ma ecco… non è un tavolo quello che hanno a ponte tra loro due. Vi ricordo per motivi di cronaca che le donne sono raffigurate con un colorito più chiaro, quindi ecco, vi è una donna che da una parte ha qualcuno e il suo qualcosa nella parte posteriore e sta facendo una sorta di prova microfono dalla parte opposta…"

Detto ciò dissi: "Vabbè, se siete stanchi mi vado a prendere un caffè, ché è il mio compleanno."
Lì auguri, congratulazioni, figlimaschi vari e il prof del gruppo che mi offrì cose al bar. Eh, ragazzi miei, che altro raccontare? Non so. Tornai a casa stanca. E non mangiai neppure. Strano, le giornate di compleanno son sempre così interlocutorie.

Trittico edue.

Ordunque, ci eravamo lasciati a me che entravo nella necropoli.
Ora, magari glissiamo su qualcuno che spiegava il magico mondo delle sepolture etrusche un po’ come avrebbe fatto Alberto Angela, ovvero distorcendo i termini e le parole fino ad allungarle e appoggiandosi un po’ ovunque come se fosse casa vostra facendo delle faccette un po’ strane. Glissiamo anche perché in quei momenti la vergogna viene meno ma mi rivergogno a raccontarlo, ecco.
Orbene, comunque alla fine, girando e vagando, si giunse nuovamente a uscire dall’ingresso della necropoli [che belle, queste similantitesi] e si prospettò un problema:

"Ehm, ma il pranzo come era?"
"Al sacco, ovviamente…"
"Già, ovviamente. Beh, bene, ecco… io e la mia collega andiamo già a Tarquinia e ci troviamo quindi alle 14:30 difronte al museo… in caso di ritardi potete avvertire…"

Sì, dunque, io e la mia collega andammo a Tarquinia. Giunte lì però alle 13, quando i negozi erano chiusi, serrati, sbarrati.

"Ehm, senti Francè, io vado a salutare la Enza… solo che è meglio che non ci facciamo vedere insieme…"
"…"
"Perché sennò non mi passa più il lavoro…"
"…"
"Ci vediamo direttamente al museo eh?"
"Ma anche direttamente per tornare a casa."

Alché mi inerpicai su per la salita che da Barriera San Giusto porta alla piazza del locale Municipio. La solita pizzeria chiusa, l’altra pizzeria chiusa, tutto chiuso, tranne un bar.
Entro nel bar, sono avanzati solo 4 tramezzini. Non quattro tipi, quattro di numero. Sembra che vi perculi se vi dico che la cosa che mi ha sconvolto, da quando sono in Emilia, è la possibilità di mangiare fuori orario al bar trovando tantissime cose?
Ecco, temo derivi anche da quello. Presi un tramezzino tonno e olive. Dico, tonno e olive? che cazzo di accostamento è? Ma era l’unico che aveva un aspetto semi decente. Lo pagai ed uscii di fuori, a sedermi sotto la colonna dedicata a Garibaldi, a guardare il mare, a mischiare quei centimetri di pane e tonno col succo all’ananas che avevo in borsa. Mi chiamò la mamma:

"Pulcicchiotto, tutto apposto?"
"Sì."
"Hai mangiato."
"Sì."
"Mmm, cosa?"
"Mah, non c’era molto da scegliere. Di alla nonna di preparare la qualunque e la qualcosa stasera che avrò una fame della madonna…"
"Ah. E la scimunita con cui ti ho mandato?"
"Mah, è al giro, poi ti conto stasera. Ciao mammì…"

Mi giravano i coglioni. Piuttosto perché sapevo che mentre stavo bevendo il caffè lo stomaco già si stava svuotando, sebbene stessi già producendo ruttini molto soft al sapore di tonno e olive.
Ringraziando il cielo arrivò il gruppo, salimmo subito al primo piano del museo visto che al piano terra c’era un torpedone di turisti alla sala dei sarcofagi che neppure a Gardaland a ferragosto si vide tanta gente.
Dunque feci accomodare gli studentelli stanchi [stanchi? stanchi voi che avete mangiato??] di fronte al pezzo pregiato del museo: i cavalli alati.

"Bla bla guardate come l’artista riesce a rendere bene plasmando una materia povera come l’argilla tutta la tensione muscolare, i tendini contratti, lo sforzo di questi cavalli così reali ma ingentiliti e resi degni di una divinità dal particolare delle ali… bla bla perché stavano trainando, e non ci è giunto il resto dell’altorilievo del frontone perché la terracotta è un materiale eccezionalmente deperibile, il carro di ehm…"

Avete presente la pubblicità del non ci vedo più dalla fame? ecco, lì buio totale…

"… mmm, come si chiamava lì, la sorella di Apollo… io con le parentele non ci ho mai preso. Ovvìa professore, mi aiuti lei, ché le insegna ste cose…"
"Ehm… insomma…"
"Nulla eh? Mah, dicevamo. Ah, sì, il carro della dea Diana."

Ecco, insomma. Diciamo che a metà visita mi trovai il gruppo molto più cospicuo di unità in quanto quelli dell’altro turno si accorsero che con me si rideva di gusto. E allora la collega si trovò con 20 persone e io circa ottanta, che ormai quando ridevano aiutati dalla eco delle stanze era un casino assurdo. Ma io ero in marcata ipoglicemia e ormai ogni quattro cose serie sparavo delle battute a caso.
La collega, infine, arrivò anche lei in fondo.

"Ma tu come fai a fare il museo in quaranta minuti?"
"Parlo velocemente."

Arrivammo alla altra necropoli, con il vecchio guardiano che quando mi vide iniziò a chiamarmi come al solito col titolo di dottoressa, titolo che mi ha sempre dato fino alla pensione solo perché una volta mi ha visto dialogare con la sovrintendente. E poi da lì, boh, non ricordo altro. Ah, sì, credo che la mossa furba fu portare tutti alla tomba più bella e più lontana, quella dei Leopardi, così da stancarli e lasciargli poco spazio per pensare.
Ah, sì, però l’immancabile fermata di fronte alla tomba delle fustigazioni la si fece, ecco…
[domani ultima puntata]

Trittico euno.

Allora, volevo raccontarvi una cosa davvero spiritosa della mia vita, ovvero la giornata dei miei diciotto anni.
Oh, insomma, io ci avevo in mente 3-4 post ove da una parte dovevate tenere il fazzoletto sulla tastiera, la lametta nella mano opposta al mouse e un cilicio appresso, ma pareva brutto, ecco, vengono i nuovi visitatori e prendono paura. E io mica sono il baubau.
Ecco, magari uno per i diciottanni s’è andato a far bagordi io ehm no. Orbene, tra i vari mestieri fatti io ho fatto anche quello della guida turistica. Ecco, il tre maggio di anni fa ebbi una guida, in un posto un po’ lontano. Diciamo che anche mia mamma è guida, e lo è tutt’ora, e io lavoricchiando in tandem con lei prendevo sempre i posti peggiori: necropoli rupestri, viperolandia, cose così. Ecco, quel giorno dovetti andare con una collega di mamma alla necropoli etrusca della Banditaccia. Mia mamma non era contentissima. Ovvero, era contenta che prima in tre e dico tre ore guadagnavo ciò che ora guadagno in trenta e che avessi un mio bel lavoretto… però sapeva come guidava la collega e quindi mi impartì una specie di benedizione in articulo mortis dicendo di chiamare non appena poggiassi viva e vegeta piede su suolo ceretano.
Dunque, partii con la collega della mamma. Ella era, ed anzi è, un tipo un po’ strambo. Bibliotecaria di primo lavoro, vedova senza figli [difatti a forza di dire a mia madre: "beh, ma almeno tu hai sempre Francesca" mi sa che sta frase ha portato di una sfiga della madonna]. Parlammo un bel po’ durante il tragitto, anche perché lei prese una strada alternativa e guidava arrembante stando sempre sulla linea di mezzeria.

"Che poi, io non capisco questa gente con la smania del matrimonio…"
"Eh"
"…io mi son sposata perché lo volevano le convenzioni sociali…"
"Già"
"…ma anche mio marito era dell’idea che si può stare bene insieme senza sposarsi."
"Vero."

Insomma, mentre abbiamo tentato di fare un frontale con un trattore o siamo quasi rimaste a piedi perché il pandino non è che gliela faceva tanto. Alla fine, giunte a destinazione, mentre lei si rifaceva il trucco e tentava di accomodarsi la permanente io cercavo la fontanella per bere ma, puntuale come un testimone di geova, arrivò il gruppo. Mi pare marchigiano, e una quarta ginnasio. Panico, gente quasi della mia età, ma che tanto mi crederà più grandicella, ché l’altezza aiuta.
Primo suggerimento alle giovani guide: pasturatevi due categorie. Il capogruppo e delle simpatiche donnine come carampane. Lì hai praticamente tutta la visita già fatta con la mancia già in tasca.

Il trauma però fu alla biglietteria.
Beh, ecco, per non si sa quale problema tra provincia e soprintendenza quel giorno le guide dovevano pagare. E non potevano neppure spiegare all’aperto [cosa che, una necropoli, è quasi tutta all’aperto a meno che di mettersi tutti sotto il tumulo con ottima acustica ma ossigeno rarefatto], così mentre la collega si mette a litigare con sovrintendente e bigliettaia io gli faccio:

"Scusi signorina (a un cofano di sessantanni, rossetto tipo pummarolangoppa, ndfran), io compio i diciotto oggi, mica devo pagare neh?"
"Mannò, vada vada… auguri."
"Compagniaaaaa, avanti che si va al pascolo, su su seguitemi bimbi."

[continua domani, se volete]

Tornare è un po' soffocare [se partire è un po' morire…]

Chianciano comunque ha il suo fascino. Appena la vedo triste e decadente più del solito ripeto il mantra "Salsomaggiore è peggio". Non so quanto ancora possa funzionare. Ma c’è la chiesa dove ho fatto battesimo e cresima e sull’altra chiesa c’è la Madonna donata dai nonni. Porgo le spalle al giornalaio e vedo l’insegna dell’albergo. Attraverso un po’ alla cazzo, cosa che se lo facessi a Parma o mi sodomizzerebbe una bici o un vigile mi bandirebbe dal toccare suolo pubblico con le suole per un semestre. Guardo le persone e le divido tra quelle che vedranno la mia laurea e chi no. Diosanto, che tonnara nel secondo gruppo, e c’è concorso di colpa.

I vicini mi fermano e mi chiedono a che anno di università sono. Checcazzo rispondo? Boh, il primo che mi viene in mente dopo il terzo. Un po’ come al matrimonio dopoferragosto quando l’ex compagna di squadra ti chiede come mai non sei venuta col moroso e te rispondi che no, non potevi venire col moroso perché ormai fai fatica a gestire le tue due storie parallele clandestine e no, non ne puoi parlare che sennò inizi a fare casino che poi dopo magari sbagli e fai casino. Che comunque sia i vicini che la tizia ti trovano tutti molto bene e addirittura abbronzata. Terra MaxFactor orapronobis.

Dicevo, Chianciano ha il suo fascino. Però cazzo, il negozio del cinese, i duecento parrucchieri aperti in vece degli altri negozi. Ziomannaro, come si canta Proclaim, this is an emercency, c’mon and change the course of history… This is the end of the world. Sì, potrei girare collo stereo tipo paninaro e i Muse su, ma dopo non farei proselitismo al solito.

Da Nilla Pizzi, pacellanimasua, siam passati al protagonista di Orgoglio. Però c’era Salutamassoreta Arigliano a Chiusi. Ci pensi, mentre ciondili il bicchiere da cura con l’acqua della macerina dentro. Pensi che magari ci farai la foto alla fonte. Pensi che dietro quando eri piccina lasciavano aperta più spesso la cascata con l’acqua del Sillene. Pensi che lì accanto c’era la giocattolaia che era venuta al tuo battesimo col marito e ora non ricordi bene se almeno lei vive ancora. Che c’era la signora dei corredi che ha smesso. Che quello del bazar aveva la figliola che ha fatto la cresima con te. Che l’unica rimasta è la moglie del vicino, che se ne dicono di ogni la sera a cena ed è anche simpatico ascoltarli, suvvia…

Che ti chiedi in fondo quanti sappiano che tuo padre ha una figlia. Alla fine magari è meglio anche che non lo sappiano. Però ti da noia presentarti come sua figlia per entrare la mattina alle terme, perché hai il vizio di girare senza documenti al solito e perché fanno entrare solo i residenti, e te la residenza l’hai spostata a Parma. Beh, quando sei medico ce le avrai gratis le cure ma magari non avrai tempo di farle, stupido Murphy.

"Scusa, ma devi essere residente"
"Donna, io e te s’è fatta la cresima assieme. Non fingere di non conoscermi."
"Ah, sì, vero."
"Tanto non è che se entro io gratis cambiano gli equilibri. Se continua così ti ci trovi uguale, senza lavoro…"
"…"

Sbadigli e vedi i clienti che ricordi. Tra cui uno che vende articoli per il caroestinto per il modenese e qui si trasforma in un animale da balere, ma sempre cortese. Vedi l’edera nelle fioriere dell’hotel e pensi che la tua al balcone presa all’ikea forse avrà bisogno d’acqua e speri nella pioggia in Emilia. Che insomma, le piante le hai lasciate lì.

Passi difronte alle Terme e al salone e al pomeriggio le vedi chiuse. Guardi il parcheggio intorno e vedi meno della metà delle macchine. Insomma, ti ci girano i coglioni. Ti monta la stessa tristezza che ti viene pensando a Biochimica e Fisiologia a Parma. Mah, quasi quasi anche peggio. Noti i minori investimenti per le piante. Oh, toh, sta diventando triste come Salso. Vi ho mai detto che però Tabiano è più triste di Sant’Albino? Sì, le sto cercando tutte…

Il tuo genitore che ti lascia sullo zerbino, quello di sotto dello studio, la marmellata delle prugne della campagna che siccome non se le mangiava nessuno era giusto riciclarle. Le coscie di monaca così piccine da essere meno grandi delle ciliegie. E tu avendo lo squaraus guardi la marmellata, e la marmellata guarda te un po’ come la gatta dei vicini che si è rotta a restare lì da sola sul balcone, con un vaso per cuccia e un vaso per lettiera. Gigia, ti capisco, mi rompo anche io. Momenti mi viene anche voglia di catabolizzare la Glutammina e complementarla in una sportiva mestruata [che poi, ha ragione la mia dottora di riferimento… esistono?], anche se poi trovi come passatempo più rinfrancante lo spirito l’ammazzare ragni e scorpioni penetrati in casa e di cui te ne accorgi alle due di notte, porcaeva.

Il nulla, un po’ montato a neve. Eccome se ho ragione ad essermene andata. Sì, Parma è provinciale ma a pensare che d’inverno qui, a Chianciano, è peggio che il 20 agosto e già al ventiagosto è una tristezza della miseria… oh, cazzo, mi vado ad ascoltare anche l’intera stagione verdiana questanno.

Volevo essere Arvin Sloane.

Che poi non l’ho capito. Tutti mi credono una stronza ma magari lo fossi, cazzo.
L’altra cosa che non ho capito perché tutti adorano Lost e Alias invece ce lo siamo cagati in quattro. Ecco, Alias è finito. Cazzarola, negli ultimi 4 episodi ci han fatto vedere i sorci verdi. Tutto ciò che si trascinava dalle stagioni precedenti, tutto condensato lì peggio di un consommé.
Che comunque Vaughn era sì bono, ma il personaggio che adoravo e idolatravo era Arvin Sloane.

Suvvia, come non si poteva amare il buon vecchio Arvin.
Riassuntino per non carampane: esso era il malvagio della serie. Uno che era l’amico paterno di Sydney, che la ospitò in casa quando pensarono che il suo babbo ammazzò la su’ mamma [ma in realtà la donna era un’agente kgb infiltrata e aveva avuto anche una figliola con lo Sloane]. Prima capo dell’SD6, che almeno Syd  pensava fosse una divisione occulta della Cia, ma anche no. In realtà era una divisione criminale portata e diretta sotto le ossessioni dell’omino di cui sopra. E da lì poi esce il tutto. Perché diciamolo, mica Sydney era la protagonista, era quanto aveva rotto i coglioni Sloane prima e la Derevko poi con ‘sto Rambaldi.
Ecco, era un ossessionato dal personaggio di Milo Rambaldi, una sorta di genio rinascimentale creato dalla fantasia di Abrams e creatore di alcune macchine strane e fantasiose da incastrare tutte tra loro peggio di tutte le raccolte kinder che poteranno però alla fine a conoscere il segreto dell’immortalità [sì, un insieme tra sticazzi e mecojoni]. Ma perché raccontarvi di più, che mi sa che ho già spoilerato abbestia?

E nelle ultime puntate vedete lì, Arvino, addobbato come Meissner scalerebbe il K2 a puntellare e scalare i ghiacci del monte Subasio. Sì, perché Abrams sarà anche geniale, ma ‘sti americani hanno una conoscienza della geografia… cioè, dai un’occhio all’altimetria… guarda su google earth prima il Monviso e poi il Subasio e risparmia sulla scenografia. Ecco, tra una pippa mentale e l’altra, vedendo sempre la figliola, che lui stesso aveva ammazzato perché stava distruggendo un manoscritto Rambaldiano, con una compilation immane di sensi di colpa le parla e tenta di lavarsi la coscienza, perché dice di essere contento perché potrà avere vicini sia lei che Rambaldi. Ma dopo che si reca alla tomba dello stesso parmesàn in Mongolia [eccerto, dove vuoi che muore un parmense…] e tutto quello per cui ha sacrificato anni di carriera, crimini, inganni, salcazzi, pause pranzo, moglie, figlia, amici e ferie pagate si accorgerà che valeva la pena. Fino a quando vedrà che non gli servirà a un fico secco. Ma solo alla fine, ed avrà tutto il tempo per potersi disperare.

Insomma, un cattivo così cattivo non tanto in sè, ma oserei dire in altro da sè è difficile a trovarsi. Dai, credere in qualcosa, sperare di raggiungerlo, conquistarlo e poi vedere che non serviva a un cazzo è una girandola di eventi che ti porta quasi a farti avere tenerezza per un bastardo simulatore e dissimulatore, che ha cambiato il suo volto da carnefice a benefattore mille volte senza subirne i danni.
Sarebbe bello essere Arvin Sloane e programmare tutte le mosse, pensare a dosare le parole, i gesti, mentire e nascondere quello che non serve. Ma mentire sforza troppo il cervello, dicono. E poi, a me, manca il mio Rambaldi di fiducia.

Ah, comunque. Il padre di Sydney, cornuto e amico tradito di ritorno, si sacrifica a fare il kamikaze nella grotta di Rambaldi perché Sloane immortale c’è diventato davvero. Sì, ma con le gambe sotto una colonna e il deserto attorno l’immortalità te la metti un po’ dove non batte il sole [sotto la colonna, non per nulla]

[P.s. Sapete che tutto questo post ha anche un metasignificato ed è figurato? Chi ne capisce il senso, e sarà difficile, vince una razione di torta fritta e salumi da ritirarsi in Parma. Ecco. Gli altri sappiano che comunque sì sbavavo su Vaughn ma che Sloane ogni volta che ne faceva una mi mettevo le dita giunte, picchiettandole tra loro ed esclamavo: "Che personaggio meraviglioso…"]

Ottocento.

Non è che faccio apposta ma il genere umano, chessò… andiamo con ordine. Fortunatamente sono amica di donne intelligenti. Appena saputo che il signor Cipollotto si è salvato solo fratturandosi le zampe posteriori ha dichiarato alla stampa dal suo letto di dolore e morte: "Amisci va tutto benissimo, tornerò presto con voi. Anzi, colgo l’occasione per salutare gli amici che si sono interessati a me, ho ricevuto più di ottocento sms da ottocento miei amici…", la mia amica omonima mi ha risposto via sms "ottocento persone? come fa a conoscere ottocento persone, che è… una mignotta?".

Alché lì ho stimato la mia amica quanto sua madre quando disse il giorno della terza prova "a quel morimmazzato di quel professore, je cascasse l’ucello…."

Massì, in fin dei conti chi non le conosce ottocento persone. Qui dopo che si hanno tre lavori e si capeggiano rivolte studentesche si conosceranno si e no trecento di persone. Includendo anche quelli con cui ho scambiato la frase noncisonolemezzestagioni o illunedìèunamerdalavorare, i vicini, gli operai passati per casa, i lettori dello sglaps etc arriviamo si e no a quattrocento. Cribbio, Cipollotto… dallo via per danaro che altro che ingegnere, ti ci ripaghi la fordfocus che avete spiattellato addosso al muretto [che ne so, magari dopo la grande Punto fanno anche la Fiat ottocento, guepiere inclusa]

Petri ma non Pietro.

In una famiglia dove principalmente lo sport medio eseguito è lo zapping in poltrona con birrozzo ghiacchiato e rutto libero i pazzoidi siamo quattro. Il nipote che abita a Roma di mia nonna, che dopo una gioventù in atletica ora visto che lavora si è fermato solo al calcetto con gli amici. Il consueto cugino tedesco, ex canoista a buon livello fintantoché si mise anche egli a lavorare. Il fratello di mia nonna, che a 75 anni corre ancora la stramilano e che fino a quattro anni fa al mare mi gettava giù dal letto alle quattro e mezza o cinque di mattina, facendo il verso del gatto "fritto in padella" al cancello [sì, siamo una simpatica famiglia di buontemponi] e svegliando un po’ tutti. La famiglia [le due donne, che di norma non pulivano neppure in casa per spezzarsi le unghie] al massimo lo appoggiava in bici, un paio di volte la settimana. Appena il simpatico parente, il cui nome di battesimo è posseduto credo da cinque persone sul suolo italico [sì, vi ho detto che siamo una simpatica famiglia di buontemponi?], seppe che io ho un po’ lo stesso passo da mezzofondista alla Zalayeta così decise di offrire il suo appoggio. Solo che io ho un problema maggiore nella corsa, inizio i primi duecento metri a correre come se avessi lasciato un polmone e tre quarti a casa e ho una faccia alla gobbodinotredame mentre invoca Esmeralda. E non è bello. Poi dopo circa un’oretta acquisisco un volto normale, ma alla fine ci si ferma. Ma dicevo, il parente ha una caratteristica che mi ha fatto optare -ahimé- di evitare le corse con lui. Quella che io chiamo "La spesa proletaria". Ovvero, siccome s’andava per campi e lui faceva la lepre… beh, ecco, si portava per colazione dei meloni, cocomeri e primizie varie [che dovevo recare meco, che non ho capito poi… lui lavorando nell’edilizia non aveva più forza di me? che non ho capito anche perché i lavori pesanti li devo fare sempre io…] curandoci a volte delle ire dei coltivatori defraudati del prodotto. Vi dirò che una volta l’ho visto schivare una zappa per miracolo, e fortunatamente io non mi cago sotto subitaneamente ma ci penso in ritardo ore dopo.

Che bella l’Italia della maratona che nell’atletica europea vince. Chissà se anche loro si allenavano col contadino che li rincorre dietro… ehm… Dicevo, comunque tanto di cappello a Stefano Baldini. Un uomo che mi fece piangere come una fontana di fronte al televisore in occasione della medaglia olimpica. Peccato che a Pechino avrà 37 anni, anche se lui ci crede e ci spera, nelle parole, di arrivare bene all’appuntamento olimpico. Peccato perché la maratona, quando sai anche tutti i cambiamenti metabolici che presuppone e predispone, è un qualcosa di meraviglioso. Sia dal punto di vista romantico che biochimico. (sospiro)