Noi con Giulietta siamo arrivati prima, veh.

Paris: Dalida

Non è il periodo giusto per scriverne, ma ho visto che è un’ultimora che non avevo proprio notato benissimo (faceva freddo, come scusa vale?) a Parigi, che per definizia è la città dell’amore, del romanticismo, della cultura, dell’arte e scaramanzie varie.

La capitale francese ha quintali di leggende metropolitane e credenze nate dalla fantasia dei suoi abitanti. Vi ricordate ad esempio cosa avviene per la statua di Victor Noir al Père Lachaise, no? Ecco, ora anche il busto di bronzo di Dalida è diventato un vero e proprio oggetto di culto da quando si è diffusa una singolare diceria. Ma niente di trascendentale eh.
Entrambe le statue sono diventate nel corso degli anni l’oggetto di carezze e palpatine selvagge da parte dei tantissimi turisti che vengono appositamente da tutto il mondo: la leggenda vuole che una carezza alle parti intime della statua di Noir o al seno di quella di Dalida garantiscano un’immediata fecondità.

Infatti vah come le tette della cantante italofrancese sembrano quelle di Giulietta di Verona…

KINGCHAM: il telo sportivo ultra compatto!

Quanto ci ha salvato la vita, a noi che si fa dello sport e si viaggia anche molto, l'avere un telo di microfibra: quella cosa che inizialmente usavano solo i tuffatori e che poi ci siamo accorti tutti quanto fosse comodo, pratico e igienico. Quindi pussa via alle vecchie cose di spugna. E Dechathlon, altra manna dal cielo per noi che facciamo tanto sport ma non ci va di spendere in cose figose perché insomma è sport e non la milano fashion week, ci ha prodotto Kingcham, che è infatti 3 volte più compatto di un asciugamano di spugna, sta nella borsetta, nello zainetto, nel borsone da palestra o nel bagaglio a mano, per seguire tutte le nostre attività in tutta comodità.

Naturalmente i punti di forza sono il prezzo e le dimensioni:

– formato CHAMOISINE (42cm x 55 cm): 3,95€

– formato “classico” ma con fantasie in edizione limitata (80cm x 130cm): 9,95€

– formato XXL ( 110cm x 180cm) : 12,95€

Inoltre c'è un simpatico video che suggerisce anche un po' come usarlo (voi come lo usereste? palestra? piscina? asciugamano di scorta perché quello degli hotel pare che abbia pulito prima i pavimenti? non ridete: a me è successo)

 

 
 

Per scoprire l’intera gamma dei Kingcham è possibile farsi un'idea diretta e visitare il sito http://www.decathlon.it/Comprare/kingcham Ma il mondo Kingcham è anche sui canali social:

Allora? Tutti a comprarlo, su. Poi sopra i cento euro di spesa sul sito internet di Decathlon c'è la spedizione gratis!
 

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Oh, ecco che poi dopo le cose si sanno.

Billie Joe Armstong quindi ha problemi di dipendenza da sostanze. Che poi è sempre una roba generica da dire: anche io ho una forte dipendenza dalla caffeina. Dovete vedermi all’estero quando non c’è una nespresso. Davvero. Qui invece la storia dell’ambulanza dal Marconi in piena mattina e lo squaraus non reggevano. Come giustamente ha detto una mia amica su facebook: “si è mai visto Keith Richards dire _un momento che non posso suonare ché ho il vomitino_?” No. In fondo è quasi anche una roba normale: non è un isterico di merda che butta la chitarra a terra perché lo fanno suonare poco o uno delicato di stomaco. L’avrà solo presa troppa o tagliata male. Fosse l’unico, dici.

Mentre tutto il fandom dei Muse pagherebbe Bellamy affinché tornasse a drogarsi. Cose che uno non si spiega, eh. O forse sì.

In confronto a me la discografia degli SnowPatrol è un discosamba.

Fondamentalmente (mh, inizio periodi alla Carmen Consoli?) il titolo, come sempre, vale più del contenuto. Sto passando un periodo in cui sono molto triste e dove gli attacchi di ansia mi si moltiplicano facilmente.

L’unica soluzione che ho trovato, sinora, è starmene a letto col pupazzo vicino. Solo che penso che se il pupazzo avesse dei maroni li avrebbe avuti pestellati anche lui. L’unica cosa positiva è che invece mangio molto di meno. Quello almeno porta a benefici sull’armadio: ossia tornare a dei pantaloni che tu sai che indossi solo durante questi periodi.

L’altra cosa negativa è che mi cadono molti capelli: ma volge al positivo perché almeno quando sei dentro al letto puoi giocare con palle di crine. Seriamente.

Aggiungiamo che almeno una usciva di casa: ma ora il prezzo della benzina è alle stelle. Insomma, non sto mica dicendo niente di nuovo. Sto unammerda ma rispetto a periodi precedenti lo dico molto meno. In questo, ditelo pure, sono migliorata.

Questa è al solito una nonrecensione ma vi parlo dei Mumford and Sons.

Ho la fortuna di aver ascoltato da diverso tempo (saranno due settimane abbondanti? non ricordo) il nuovo album dei Mumfords, Babel.

Io per i Muse non sono obiettiva, ma credo che quello dei Mumford and Sons sia album dell’anno. Terzo posto poi per quello dei Soulsavers. Così non mi chiedete altro sino a capodanno.

Avevamo il via libera alle recensioni da oggi 20 settembre, ossia una settimana prima dell’uscita del disco. Avevo pensato: oh, mi metto a fare un track to track a modo, ché nessuno lo ha ancora ascoltato. Poi esce il leak e penso: boh, che lo faccio a fare? Quindi prendiamo un altro approccio via. Ho cercato, nella pausa post entusiasmo (entusiasmo? piangevo come un vitello da latte, maiala cane) di capire come siano visti i regazzini dagli altri: in realtà molti di quelli che amano il folk non ne subiscono il fascino, e viceversa chi schifa il genere li trova noiosi. E quindi dove peschiamo quelli che li ascoltano? E’ strano. I Mumford and Sons sono un gruppo trasversale che accoglie persone che non ti aspetti.

Quindi cosa vi si può dire? Che questo è un grande album, quello in cui il gruppo inizia a fare un genere proprio che si distanzia dal folkettone di base: è un album che inizia mettendola giù dura, rallenta per metà, e si riprende nel finale. C’è questa impressione come se loro avessero lì la voglia di fare qualcosa di epico, di dire che nessuno si stia sbagliando a seguirli. Si sente proprio che c’è questa voglia di fare le cose in grosso, al secondo album. Sono dei bimbi ma hanno fatto un album che ha una maturità degna di band più di lungo corso. Ci sono tanti accorgimenti musicali compositivi che però lo fanno suonare come un album fresco ed emozionale. E’ bello, credo, proprio questo: in un’epoca di hipster, fighetti, pogatorifolli c’è questa gente che ti fa ‘ste canzoni strazianti di bellezza che ti trascinano lì e ti inchiodano a terra e ti fanno capire che c’è del bello anche nella merda dei sentimenti contrastanti.

Capisco, dall’altro canto, che il mio giudizio sui Mumford and Sons è viziato dall’averli seguiti crescere. Credo che noi trecento o cosa fossimo lì al Covo per la prima tappa italiana non riusciremo a staccarci facilmente dalla band. Probabilmente perché sentire live la prima volta Little Lion Man con il pavimento che oscilla sotto di te è qualcosa di particolare. Poi rimanere a bocca aperta quando ti suonano non amplificati a 3 metri lì al teatro Romano di Verona (probabilmente era molto che non provavo un’emozione così autentica a un concerto) non è una cosa che ti accade sempre. Quindi non so: prendetemi con le pinze. Ma fossi in voi un ascolto lo darei.

L’album esce in settimana. Se volete farvi un’idea c’è il file sharing. Ma dopo prendetevi il disco fisico.

Ci sono gruppi che vi consiglio tantissimo, da tempo o non.

Il mio amore per i Kaizers Orchestra è difficilmente spiegabile: in una zona dove ovunque è metal crescono ‘sti qui. Ed hanno questo stile caciarone ma con una bella musica sotto. Questo è il singolo della parte terza della trilogia di Violeta Violeta. Non so se sia un bene farvi iniziare da qui, ma capite il potenziale: cercare però gli show live di oltre un’ora e mezza su youtube potrà farvi capire come possano essere loro dal vivo. Una grande band, unica nel loro genere. E se non capite il norvegese… beh, Janove mi disse che era un norvegese un po’ dialettale, il suo. Quindi neanche i compatrioti lo capivano.

Usciti nella shortlist dei Mercury Prize i The Maccabees sono quelli che mi sento di sostenere. Sin dal primo ascolto Ayla mi ha preso tantissimo. Sia perché è ben fatta, sia perché emozionalmente è come un viaggio. Loro però tornano dal vivo sia a inizio Novembre sia come supporto ai Black Keys a Dicembre. Molti di voi sapranno che non amo la voce di Orlandino Weeks ma ecco, nell’ultimo album si sente molto poco. Nonché Orlando secondo me al Frequency ha cantato molto bene. Però se volete conoscerli meglio e siete periti d’inglese potete andare qui alla mia intervista con Hugo White.

 

The Apprentice:il talent show più atteso dell'anno

Molti di voi avranno già visto diversi spot televisivi al riguardo. Particolarmente apprezzata la scelta musicale di quello precedente, visto che era Gold on the ceiling dei Black Keys (scusate, ormai il mio focus è prevalentemente sonoro) ma anche quello di adesso, di the apprentice il nuovo show di cieloè molto particolare: si vedono Flavio Briatore e Donald Trump, omologo dell’imprenditore italiano nella versione americana, che suggerisce come potrà essere il nuovo talent show.

Insomma, spietati a dirsi a vicenda che saranno fuori dalla corsa. Cosa che poi succederà anche ai concorrenti, di sicuro.

Comunque ci siamo, visto che il 18 settembre partirà l’avventura proprio sul canale Cielo (DTT, canale 26 e su Sky, canale 126), in uno show

che metterà a dura prova creatività, intraprendenza e talento manageriale dei candidati assegnando loro sfide sempre più impegnative.

 

 

 

Briatore sarà affiancato da Patrizia Spinelli, da vent’anni suo braccio destro e PR Manager, e da Simone Avogadro di Vigliano, consulente internazionale e vicepresidente di una società operativa nel sud-est asiatico. Ai due spetterà il compito di comunicare al Boss l’andamento delle prove e la capacità dei partecipanti.

Cosa spingerà queste persone a gareggiare accanitamente durante i sei appuntamenti? Beh, una proposta senz’altro allettante: iniziare la propria carriera professionale lavorando a fianco di Briatore in una delle sue aziende, con un ruolo manageriale e uno stipendio a 6 cifre!

E voi, non vorreste essere al loro posto?

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Le primissime impressioni sulla seconda Legge di Bellamy, non picchiatemi.

La cosa che sto per scrivere mi rende un po’ insicura. Stiamo facendo tutti delle somme di questi ascolti che sono una botta e via. Io dal mio canto posso dire che è stato complesso cercare di ascoltarlo sia ricordando le cose da dire sia cercando di soffocare i pensieri da fan. Non sto dicendo ODDIO MI SONO SACRIFICATA.

La cosa bella è che hanno fatto un album che resta molto in testa. Per questo possiamo dire “svolta pop”, visto che negli altri lavori rimanevano meno immediati. Ma non è un album dove si sono imputtaniti. Anzi, c’è una riscoperta di suoni che mancavano da un paio di album. Insomma: uniamo il saper suonare di Absolution con la meticolosità della produzione di The Resistance. Unite che Bellamy si sente il successore di David Bowie (inchino) pur essendo il deficiente che conosciamo e avete The 2nd Law. Un grande album, anche se sono un attimo un po’ più fredda di altri recensori. Perché? Perché sono fan e 4 canzoni le devo ancora un po’ ammortizzare, ma direi che possiamo essere contenti.

Io finito l’ascolto quasi avrei avuto bisogno di una sigaretta, pur non fumando. Continue reading “Le primissime impressioni sulla seconda Legge di Bellamy, non picchiatemi.”

Ho ascoltato il nuovo ciddì dei Muse anche se Warneritalia non mi ha risposto neppure alle mail di "ehi, fate interviste o preascolti?"

Domani vi dovrei fare la rece dell’album. Che ho ascoltato solo una fottuta volta e mentre lo facevo mi obbligavo a non pensare e a non fare spallucce con me stessa ogni volta che sentivo una cosa che mi piaceva o mi faceva ridere.

Certo, ora la cosa l’ho ammortizzata: ma ieri a Milano i tre nostri sorci preferiti li hanno fatti intervistare da CHIUNQUE (eccetto me e gli amici di Troublezine). Noi ci abbiamo provato eh, ma quanto pare il web fa schifo e anche i poracci che fanno in pratica esclusivamente metà degli accessi giornalieri sui propri post dei Muse.

Insomma: ieri rosicavo a manetta. Fino a che gente mi ha promesso che se presente nello stesso suolo potrebbe farmeli incontrare due minuti. Certo, ma io volevo tirare fuori perle da un’intervista. Non le stesse cose ritrite.

Anche perché, tipo, in Svezia -da dove esce l’esibizione sopra- Matteo ha detto ciò.

Il mio sonno notturno è stato turbato dall’immagine del Bellamy in pratiche dominanti orizzontalmente (purtroppo Rigagnolo mi ha fatto una lettura critica del tomo e quindi lo conosco per questo. Non ridevo così dal libro di Melissa P)

Comunque fonti dicheno che la distribuzione sia iniziata oggi. Quindi magari esce il leak. Intanto le mie impressioni sono riassunte qui.

Torniamo coi dolci ungari: Semifreddo alla Gellert

Ingredienti:
12dl. di panna fresca
150g. di marmellata di mirtilli
80g di zucchero
2dl di latte
1/3 di bastoncino di vanilla
2 tuorli d’uovo
Preparazione:
Provvedete innanzitutto ad acquistare in tempo la panna fresca, perchè si può ottenere una buona panna montata solo se precedentemente ha riposato per 10-24 ore nel frigorifero. Passate al setaccio la marmellata di mirtilli perchè non vi rimangono semi o bucce. Se la marmellata fosse troppo dura, diluitelacon poca acqua, perchè abbia una consistenza simile a quella dalla panna acida. Preparate con la crema gialla: cuocete la vaniglia nel latte, lavorate bene con il frullino i tuorli con lo zucchero, aggiungete la farina, un pò di latte e infine mescolando continuamente creerete una crema uniforme. Sistemate il contenitore a bagnomaria e fate cuocere la crema, rimestando continuamente. Montate 8dl.di panna fresca finchè non risulta una neve solida e aggiungetevi con precauzione 80g. di zucchero: insaporite metà di questa panna con la marmellata di mirtilli e l’altra metà con la crema tiepida, aggiungendo però solo a poco a poco la panna, per ottenere una crema uniforme. Rivestite uno stampo rotondo da circa un litro e mezzo (ma con il capo in giù) con la panna ai mirtilli, poi versate nella parte interna il semifreddo di vaniglia in modo da potervi sistemar un bicchiere a forma di cono di circa 2dl. Mettetetutto quanto nel congelatore a 14 gradi sotto zero. Nel frattempo mettete a mollo la gelatina in mezzo dl. di acqua e se dopo mezz’ora si è già gonfiata, rendetela uniforme mescolando sul fuoco basso, aggiungendo eventualmente un cucchiaino di acqua. A seconda del grado di umidità delle visciole al cognac o al rum (senza noccioli) e dellaqualità della gelatina, usate tanta gelatina quanta è sufficiente per avere una gelatina di frutta non troppo dura una volta congelata. Successivamente, fate una salsa di cioccolata secondo la ricetta delle crepes alla Gundel, ma poichè trattiamo di 10 dosi, calcolate un 50% in più di ingredienti. Quando il semifreddo è gelato, togliete il bicchiere e al suo posto versate le visciole tiepide (prima che si congelino) e rimettete nel congelatore. Prima di servire, montate i 4dl. di panna rimanenti, aggiungetevi lo zucchero e lo zucchero vanigliato. Immergete per alcuni secondi lo stampo in acqua bollente, poi sistemate sull’apertura un piatto di vetro e voltando insieme, rovesciate il semifreddo sul piatto e decoratelo con la panna montata servendovi dell’apposita tasca e bocchetta a stella.