La Fondazione Magnani Rocca presenta Giacomo Balla Astrattista Futurista

GIACOMO BALLA
Astrattista Futurista

Fondazione Magnani Rocca
Mamiano di Traversetolo – Parma
12 settembre – 8 dicembre 2015

Comunicato Stampa
Balla coloratissimo nella Villa dei Capolavori

La mostra GIACOMO BALLA Astrattista Futurista allestita alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, dal12 settembre all’8 dicembre 2015, a cura di Elena Gigli e Stefano Roffi, intende presentare il percorso artistico di Balla (Torino 1871 – Roma 1958) attraverso l’analisi del manifesto Ricostruzione Futurista dell’Universo, uno dei testi teorici più rivoluzionari dell’arte del Novecento, nel centenario della sua pubblicazione, sottoscritto ‘Astrattista Futurista’ dallo stesso Balla e da Fortunato Depero.
La mostra è articolata per temi, ripercorrendo i capisaldi del Manifesto del 1915:
1. ASTRATTO – la luce nei pastelli di inizio 900 realizzati a Villa Borghese – in particolare Fontana (che piange) della Banca d’Italia, mai esposto in precedenza – e negli studi dell’iride del 1912, per concludersi con l’affascinante Finestra di Düsseldorf, l’ultimo documento pittorico del tormentato trapasso tra pittura oggettiva e astrattismo, ritrovato dalle figlie Luce ed Elica Balla nel 1968.
2. DINAMICO – il dinamismo nel volo delle rondini, nell’automobile che corre, nella velocità astratta.
3. TRASPARENTISSIMO – i cicli delle Stagioni e delle Trasformazioni Forme e Spirito.
4. COLORATISSIMO E LUMINOSISSIMO – il paesaggio artificiale con Linee forze di paesaggio + sera del 1917-18, mai visto in una mostra prima d’ora, Feu d’artifice e i Fiori in 3D.
5. AUTONOMO – autoritratti come ecce homo dell’artista.
6. TRASFORMABILE – il vestito e il mobile futurista dalla caleidoscopica Casa Balla.
7. DRAMMATICO – l’interventismo in guerra, con Dimostrazione interventista del 1915 recentemente riscoperto sul retro del dipinto Verginitàdel 1926.
8. VOLATILE – la figura femminile: dal primo pastello con Elisa che cuce (1898) al Dubbio (1907-1908), dai ritratti femminili degli anni venti al celebre Noi 4 allo specchio (1945).
9. SCOPPIANTE – la linea della velocità nelle sculture: dal rossissimo Pugno di Boccioni al Complesso plastico (studi e progetti da Casa Balla).
Le opere provengono da prestigiose collezioni private e dai principali musei italiani che custodiscono opere di Balla, fra i quali la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, gli Uffizi di Firenze, il Museo del Novecento di Milano, la Galleria d’arte Moderna di Torino. Chiude l’esposizione un apparato di documenti originali (fotografie d’epoca, cataloghi, manifesti) dell’Archivio Gigli di Roma.

Questi gli intenti dichiarati all’inizio del Manifesto: “… Il futurismo pittorico si è svolto quale superamento e solidificazione dell’impressionismo, dinamismo plastico e plasmazione dell’atmosfera, compenetrazione di piani e stati d’animo … Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione … Il parolibero Marinetti ci disse con entusiasmo: «L’arte, prima di noi, fu ricordo, rievocazione angosciosa di un Oggetto perduto (felicità, amore, paesaggio) perciò nostalgia, statica, dolore, lontananza. Col Futurismo invece, l’arte diventa arte-azione, cioè volontà, ottimismo, aggressione, possesso, penetrazione, gioia, realtà brutale nell’arte, splendore geometrico delle forze, proiezione in avanti. Dunque l’arte diventa Presenza, nuovo Oggetto, nuova realtà creata cogli elementi astratti dell’universo. Le mani dell’artista passatista soffrivano per l’Oggetto perduto; le nostre mani spasimavano per un nuovo Oggetto da creare» … Le invenzioni contenute in questo manifesto sono creazioni assolute, integralmente generate dal Futurismo italiano. Nessun artista di Francia, di Russia, d’Inghilterra o di Germania intuì prima di noi qualche cosa di simile o di analogo. Soltanto il genio italiano, cioè il genio più costruttore e più architetto, poteva intuire il complesso plastico astratto. Con questo, il Futurismo ha determinato il suo Stile, che dominerà inevitabilmente su molti secoli di sensibilità.”

Nel 1917 Balla sperimenta una serie di scomposizioni della natura in chiave puramente teosofica (Trasformazioni Forme e Spirito). Nel 1918, alla galleria di Anton Giulio Bragaglia, espone, tra le altre opere dedicate all’intervento in guerra, il Complesso plastico pubblicato nel manifesto del 1915 accanto a sedici dipinti dedicati alle “forze di paesaggio” unite a diverse sensazioni. Accanto a queste ricerche, lo studio della natura trionfa nei motivi delle Stagioni: dalla fluidità, morbidezza o espansione della primavera, alle punte d’estate al drammatico dissolvimento autunnale; sono lavori sperimentali volti a quella particolare ricerca astratta del tutto europea ma al tempo stesso lontana e nuova rispetto alle contemporanee ricerche astratte dei pittori in voga in questi anni sicuramente conosciuti da Balla (come Kandinskij e Arp, Léger e Larionov, Mondrian e Goncarova).
Periodo, dunque, questo di Balla del tutto internazionale che viene a chiudersi col viaggio a Parigi nel 1925 per la “Exposition des Arts Decoratifs et Industriels Modernes”, particolarmente importante perché segna l’inizio dello stile Art Déco.

Il Manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo
L’11 marzo del 1915, insieme a Fortunato Depero, Balla firma il manifesto della
Ricostruzione Futurista dell’Universo che rappresenta una delle tappe più significative nell’evoluzione dell’estetica futurista. Con questo manifesto trova una completa maturazione la volontà del Futurismo di ridefinire ogni campo artistico secondo le sue teorie e di rifondare le forme stesse del mondo esterno fino a coinvolgere anche gli oggetti e gli ambienti della vita quotidiana. Questo principio artistico non costituisce una novità storica, infatti è già principio fondamentale della poetica dello Jugendstil, ma mentre in quel caso si fa riferimento a un’idea d’arte come valore assoluto, ora le finalità sono del tutto diverse: per il Futurismo l’arte non è più fine a se stessa e non ha come obiettivo la pura esperienza estetica ma diviene uno strumento per affermare una diversa concezione della vita e un suo rinnovamento, nel quale predomina un intento di trasformazione culturale verso l’idea che il Futurismo ha della modernità. La più importante innovazione proclamata dal manifesto della Ricostruzione Futurista dell’Universo è la proposta di estendere l’estetica futurista a tutti gli aspetti della vita quotidiana. I campi della ricerca sembrano illimitati: arredo, oggettistica, scenografia, moda, editoria, grafica pubblicitaria: nulla sembra essere estraneo alla sensibilità dei due artisti. I futuristi imposero il loro segno distintivo fin dalle prime celebri “serate”, durante le quali gli artisti–autori-declamatori indossavano abiti da loro stessi disegnati e maschere che suggerivano la robotizzazione e meccanizzazione dell’uomo.

GIACOMO BALLA Astrattista Futurista
Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Dal 12 settembre all’8 dicembre 2015. Aperto anche tutti i festivi. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso, aperto lunedì 7 dicembre. Ingresso: € 9,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 Fax 0521 848337 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it Il martedì ore 15.30 e la domenica ore 16, visita alla mostra con guida specializzata; non occorre prenotare, basta presentarsi alla biglietteria; costo € 12,00 (ingresso e guida).
Ristorante e Caffetteria nella corte del museo tel. 0521 848135.
Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Elena Gigli e Stefano Roffi. Catalogo con saggi dei curatori, di Giovanni Lista e di Antonio Carnevale.

Donpasta: ode alla cucina romana a Villa Pamphili

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Sabato 18 luglio Donpasta arriva a Roma, sul palco di Villa Pamphili, con un’anteprima assoluta dedicata alla cucina tradizionale romana. Sul palco, ad accompagnare i racconti e le storie di Donpasta, suonerà dal vivo Adriano Bono.

Donpasta è andato nella cucina di otto romani nelle borgate di San Lorenzo, Testaccio, San Basilio, San Giovanni e Acilia. Cinque nonne, un oste importante come Pommidoro, e due ragazzi, una cuoca e un contadino. Hanno cucinato per lui la trippa, la Coda alla Vaccinara, la carbonara, la gricia, la cicoria e raccontato la loro Roma.

Lo spettacolo racconta questo suo viaggio in una istallazione multimediale su tre schermi con due vj e un dj che remixano tutto dal vivo : questo documentario su Roma si sviluppa sia dal punto di vista musicale che da quello del video e della grafica. Il filmato è continuamente interrotto dalle incursioni teatrali di Donpasta mentre cucina e da Adriano Bono con i suoi stornelli ispirati alle poesie di Belli.

Tre saranno quindi gli ingredienti principali dello spettacolo: il cooking show, le videoproiezioni che raccolgono le testimonianze di alcune veraci incarnazioni della tipica “sora Lella” romana su ricette doc della cucina capitolina, e l’intervento musicale live di uno dei più apprezzati volti della nuova generazione cantautorale romana, Adriano Bono.

Adriano Bono lega musicalmente i vari episodi di girato/cucinato tramite canzoni della tradizione popolare romana. Dalla Trippa al Pommidoro, dalla Cacio e Pepe al Gattò, fino alla Coda alla Vaccinara e alla Cicoria. In particolare Bono si esibisce in una sonorizzazione di alcuni sonetti di Gioacchino Giuseppe Belli, sommo poeta romano ottocentesco, già pubblicati in disco dal titolo “996. Vol.1”.

 «Il mio è un lavoro di ricerca meticolosa, nelle interviste ai protagonisti popolari della tradizione gastronomica parto sempre dall’elemento affettivo che sottostà a ogni preparazione di un piatto – afferma Donpasta – con l’idea di ricostruire nel nuovo millennio una memoria dell’arte culinaria territoriale e l’evoluzione della città, con commenti musicali alle immagini».

«Raccontare una ricetta significa andare a capire cosa sia cambiato nella cucina tradizionale, nella sua geografia, nelle sue testimonianze, ma anche raccontare la storia di chi la racconta. Significa fare una fotografia non solo della cucina romana ma di Roma stessa, parlando però anche della città del nuovo millennio col suo precariato e la sua disoccupazione, le migrazioni in entrata e uscita, il fallimento delle utopie e i conflitti generazionali».

 

PRIMA ASSOLUTA

Villa Doria Papmhili

via San Pancrazio 10

Inizio spettacolo ore 21.30

Biglietti:

Poltrona Numerata 11,50 euro (intero); 9,50 euro (ridotto under 14-over 65)

Poltronissima Numerata 13,80 euro (intero); 11,50 (ridotto under 14-over 65)

Performance multimediale di

Daniele De Michele Donpasta – ideazione, narrazione e cooking show

Adriano Bono – voce, ukulele, stomp box
Videoproiezioni

Antonello Carbone – fotografie e montaggio

Camilla Nizzera – illustrazioni

Daniele De Michele – regia

Tutte le informazioni e gli aggiornamenti sono disponibili sul sito ufficialewww.donpasta.com e sulla pagina Facebook ufficiale https://www.facebook.com/pages/Don-Pasta/.

Roma è ‘Smart Camp’: 18 e 19 luglio, il primo parco urbano su innovazione culturale, tecnologica e sociale

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Roma è SMART CAMP: una finestra sul Futuro a Villa Ada – Roma incontra il Mondo

il 18 e 19 luglio Tecnologia, Sostenibilità, Qualità della Vita e Innovazione a Villa Ada

Il primo parco urbano dedicato all’innovazione culturale, tecnologica e sociale
Dalle 10.30 alle 20.30
Via di Ponte Salario 28 – Ingresso Gratuito
Nel cuore verde di Villa Ada – Roma incontra il Mondo, il 18 e 19 luglio 2015 arriva Smart Camp: una no-stop di due giorni di fitta programmazione per scoprire le più interessanti novità in materia di tecnologia, sostenibilità e innovazione culturale…per rendere Roma sempre più smart e a portata di “ambiente”.
Green Technology, nuove frontiere, giovani proposte innovative, buone pratiche ed esperienze eccellenti per regalare al pubblico un assaggio di futuro all’insegna della vivibilità, una finestra sulle potenzialità offerte su qualità della vita, attraverso workshop ludici e didattici, incontri e momenti di confronto aperti a tutti, contest di idee e tanto altro.
Dopo il successo dello scorso anno, con un’edizione che ha coinvolto moltissimi operatori e curiosi, Smart Camp si svolgerà il 18 e 19 luglio nella cornice di Villa Ada e avrà una dimensione nazionale: accoglierà le migliori realtà dell’innovazione del panorama italiano dalla cultura al design, dall’artigianato digitale alla domotica, dall’educational alla ricerca scientifica, dalle energie rinnovabili all’agricoltura sinergica.
Con quattro aree di attività (Talk, Make, Play, Show), con conferenze informali, aperitivi-network, workshop, openlab e speech per incontrare, lavorare e imparare da makers, artigiani digitali, creativi, smart communities, fablab, Smart Camp trasformerà l’isolotto di Villa Ada in uno spazio catalizzatore in grado di produrre uno shock positivo sul pubblico, stimolando suggestioni, dinamiche di creazione, collaborazione e condivisione nella direzione dell’innovazione tecnologica, del design e della smart community.
 “La vita sociale, l’ambiente, la cultura, il lavoro sono ambiti oggi in grande trasformazione, che le nuove espressioni del fare e le nuove forme di collaborazione stanno ridefinendo in un’ottica di compatibilità e sostenibilità” ha dichiarato Walter Celletti, ideatore e coordinatore della rassegna. “Smart Camp è il luogo in cui queste visioni possono esprimersi, raccontarsi, fare pratica, conoscersi e connettersi per attivare nuovi ragionamenti, dar vita a suggestioni, a nuove forme di business”.

Smart Camp sarà presente su web, social network e app grazie alla capacità comunicativa di partner come Funweek.it, tra i principali content provider italiani, supporter sin dalla scorsa edizione.Smart Camp è un progetto nato dall’incontro tra Social Energy, start up innovativa nel settore delle energie rinnovabili e del social innovation, e LSD | Lostudiodorme, laboratorio multidisciplinare di design della comunicazione, in collaborazione con Social Fablab e Vite Culture.
Mediapartner: Funweek.it
Sponsor:
Car2Go, Mercedes, Associazione MEDeMED,Altay Scientific

 

Spotify svela ‘la mappa musicale del mondo’

La mappa analizza circa 20 miliardi di canzoni per mostrare i trend di ascolto localizzati in più di 1.000 città

  • Live map si aggiorna in automatico ogni due settimane e può essere incorporata online

 

 Spotify svela la Mappa Musicale: Città del Mondo – una guida illustrata interattiva su come le persone ascoltano la musica nelle diverse città del mondo. La mappa mostra circa 1000 playlist di città specifiche che riflettono i gusti musicali di ogni singola area. Spotify ha creato la mappa basandosi sulla musica “distintiva” di ogni area – vale a dire quelle canzoni che sono ascoltate di frequente in alcune città e non in altre.

 

La Mappa si aggiorna automaticamente ogni due settimane permettendo agli ascoltatori di viaggiare musicalmente nel mondo e stare al ritmo dello scenario musicale di ogni città. Ogni aggiornamento include l’analisi di circa 20 miliardi di canzoni ascoltate dagli utenti di Spotify.

 

I top trend di ascolto a livello globale mostrati dalla Mappa, rivelano che:

  • Il Mondo ama l’Hip Hop – è il genere più in evidenza nelle playlist, indipendentemente dal luogo geografico o dalla lingua.
  • La componente locale regna – gli artisti locali sono molto più popolari nelle aree in cui vivono e vale per tutti i generi musicali.

Ecco alcuni musicisti di tendenza di oggi tra le principali città degli Stati Uniti:

 

E dalle città del mondo:

 

Gli utenti possono vedere anche una lista semplificata della ‘Mappa Musicale: Città del Mondo’ che include le playlist per tutte le città menzionate: http://everynoise.com/everyplace.cgi. Per maggiori informazioni sulla Mappa Musicale basta visitare Spotify Insights qui.    

La moltiplicazione dei followers su instagram


Ho un account instagram. Non posso dire che lo curo molto: mi piace proprio un casino starci e rigirarci. Ieri pero’ i followers sono aumentati di botto, tipo di settemila. Non è successo solo a me, potete vederlo anche su twitter (tra un po’ di post di spam) e ne abbiamo parlato anche su facebook.
Il fatto è che instagram ultimamente ha tantissimi bug: nel cercare di migliorarlo sta peggiorando avendo più casini di flickr… e dispiace. Sigh.

Dei contratti fotografici (e molti non li leggono, ora ve lo dico lungamente)

Vi racconto una storia molto strana: l’anno scorso ho fotografato due volte Damon Albarn. La prima al Down the rabbit hole, vicino Nijmegen, Paesi Bassi. La seconda all’Exit Festival, Novi Sad, Serbia. Nel primo festival non si firmava nessuna photo release per nessun gruppo. Gli unici che chiesero contratto e lista furono gli MGMT (che non erano neppure headliner). Nel secondo nessuno ha chiesto contratti, solo Albarn. Pensai: certo che è una botta di razzismo vera e propria eh. In tutto questo non ricordo se posso mettere le foto sul mio portfolio o meno, visto che erano relate alla testata per cui le facevo, ma sono su Flickr.

Ieri l’altro a Milano c’era da firmare il contratto per gli Of Monster and Men. Sinceramente mi sto pentendo nel non farmi le copie, ma il mio ottimismo nei confronti delle genti con cui collaboro prevede che se mai avro’ un problema con la mia memoria chiedero’ copia facendo ammenda; gli islandesi pero’ per quanto mi ricordo, oltre alla parte non commerciale molto easy chiedevano che le loro foto non fossero accostate a cose sconvenienti. Una cosa molto carina e rispettosa che vista la mancanza di creanza di molti scattatori purtroppo deve essere nero su bianco (ve lo devo dire io che essendo sulla stessa barca se non ci si aiuta almeno ci dovrebbe essere del leggero rispetto e parlar chiaro?)

Quindi niente cessione totale di diritti per mesi, niente “mandami le foto e vediamo se poi te le approvo”, niente menate assurde. Io finora ho firmato 4 contratti in 3 anni. Mi preoccupa molto la cosa che non mi ricordo le clausole di due, dacché ero giovane e inesperta. Ora vi parlero’ del caso di Taylor Swift e vi diro’ brevemente su cosa dovete puntualizzare affinché per aver messo su instagram, facebook o portfolio una foto che avete scattato (magari come ho sentito altri fotografi a Milano: gratis, per magazine che vengono anche distribuiti cartacei, senza mezzo rimborso spese e con le foto entro 24h) non è vostra ma anzi potreste anche pagare una penale per averlo fatto.

Parlavamo di Taylor Swift.

Io capisco: è figa, e non vi curate delle foto finché non arriva qualcuno (grazie, compagni irlandesi e canadesi per essere nella lotta) che vi dice “io il concerto te lo racconto, ma non ci sono foto perché mi chiedevano anche il sangue per farle. Se ne hai una scattata dal tuo iphone mentre eri nella folla, mandamela pero'”

There goes the quality and the professionism.

Tutto è partito da Jason Sheldon, che si è preso una bella carrellata di merda per questo post sul suo blog. Jason brevemente ha detto che la Swift era ipocrita perché chiedeva ad Apple cose che invece non rispetta nei suoi contratti fotografici con gli artisti. Molti hanno detto che in questo modo si è bruciato (anche se diventi inviso a una label o a un management non credo che il mondo finisca: è pieno di artisti validi, intelligenti e belli da scattare), i fan non avevano capito il suo punto di vista come tutta la gente che commenta spesso su internet. Il fatto è che ha avuto il coraggio di dirlo pubblicamente, e per questo tanto di cappello. E se inizialmente alcuni avevano messo l’accento sul “si possono usare una volta” è perché il contratto sharato era quello vecchio: quello nuovo prevede anche la distruzione di cellulare, sd card e attrezzatura del fotografo se contravviene alla regola dello scattare le canzoni due e tre senza flash.

In pratica Buzzfeed ha raccolto molto, ma trovate cose anche qui su bbc, su cos, e un bel post che riassume anche commenti di molti fotografi.

Per inciso un portavoce della Swift ha tentato di metterci una pezza, ma peggio di un politico ha risposto totalmente a vanvera. E Sheldon ha dato lo stesso una buona risposta. Non sono arrivate altre repliche perché… cosa interessa ad una grande star dei piccoli artisti?

Visto che tutti i media italici hanno riportato solo la cosa di Apple… beh, magari fatevi un’idea anche su questo.

Non stiamo demonizzando solo la Swift eh, che cosi’ sembrerebbe che rosico perché limona Calvin Harris. Anche il contratto di una band che amo come i Foo Fighters non è poi cosi’ bello (alla faccia di te, ho uno screenshot, che avevi scritto che ti fanno schifo ma vuoi fotografarli. Magari renditi conto del contrattino che devi firmare, se sarà lo stesso anche cosi’ in Europa.

Poi è successo che alcuni, come Michael Franti, non sapevano che esistessero contratti. E quindi? Quindi anziché non fare gruppo e contare i pixel l’uno a l’altro, lamentarsi di scarso professionismo prima si dovrebbe fare blocco verso chi non ti paga ma ti sfrutta, verso chi vuole farti firmare contratti cedendo la tua arte ma piangendo se mai qualcuno scarica un suo mp3. Ma forse chiedo troppo. Siate consapevoli, almeno. Il punto è che ad esempio in Norvegia non ci sono più contratti: fotogiornalisti con il loro, sic, sindacato/federazione si sono messi a fare il blocco e non c’è più niente da firmare dopo che sono andati deserti senza copertura mediatica alcuni concerti. Fare lo stesso, mettersi d’accordo senza farci la forca e autolimitando comportamenti (anche di alcuni altri fotografi male educati nello scattare: ce ne sono eh) sarebbe molto bello.

Vivian Maier, dal 10 luglio al MAN di Nuoro

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Dopo gli Stati Uniti il fascino di Vivian Maier sta incantando l’Europa.
Bambinaia per le famiglie benestanti di New York e Chicago sino dai primi anni Cinquanta del secolo scorso, per oltre cinque decadi ha fotografato la vita nelle strade delle città in cui ha vissuto senza mai far conoscere il proprio lavoro. Mai una mostra, neppure marginale, mai una pubblicazione.
Ciò che ha lasciato è un archivio sterminato, con più di 150.000 negativi, una miriade di pellicole non sviluppate, stampe, film in super 8 o 16 millimetri, registrazioni, appunti e altri documenti di vario genere che la tata “francese” (la madre era originaria delle Alpi provenzali) accumulava nelle stanze in cui si trovava a vivere, custodendo tutto con grande gelosia.
Confinato infine in un magazzino, il materiale è stato confiscato nel 2007, per il mancato pagamento dell’affitto, e quindi scoperto dal giovane John Maloof in una casa d’aste di Chicago.

La mostra al MAN di Nuoro, a cura di Anne Morin, realizzata in collaborazione con diChroma Photography, sarà la prima di Vivian Maier ospitata da un’Istituzione pubblica italiana.
Partendo dai materiali raccolti da John Maloof, il progetto espositivo fornisce una visione d’insieme dell’attività di Vivian Maier ponendo l’accento su elementi chiave della sua poetica, come l’ossessione per la documentazione e l’accumulo, fondamentali per la costruzione di un corretto profilo artistico, oltre che biografico.
Insieme a 120 fotografie tra le più importanti dell’archivio di Maloof, catturate tra i primi anni Cinquanta e la fine dei Sessanta, la mostra presenta anche una serie di dieci filmati in super 8 e una selezione di immagini a colori realizzate a partire dalla metà degli anni Sessanta. Privi di tessuto narrativo e senza movimenti di camera, i filmati fanno chiarezza sul suo modo di approcciare il soggetto, fornendo indizi utili per l’interpretazione del lavoro fotografico.
Gli scatti degli anni Settanta raccontano invece il cambiamento di visione, dettato dal passaggio dalla Rolleiflex alla Leica, che obbligò Vivian Maier a trasferire la macchina dall’altezza del ventre a quella dell’occhio, offrendole nuove possibilità di visione e di racconto.
La mostra sarà inoltre arricchita da una serie di provini a contatto, mai esposti in precedenza, utili per comprendere i processi di visione e sviluppo della fotografa americana.

A conquistare il pubblico, prima ancora delle fotografie, è la storia di “tata Vivian”, perfetta per un romanzo esistenziale o come trama di una commedia agrodolce; talmente insolita, talmente affascinante, da non sembrare vera.
Ma al di là del racconto, al di là delle note biografiche, dei piccoli grandi segreti rivelati dalle persone che l’hanno conosciuta, al di là del suo ritratto di donna eccentrica e riservata, dura e curiosa come pochi altri, custode di un mistero non ancora svelato, al di là di tutto c’è il grande lavoro fotografico di Vivian Maier, su cui molto rimane ancora da dire.
Vivian Maier ha scattato perlopiù nel tempo libero e a giudicare dai risultati si può credere che, in quel tempo, non abbia fatto altro. I suoi soggetti prediletti sono stati le strade e le persone, più raramente le architetture, gli oggetti e i paesaggi.
Fotografava ciò che improvvisamente le si presentava davanti, che fosse strano, insolito, degno di nota, o la più comune delle azioni quotidiane. Il suo mondo erano “gli altri”, gli sconosciuti, le persone anonime delle città, con cui entrava in contatto per brevi momenti, sempre mantenendo una certa distanza che le permetteva di fare dei soggetti ritratti i protagonisti inconsapevoli di piccole-grandi storie senza importanza.
Ogni tanto però, in alcune composizioni più ardite, Vivian Maier si rendeva visibile, superava la soglia della scena per divenire lei stessa parte del suo racconto. Il riflesso del volto su un vetro, la proiezione dell’ombra sul terreno, la sua silhouette compaiono nel perimetro di molte immagini, quasi sempre spezzate da ombre o riflessi, con l’insistenza un po’ ossessiva di chi, insieme a un’idea del mondo, è in cerca soprattutto di se stesso. In questa indagine senza fine talvolta coinvolgeva anche i bambini che le venivano affidati, costringendoli a seguirla in giro per la città, in zone spesso degradate di New York o di Chicago. A uno sguardo sensibile e benevolo per gli umili, gli emarginati, univa una vena sarcastica, evidente in molti scatti rubati, che colpiva un po’ tutti, dai ricchi borghesi dei quartieri alti agli sbandati delle periferie.

“Di Vivian Maier – afferma Lorenzo Giusti, Direttore del MAN – si parla oggi come di una grande fotografa del Novecento, da accostare ai maestri del reportage di strada, da Alfred Eisenstaedt a Robert Frank, da Diane Arbus a Lisette Model. Le grandi istituzioni museali fanno però fatica a legittimare il suo lavoro, vuoi perché, in tutta una vita, non ebbe una sola occasione per mostrarlo, vuoi per la diffusa – e legittima – diffidenza verso l’attività degli “hobbisti”. Ma i musei, si sa, arrivano sempre un po’ in ritardo.
Delle opere di Vivian Maier non colpisce soltanto la capacità di osservazione, l’occhio vigile e attento a ogni sensibile variazione dell’insieme, l’abilità di composizione e di inquadramento. Ciò che più impressiona è la facilità nel passare da un registro all’altro, dalla cronaca, alla tragedia, alla commedia dell’assurdo, sempre tendendo saldamente fede al proprio sguardo. Una voce rimasta per molto tempo fuori dal coro, ma senza dubbio ben accordata”.

Info:
MAN Museum via S. Satta 27- 08100 Nuoro
tel. +39 0784 25 21 10
opening hours: 10 AM – 1 PM | 3 PM -7 PM closed Monday
www.museoman.it

FestivalFilosofia 2015: le sfide della trasmissione culturale

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Nelle piazze e nei cortili del festival si discuterà di tempo e memoria, rapporti tra generazioni e crisi della trasmissione, patrimonio culturale e debito, senza dimenticare che ereditare significa lascito per l’avvenire

Il nostro tempo è reso inquieto dal senso di una interruzione di continuità culturale che pare spezzare la catena tra le generazioni ed erodere ogni forma di trasmissione. L’articolazione tra passato, presente e futuro ha perduto evidenza, mentre l’accelerazione, trainata dalle tecnologie, genera uno squilibrio tra esperienza e attesa che ci rende “prigionieri del presente”, tanto ansiosi di previsioni e innovazioni, quanto preoccupati di conservare la tradizione.
       A partire dall’analisi dell’esperienza del tempo e della memoria culturale, il lavoro dell’edizione fornirà riflessioni per riformulare l’opposizione tra tradizione e innovazione, eredità e cambiamento, autonomia individuale e retaggio.
       Strutturato per gruppi di questioni, il programma filosofico porterà pertanto in primo piano un lessico concettuale a più voci dove si confronteranno prospettive filosofiche plurali e anche divergenti.
1. Il senso del tempo
       La prima pista apre il cantiere del tempo e della memoria come orizzonte nel quale far emergere i rapporti tra passato, presente e futuro. François Hartog mostrerà come nell’attuale “regime di storicità” viga un primato del presente per cui ci si accosta al passato non per segnarne una distanza storica, ma per farne un uso sociale. Remo Bodei (Presidente del Comitato scientifico del festivalfilosofia) mostrerà d’altro canto la natura paradossale tra le dimensioni del tempo, sottolineando come l’idea cumulativa e progressiva sia solo una tra tante, perché spesso il tempo non passa (ad esempio in molti fenomeni psichici) o viceversa è elastico e sovrappone le sue dimensioni, come quando si progetta un futuro o si modifica l’effetto di un passato, ad esempio perdonando o riconciliandosi. Anche la meccanica quantistica, di cui discuteranno Mauro Dorato e Vincenzo Barone, propone un modello per il quale il tempo con le sue dimensioni è un’illusione, inesistente in natura, segnalando così una sfasatura tra il tempo della fisica e quello dell’esistenza (in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare).
       Su un piano più politico e antropologico, l’assottigliamento del rapporto col passato è evidente nell’interconnessione istantanea della rete, in cui le esperienze cosiddette social sembrano in realtà essere forme di solitudine, come segnaleranno in un dialogo Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro.
       Benché si dia senso culturale del tempo solo entro configurazioni collettive, esse si ripercuotono sulle esperienze individuali e mobilitano speciali virtù, che declinano la condotta in relazione al tempo. Una di esse è certamente la “perseveranza” di cui tratteràSalvatore Natoli.
2. Generazioni
       Al cuore dell’esperienza contemporanea vi è la percezione di una crisi nei rapporti tra generazioni, qualitativamente diversa dai conflitti e dalle “incomunicabilità” che pure hanno segnato in passato il rapporto tra giovani e adulti: prefigura invece una vera e propria interruzione nella trasmissione sociale. Si è peraltro di fronte a generazioni i cui confini sono mobili e inediti, perché le “età della vita” sono cambiate rispetto alla concezione classica: ne parlerà Remo Bodei, mentre Umberto Galimberti si soffermerà su una tra le più enigmatiche (e più nuove) di esse, ossia l’adolescenza. L’urgenza della questione spinge d’altronde ad appellarsi a un nuovo “patto generazionale”, come farà Gustavo Zagrebelsky. In casi eccezionali ma, proprio per questo, significativi, il patto implicito decade e l’eredità non viene raccolta, anche in senso proprio, legale, come accade con i “beni vacanti” di cui Jean-Luc Nancy propone un’interpretazione filosofica.
       Tra le soglie che è necessario varcare nel percorso della vita, Umberto Curi privilegerà il “diventare maggiorenni”, inteso kantianamente come una conquista di autonomia che presuppone l’uccisione del padre e l’emancipazione dalla tradizione. Viceversa, Marco Aime sottolineerà la novità della condizione contemporanea, nella quale la crescita e la maturazione paiono venire richieste senza il sistema di riti di passaggio che in altre culture e in passato segnava la transizione tra le varie fasi della vita.
       Sospesa tra natura e cultura, la catena delle generazioni è organizzata da un lato dall’ereditarietà genetica che presiede alla trasmissione dei caratteri, di cui discuterà Edoardo Boncinelli, mentre dall’altro storicamente esprime differenti relazioni tra generi e generazioni: alle trasformazioni della famiglia contemporanea dedicherà il suo intervento Chiara Saraceno. Entro di essa prendono forma nuove esperienze simboliche e nuovi ruoli sociali, come nel caso delle madri (analizzate da Massimo Recalcati) e dei nonni (su cui si soffermerà Silvia Vegetti Finzi).
       Il tema culturale della filiazione, cardine del rapporto tra generazioni, si inscrive anche entro un contesto teologico e biblico: Massimo Cacciari ne discuterà lo statuto storico e filosofico in un confronto tra interpretazioni.
3. Trasmettere-apprendere
       Per garantire la propria continuità, le culture hanno elaborato molteplici meccanismi di trasmissione, tanto intellettuali, quanto pragmatici, tanto intenzionali, quanto involontari. Il terzo nucleo del programma filosofico è dedicato proprio ad articolare questo insieme di modi del trasmettere e dell’apprendere, partendo dalla constatazione che lo scenario contemporaneo offre due sfide alla trasmissione, dovute da un lato alla globalizzazione e dall’altro all’accelerazione. Della prima, e della necessità di una compiuta educazione al globalismo, si occuperanno Zygmunt Bauman e Christoph Wulf (quest’ultimo sottolineando come la diffusione di un “patrimonio culturale immateriale” possa favorire l’intercultura). Della seconda, per sottolineare come i processi neurofisiologici del cervello indichino una fondamentale “lentezza” riflessiva del pensiero umano, tratterà invece Lamberto Maffei.
       Nel processo di tramissione è in gioco innanzitutto la questione stessa della verità, di cui si occuperà Nicla Vassallo mostrando come la testimonianza sia centrale nella trasmissione del sapere. Medium cruciale di trasmissione, luogo di scelta per antonomasia, sistema di ricordo e, per contro, strumento che determina l’oblio del “fuori testo” è certamente la scrittura, la cui esperienza sarà al centro dell’intervento di Marc Augé, che è membro del Comitato scientifico del festivalfilosofia. Complesso sistema di negoziazione, essa implica comunque sempre un trasferire (tradere) che ammonta anche a un atto di traduzione, come mostrerà Tullio Gregory, anch’egli membro del Comitato scientifico del festivalfilosofia.
       Tra le modalità con cui si trasmettono valori, capacità e saperi, una è quella che presceglie un maestro da seguire, di cui è modello la sequela di Gesù discussa da Enzo Bianchi. Altre forme più orizzontali e cooperative saranno discusse da Richard Sennett in una disamina delle culture del lavoro. Talvolta il maestro, con il suo esempio, può insegnare anche l’arte della disobbedienza al potere, come ha fatto Socrate, divenuto un modello della resistenza etica contemporanea (ne parlerà Simona Forti).
4. Cultural Heritage
       Il lavoro di plasmazione del passato, nel quale esso viene valutato per farne un modello canonico e viene selezionato per stabilire cosa debba venire conservato, è evidente nel concetto di “patrimonio culturale” e nelle politiche che esso implica. È questo l’insieme di questioni sollevato dalla quarta pista tematica del programma.
       Premessa teorica generale è l’idea di “memoria culturale” avanzata da Aleida Assmann, che illustrerà il funzionamento del ricordo collettivo; talora, come le farà eco Jan Assmann, nella forma di un ritorno del rimosso (emblematico il caso della ripresa mosaica del culto monoteistico, promosso originariamente dal faraone Akhenaton, ma poi cancellato dalla memoria egizia).
       Da questa mossa discendono una serie di aspetti, tra i quali l’idea che la memoria è sempre mediatizzata, essendo di per sé un medium (ne discuterà Paolo Jedlowski), e che la cultura e il tempo possono rendere i singoli inconsapevoli del contenuto di verità di quanto ricordano e testimoniano, come mostrerà Gianrico Carofiglio in un intervento a partire dal campo letterario e dall’esperienza del legal thriller.
       Mai passivamente ricevuta, ma sempre continuamente reinventata, la tradizione non può dunque mai essere letta semplicemente come una difesa delle radici (Maurizio Bettini discuterà gli abusi della memoria pubblica connessi a questa metafora). A volte, anzi, il superamento delle tradizioni ereditate diventa occasione per recuperare potenzialità perdute, come mostrerà Alberto Melloni parlando delle nuove forme d’amore possibili a seguito della crisi del matrimonio istituito con il Concilio di Trento.
       Anche il patrimonio storico-artistico, in cui si condensano spesso le più solide istanze di identità collettiva e nazionale, non può sfuggire alla necessità di ritrovare una «significazione contemporanea» che ne valorizzi l’utilità pubblica (come mostrerà Simone Verde). Ciò anche accogliendo la sfida delle nuove tecnologie e cogliendone l’opportunità, come per esempio nel caso della digitalizzazione dei beni librari, di cui Robert Darnton discuterà le prospettive relative all’accesso al sapere e ai processi di democratizzazione.
       Non solo processo mentale, la dimensione inventata delle tradizioni è evidente anche nel contesto materiale delle politiche urbanistiche e architettoniche, come mostrerà Livio Sacchi discutendo il caso emblematico della islamizzazione dell’architettura contemporanea nei Paesi arabi.
5. Debito
       La quinta pista tematica parte dal riconoscimento che l’eredità si configura spesso come un debito, non solo economico ma di vita, spesso inestinguibile, per cui non si può mai restituire (al passato o ai genitori) tutto quel che è servito per renderci ciò che siamo.
       Roberto Esposito traccerà i contorni fondamentali di questo tema mostrando il nodo teologico-politico che lega il debito alla colpa e che apre la possibilità di un dominio sulla vita di cui c’è ancora traccia nell’attuale scenario economico. Da una prospettiva più propriamente antropologica, Pier Giorgio Solinas mostrerà come il debito preceda il denaro perché è incluso in quell’azione simbolica rituale che indica l’indebitamento della vita nei confronti della morte. Analogamente, ma situandosi nel campo della scrittura, Carlo Sini sosterrà che essa comporta un debito costitutivo, che la pura volontà di verità non può mai “corrispondere”. Sarà Federico Rampini (nella Lectio Rotary) a discutere il rapporto tra moneta e debito e le conseguenze della crisi economica, tanto nella finanza, quanto per la vita quotidiana.
       I debiti col proprio passato, nonché la necessità di farci i conti per riconciliarsi con se stessi, saranno invece il tema dell’intervento diMichela Marzano.
6. Ereditare il pianeta
       Solo un’illusione ottica ci fa pensare che l’eredità abbia a che fare con il passato, mentre essa invece riguarda prevalentemente l’avvenire, come è evidente nel caso della responsabilità collettiva per la salvaguardia del pianeta, da consegnare in lascito alle generazioni future. È questo il sesto nucleo tematico del programma.
       Responsabilità di tutti, il pianeta è prima di tutto un bene comune, il cui ecosistema climatico deve essere tutelato mettendo a frutto le acquisizioni della meteorologia e delle scienze del clima, di cui parlerà Costante De Simone.
       Per questa sua caratteristica, non può essere posseduto da alcuni, né la terra può essere vincolata a brevetti sulla semina: Vandana Shiva sosterrà in questa chiave i diritti di libertà per tutti i coltivatori. Per converso, Stefano Rodotà mostrerà che altrettanto universale è il diritto al cibo, perché attraverso l’accesso all’alimentazione passa la definizione stessa di dignità e cittadinanza.
       In confronto con il pensiero cinese antico, François Jullien mostrerà d’altro canto come il nutrimento vitale si riferisca a un processo che oltrepassa la dicotomia tra anima e corpo.
      
7. La lezione dei Classici
       Completerà il programma filosofico la sezione “Lezione dei classici”, secondo la formula sperimentata con successo a partire dal 2009: grandi interpreti del pensiero filosofico discutono le opere che hanno maggiormente segnato la riflessione sul tema dell’ereditare.
       Mario Vegetti commenterà l’Apologia di Socrate di Platone per fare emergere come, in questo processo a un maestro, emerga un paradigma nel rapporto tra il filosofo e la città.
       La Fisica di Aristotele sarà discussa da Enrico Berti per mostrare come in quest’opera si definisca una dottrina del tempo che, mettendo a tema la sua relazione con l’anima, prepara le condizioni per immettere nel campo della memoria. A una concezione della memoria di lunghissima durata nella storia della filosofia, quella presentata nelle Confessioni di Agostino, sarà quindi dedicata la lezione diMaria Bettetini.
       Gli esiti contemporanei della riflessione su tempo, storia e memoria saranno meglio comprensibili focalizzando l’attenzione sull’opera di Nietzsche Sull’utilità e il danno della storia per la vita (commentata da Marco Vozza), dove si trova forse la più potente critica della rappresentazione monumentale del passato. Rocco Ronchi si concentrerà viceversa su Materia e memoria di Henri Bergson, per ricostruirne l’idea di «durata creatrice», mentre Donatella Di Cesare discuterà Essere e tempo di Martin Heidegger, ossia l’opera che ha posto la temporalità al cuore del discorso filosofico novecentesco.
       La costruzione culturale della testimonianza e il rischio che i suoi «stereotipi» ne minino la funzione è uno dei temi de I sommersi e i salvati di Primo Levi, che verrà discusso da Marco Belpoliti.

Infoline: Consorzio per il festivalfilosofia, tel. 059/2033382 e www.festivalfilosofia.it

FestivalFilosofia 2015: prigionieri del presente

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Da venerdì 18 a domenica 20 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo quasi 200 appuntamenti fra lezioni magistrali, mostre, concerti, spettacoli e cene filosofiche. Tra i protagonisti Bodei, Bauman, Cacciari, Galimberti, Recalcati, Rodotà, Augé, Bauman, Nancy e Sennett

Dedicato al tema ereditare, ilfestivalfilosofia 2015, in programma aModena, Carpi e Sassuolo dal 18 al 20 settembre in 40 luoghi diversi delle tre città, mette a tema la diffusa percezione che si sia interrotta una continuità culturale, tanto nei rapporti tra le generazioni, quanto nella trasmissione dei saperi e dei valori. La quindicesima edizione del festival prevede lezioni magistrali, mostre, spettacoli, letture, giochi per bambini e cene filosofiche. Gli appuntamenti saranno quasi 200 e tutti gratuiti.
Il festival, che negli ultimi due anni ha superato le 200mila presenze, è promosso dal “Consorzio per il festivalfilosofia”, di cui sono soci i Comuni di Modena, Carpi e Sassuolo, la Provincia di Modena, la Fondazione Collegio San Carlo di Modena, la Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi e la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.
Piazze e cortili ospiteranno oltre 50 lezioni magistrali in cui maestri del pensiero filosofico si confronteranno con il pubblico sulle varie declinazioni contemporanee dell’ereditare: dagli attuali cambiamenti nelle forme della trasmissione culturale, ai mutati rapporti fra le generazioni; dal ruolo del patrimonio storico-artistico per la memoria all’urgenza educativa, nella scuola e non solo; dallo statuto – anche economico – del debito, alle frontiere dell’ereditarietà genetica, fino alla responsabilità verso le generazioni future che erediteranno il pianeta.
Quest’anno tra i protagonisti si ricordano, tra gli altri, Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Gianrico Carofiglio, Roberto Esposito, Umberto Galimberti, Tullio Gregory, che fa parte del Comitato scientifico del Consorzio, Michela Marzano, Salvatore Natoli, Federico Rampini (lectio Rotary), Massimo Recalcati, Stefano Rodotà, Chiara Saraceno, Carlo Sini, Gustavo Zagrebelsky e Remo Bodei, Presidente del Comitato scientifico del Consorzio. Nutrita la componente di filosofi stranieri: tra loro i francesi Jean-Luc Nancy, François Hartog, François Jullien e Marc Augé, che fa parte del comitato scientifico del Consorzio; i tedeschi Aleida Assmann, Jan Assmann e Christoph Wulf, i britannici Zygmunt Bauman e Richard Sennett, l’americano Robert Darnton, l’indiana Vandana Shiva.
Il programma filosofico del festival propone anche la sezione “la lezione dei classici”: esperti eminenti commenteranno i testi che, nella storia del pensiero occidentale, hanno costituito modelli o svolte concettuali rilevanti per il tema dell’ereditare, dalla lezione di disobbedienza di Socrate alla dottrina del tempo di Aristotele e a quella della memoria di Agostino. Per misurare la rilevanza del tema nell’epoca contemporanea cruciale è lo snodo di Sull’utilità e il danno della storia per la vita di Nietzsche, così come Materia e memoria di Bergson con la sua concezione della durata. Se Essere e tempo di Martin Heidegger pone la temporalità al cuore del discorso filosofico novecentesco, I sommersi e i salvati di Primo Levi passa contropelo gli stereotipi della testimonianza.
Mentre le lezioni magistrali sono il cuore della manifestazione, un vasto programma creativo, in via di definizione, coinvolgerà narrazioni e performance, musica e spettacoli dal vivo, di cui saranno come d’abitudine protagonisti alcuni beniamini del pubblico. Non mancheranno i mercati di libri e le iniziative per bambini e ragazzi.
Una trentina le mostre proposte in occasione del festival, tra cui una personale di Carlo Mattioli e una di Franco Guerzoni (con il sostegno del Gruppo Hera), una grande collettiva di arte contemporanea, soprattutto americana, una sulle recenti acquisizioni nelle collezioni fotografiche di Fondazione Fotografia, una sui processi di industrializzazione alimentare per come sono rappresentati nelle figurine, una sul progetto perduto per la Collegiata di Carpi, e una sugli scavi del Tempio di Minerva a Montegibbio presso Sassuolo.
E, accanto a pranzi e cene filosofici ideati dall’Accademico dei Lincei Tullio Gregory per i circa settanta ristoranti ed enoteche delle tre città, nella notte di sabato 19 settembre è previsto il “Tiratardi”, con iniziative e aperture di gallerie e musei fino alle ore piccole.
Infoline: Consorzio per il festivalfilosofia, tel. 059/2033382 e www.festivalfilosofia.it

I menù filosofici di Tullio Gregory per Festival Filosofia 2015

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Il noto filosofo e gourmet ha ideato un percorso gastronomico che verrà proposto per tre giorni in oltre 70 ristoranti ed enoteche di Modena, Carpi e Sassuolo. Tradizione, ironia e buona cucina ispirano anche la “razionsufficiente”, il cestino del festival per pranzare e cenare a 5.00 euro

Eredità è l’ingrediente principale dei nove “menu filosofici”ideati da Tullio Gregory che verranno proposti dal 18 al 20 settembre in oltre 70 ristoranti ed enoteche di Modena, Carpi e Sassuolo. L’iniziativa, ormai consolidata, sottolinea la centralità del convito nella civiltà umana e ne celebra gli artefici di cucina e di bottega.

Tullio Gregory
firma la sezione “cucina filosofica” del festivalfilosofia fin dalla prima edizione. Già professore di Storia della Filosofia alla “Sapienza” di Roma, fondatore del Centro Studi del Cnr sul Lessico intellettuale europeo, direttore dell’Enciclopedia Italiana di scienze, lettere e arti, edita dall’Istituto Treccani, membro del Comitato scientifico del festivalfilosofia e noto gourmet, Gregory ha ideato menu per pranzi e cene filosofici all’insegna della tradizione e a partire dai prodotti tipici modenesi e della cucina dell’Emilia-Romagna (menu completi e indirizzi dei ristoranti si possono consultare nel sito www.festivalfilosofia.it).
Spiega Gregory: “Approfittando del tema del Festivalfilosofia di quest’anno – ereditare – abbiamo colto l’occasione per rivendicare e riproporre la grande eredità della cultura gastronomica emiliana: di contro alle spume sifonate e alle emulsioni psichedeliche, diffidenti di fronte a incerti itinerari sperimentali, abbiamo voluto affermare la validità di una cultura e di una civiltà che sta a noi conservare e trasmettere con tutti i suoi gesti, sapori e valori”.
Ecco dunque serviti in tavola il principio e fine della gastronomia emiliana, che si concretizzano nel trionfo della pasta sfoglia: dalle lasagne, alle tagliatelle – persino nella torta – senza dimenticare i maccheroni e il risotto, rigorosamente al lambrusco. Si passa poi alletradizioni edeniche, paradiso dei vegetariani, dove si comincia con l’erbazzone e si finisce con le pere, passando dal risotto, tortelli, fagioli e spinaci, tutto declinato in salsa emiliana. Alla via del fuoco non sfuggono faraone, anatre e piccioni serviti come arrosti, ma neppure il riso che viene trasformato in una “bomba”. Le tradizioni perdute ripropongono cibi antichi del territorio, come lo stracotto di somarina o i rognoni al balsamico tradizionale, mentre l’omaggio a Nettuno è dedicato agli amanti del pesce “povero”: ecco le frittelle di baccalà, il pesce gatto in padella e il tonno sapientemente accompagnato da fagioli e cipolla. Ai più golosi si consiglia un intermezzo di sublimazioni tradizionali con delle croccanti fritture alla modenese con calzagatti, carne, verdure, frutta e crema; si passa poi alle tradizioni festive dei tortellini e passatelli in brodo accompagnati dal bollito misto. La tradizione enciclopedica per eccellenza è quella del maiale, servito in tutte le sue declinazioni: gnocco fritto e tigelle con lardo e affettati misti, gramigna al torchio rigorosamente con salsiccia, piedini e guanciale di maiale al lambrusco e salame persino come dolce…ma di cioccolato.
Si chiude con tradizioni della notte, un menu più semplice ma altrettanto saporito pensato per le ore piccole nelle enoteche, dove i pasti sono più rapidi, all’insegna di stria, gnocco al forno, prosciutto e affettati, parmigiano reggiano, pecorini e lambruschi modenesi, per chi è alla ricerca di fugaci ma appetitosi incontri.
Non manca una soluzione veloce ed economica per pranzare e cenare, che permette di seguire i ritmi delle lezioni magistrali e di assaporare piatti e prodotti tipici della provincia di Modena. È la “razionsufficiente”, in vendita a 5,00 euro nei giorni del festivalfilosofia, con tanti mix secondo la fantasia della bottega. Il cestino del pranzo è in vendita a Modena al mercato coperto Albinelli, vicino a piazza Grande, alla Palazzina dei Giardini Ducali (a cura del Consorzio Modena a Tavola), a Carpi al Circolo culturale Mattatoio, vicino a Piazzale Re Astolfo, e a Sassuolo in diversi esercizi tra Piazzale della Rosa e Piazza Garibaldi.

CUCINA FILOSOFICA 2015

1. Principio e fine
Lasagne verdi al forno
Tagliatelle ai funghi
Pasticcio di maccheroni
Risotto al lambrusco con salamella
Torta di tagliatelle

2. Tradizioni edeniche
Erbazzone
Risotto con le verze o Tortelli di erbette
Fagioli in umido
Spinaci al burro e parmigiano
Pere al lambrusco

3. La via del fuoco
Bomba di riso o Maccheroni al pettine
Arrosti misti di faraona, anatra e piccione
Radicchio verde con aceto balsamico tradizionale di Modena
Crostata con amarene brusche di Modena IGP

4. Tradizioni perdute
Cotechino di Modena IGP in galera o Stracotto di somarina
Trippa alla modenese o
Rognoni all’aceto balsamico tradizionale di Modena
Patate lesse di Montese
Mirtillo nero dell’Appennino modenese

5. Omaggio a Nettuno
Frittelline di baccalà
Spaghetti al tonno
Pesce gatto in padella
Insalata di tonno, fagioli e cipolla
Pesche all’alchermes

6. Sublimazioni tradizionali
Gran fritto con calzagatti, verdure, carni, frutta e crema
Tortelli dolci fritti e al forno col “savor”

7. Tradizioni festive
Tortellini o Passatelli in brodo
Bollito misto con purè di patate di Montese, cipolline in agrodolce e salse cotte e crude
Zuppa inglese

8. Tradizione enciclopedica
Tigelle, lardo, gnocco fritto e gnocco ingrassato con affettati misti
Gramigna con salsiccia
Piedini di maiale alla griglia o
Guanciale di maiale al lambrusco
Pote con pancetta e aceto balsamico tradizionale di Modena
Salame di cioccolato

9. Tradizioni della notte – Menù per enoteche
Stria, gnocco al forno e pane comune
Prosciutto di Modena Dop e affettati misti
Parmigiano Reggiano Dop 30 mesi e Pecorini dell’Appennino con marmellata di amarene brusche di Modena Igp
Selezione dei Lambruschi doc modenesi: Sorbara, Castelvetro, Salamino di Santacroce e Modena

QUASI DUE MILIONI DI PRESENZE IN QUATTORDICI ANNI: IL FESTIVALFILOSOFIA DÀ I NUMERI
Un milione e 844 mila presenze dal 2001 al 2014, 2.132 eventi in tutto. Quattordici anni con risultati da record per una grande iniziativa di pedagogia pubblica e di comunicazione moderna dei saperi, che porta la filosofia nelle piazze delle tre città emiliane, con importanti ricadute culturali e sociali, ma anche economiche

Dalle 34 mila presenze del 2001 alle oltre 206 mila del 2014: un pubblico sempre più numeroso per assistere a un programma sempre più ricco. I numeri lo confermano: la prima edizione del festivalfilosofia proponeva 98 iniziative, lo scorso anno – quattordicesima edizione – gli eventi sono stati complessivamente 183 per una manifestazione che ha importanti ricadute non solo culturali e sociali,  ma anche economiche, con un impatto diretto di oltre 3 milioni di euro.
Era il settembre 2001 quando debuttava il festivalfilosofia, il primo caso europeo di festival filosofico in senso proprio. Avviato per iniziativa di un Comitato di Enti locali (i Comuni di Modena, Carpi e Sassuolo, la Provincia di Modena, la Regione Emilia-Romagna) e di due Fondazioni (la Fondazione Collegio San Carlo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena), poi costituitisi in Consorzio per il festivalfilosofia, la manifestazione propone una formula, sostanzialmente inalterata nelle tredici edizioni realizzate, imperniata su un tema che muta ogni anno e ispira tutte le iniziative in programma. Felicità (2001), bellezza (2002), vita (2003), mondo (2004), sensi (2005), umanità (2006), sapere(2007), fantasia (2008), comunità (2009), fortuna (2010), natura (2011), cose (2012), amare (2013), gloria (2014), sono i temi affrontati fino ad ora dal festival: parole che individuano al tempo stesso concetti chiave della tradizione filosofica e questioni calde dell’esperienza contemporanea.
Dalla prima edizione sono stati realizzati 2.132 eventi: tra questi sono ben 586 le lezioni magistrali tenute da 286 filosofi di cui quasi 60 stranieri. Sono proprio le lezioni magistrali il cuore del programma, tenute dai maggiori pensatori contemporanei italiani e stranieri, ciascuno dei quali presenta la propria tesi e risponde a domande del pubblico. A queste dal 2009 si sono aggiunte le lezioni dei classici, in cui studiosi di spicco commentano le opere che hanno costituito modelli o svolte concettuali rilevanti nella storia del pensiero occidentale.
Un vasto programma di iniziative declina poi il tema nei diversi ambiti della creazione, per sottolineare la stretta connessione tra forme dell’esperienza, dell’arte e del pensiero. Fino ad ora sono stati 1.797 gli eventi collaterali come mostre e installazioni (418), letture e conversazioni (103), concerti (165), spettacoli (127), film (195), attività per bambini e ragazzi (422).
Il festival si presenta anche come occasione per condividere i piaceri della buona tavola. Tullio Gregory firma la sezione “cucina filosofica” fin dalla prima edizione: dal 2001 il filosofo e gourmet ha ideato ben 110 menù filosofici a tema.
Quanto ai dati di pubblico, dalle 34 mila presenze del 2001 si è giunti alle oltre 206 mila del 2014, con un totale di oltre 1.800.000 presenze complessive nelle prime 14 edizioni.

I dati qualitativi
, poi, confermano il carattere nazionale e internazionale del festivalfilosofia: oltre la metà dei partecipanti arriva ogni anno da fuori provincia, soprattutto dal centro nord, ma con presenze significative anche dal sud e dalle isole e un numero crescente di presenze dall’estero. In sensibile aumento soprattutto i giovani, che costituiscono ormai quasi il 25% del pubblico. L’età media dei partecipanti è di 44 anni e il livello di scolarizzazione del pubblico risulta molto alto. Quasi il 60% ha una laurea, benché non si tratti di un pubblico di settore: più di una persona su sei non ha mai studiato filosofia, mentre il 30% di chi l’ha studiata lo ha fatto solo a scuola e non all’università.
La permanenza media si attesta intorno ai 2,3 giorni, dunque sono pochi i visitatori che si fermano un giorno soltanto: un partecipante su tre si ferma anche a dormire generando un impatto economico diretto sul territorio di oltre 3 milioni di euro.

Infoline: Consorzio per il festivalfilosofia, tel. 059/2033382 e www.festivalfilosofia.it