Ikeosity.

Ieri, dopo che finalmente ho ripreso possesso di casa mia sgombrando le unità in più da qualche giorno ho scoperto alcune cose.

Fa molto blogger colloquiale.

a) il forno non era pulito. Entro una settimana lo sarà, forse.
b) la maniglia del cassetto delle posate è rovinata. Quasi semimarcita. Ora, se uno va a casa degli altri, sebbene famigliari, e tende a devastarla è bene che la proprietaria della casa che venne occupata prima di sfuriare con il piccoloattiladenoantri lo scriva qui. Ho passato mezz’ora a restaurarla con l’olio apposito. Lo so solo io la fatica che è costata quella maniglia, ecco.
c) la commistione tra pasta corta, lunga e riso. Ossia, la spesa sistemata a caso e io che non ritrovo più nulla.
d) i piatti non divisi per servizio nella vetrinetta ma anzi le cose ammassate a caso (con le caffettiere in mezzo)

La cosa che mi ha fatto esclamare mezzo calendario però è la b.
Io, che ad aprile di due anni fa mi spellai le mani a montare i mobili ikea.
Dovete capirlo, sebbene non resi in quel periodo bene le ansie, dacché avevo la connessione dell’università con la ricciolonabionda che spiava checcazzo scrivessi. Io il trasloco da casa vecchia a quella nuova (circa 800m) l’ho fatto quasi a piedi. Ma il casino fu assemblare su la roba ikea. Anzi, boh. Quale fu il casino maggiore? Dopo aver assemblato 5 moduli Billy, 4 ante, tot pensili da cucina (due messi anche al bagno, con uso pensilebagno ovvio), incollato due cassettiere la cosa più rognosa furono le gambe ai tavoli, se ben ricordo. Ah, che bei ricordi. La cosa peggiore fu avere i lampadari. Ricordo che Fulvio, il cogn… mmm, la dolce metà della sorella del sor Stevetk, datosi che erano i tre di passaggio a Parma si stava quasi offrendo per metterli se avessi avuto con me una collezione di stop a farfalla [poi dici che uno non conosce gente brava]
Il fatto è che prima di metterli su, i lampadari, passarono quasi due mesi.

In compenso nel disimpegno cesso-camera-soggiorno misi un armadio visto alla Mercatone uno. Gli operai della Mercatone uno sono delle teste di cazzo incredibili. Il roscio si incaponì che l’armadio non ci stava e avevo preso male le misure. Io andai a spurare le finestre [dopo che me le avevano sostituite 3 volte, perché avevano rigato i vetri visto che casa mia era usata dal cantiere tutto come deposito] con il vetril. Sennò era la volta buona che scleravo di brutto. Mia madre stava per fare lo stesso, ma lei ci ha maggiore autocontrollo, fece rosolare ben bene nella sua scenata isterica l’idiota (forse fece tutto il teatro per avere una mancia?) e dopo aver tolto le cornici delle porte e aver detto "ma qua non riesce più a spostarlo" e io mi trattenni dal "cazzi mia" e poi disse che piuttosto era meglio se me lo montava in garage, riuscì miracolosaaaamente a sistemarlo come doveva andare. Dopo aver rovinato tutte le maniglie eh. Deve essere un destino di questa casa. In pieno delirio di onnipotenza disse che la roba ikea fa schifo, in fin dei conti chi non conosce la bontà del legno massello mercatoneuno eh.
Appena uscito il roscio pugliese e l’aiutante marocchino mi produssi in una specie di sermone leghista che non sto a riportare.

Però contrariamente a quando presi casa in affitto, con la settimana che passai senza acqua-luce-gas, qui acqua e luce c’erano di cantiere. E trovai anche su quella guida che distribuirono sotto l’egida di Lubrano Antonio un onesto idraulico che fece l’attacco del gas a un prezzo semionesto. Ci venne per sessanta euro, tubo incluso, quando gli altri per meno di centotrentaeuro non spostavano di pezzo il deretano e il tubo dovevo comprarlo da sola.
Poi per mettere lo specchio di sotto, in ingresso, l’idraulico di cantiere passò terrorizzandomi dicendo:
"Lì ci passano i tubi!"
"Lì dove, faccia un segno."
"Eh, giù per di lì."
"Maccazzo, lei me l’ha detto come lì ci passerà la ferrovia. Guardi su, questa è una matita e lei è il responsabile della baracca. Da bravo, indichi dove sono i tubi così non li buco col trapano."
"Ah, e io che ne so."
"Su, ci avrà quell’apposito marchingegno blecendecher che dice ciccio qui ci passano i tubi raus."
"Eh, no, non esiste."
"…"
Chiamai l’idraulico antoniolubranico, che aveva lavorato in Germania per anni e ci aveva anche gli stop a vite tedeschi e l’apposito marchingegno black-and-decker che sente se sotto ci sono i tubi o no.

Poi siccome l’elettricista di cantiere è uno strullo pauroso non mi funzionava il videocitofono.
Il buzurro entrò in casa come se fosse sua e pistolò con l’apparecchio senza cagare anima viva. Poi riuscì di casa mia, io sprangai la porta e lui si incazzò che doveva passare.
"Scusi, ma è casa mia, può ripassare tra due minuti che debbo fare bisogni in bagno e non posso controllare se le smonta qualcosa di valore da casa?"
Capì che forse almeno un grugnito di saluto doveva farlo. Però è un bel rapporto. Una sera venne a suonarmi alla porta di sotto [io non rispondo, ché debbo scendere 17 scalini, poi se non aspetto nessuno mentre ceno non mi alzo, alle 20:30, da tavola ché voglio anche guardare il tg2], però tenne il dito attaccato per dieci minuti. Scesi, e con cordialità che mi contraddistingue gli dissi, scevra di sinonimi:
"Cazzo je dole?"
"Mi apre il vano cantine?"
"Sono la portiera io?"
"Non conosco nessuno."
"Non è colpa mia se sta sul cazzo a tutti, per questa volta le apro appena finisco di mangiare, poi non rompa più il cazzo che ne ho abbastanza di lei, burino."
Dopo cinque minuti era fin troppo cordiale. Io avevo la faccia amichevole di un serial killer in manette.

L’antennista si fa gli acidi. Anziché mettere l’attacco consueto (femmina? maschio? dovrei alzarmi a controllare) lui ha messo l’opposto (quindi maschio o femmina, fate voi). Nonché ha diretto l’antenna verso raitre lombardia. Totale: io non so cosa capiti a Carpi ma so cosa accade a Ghedi.

[poi alcune foto le sto raccogliendo qui]

Le tue tube di falloppio suonerò.

Io le donne non le capisco. Non so, è che poi ci ho amiche donne ganze e fenomenali che esulano dalla donna media e quindi la donna media, quella da rotocalco per capirci e da target medio commerciale, non la capisco.

In pratica avrei tanto da dire, ma sto editando sto post da mezz’ora e mi sembra di non aver detto ancora nulla.

C’è una canzone di Elio che è spettacolare. Una magari è riduttiva. Però vabbè, nella contingenza è una. Poi vi dico, ieri parlavo con un mio amico e, sebbene stimi la sua morosa, lui si ritrovava con messaggi d’ella che si lagnava della sua pesantezza e dolenzia di taluni tessuti corporei. E diceva, perdiananonlapillola, che insomma mancavano dieci giorni al bollino rosso (manco fosse un telefilm zozzo, pure Beautiful tromban come ricci e ci ha il giallo), ossia al giorno che piove.
Inutile dire che da quando stanno assieme quando lui si sente dire "oggi piove" egli guarda fuori dalla finestra e dice "ah, ma da me no, strano ed abitiamo a mezzo chil… ehm, ho capito, scusa.
Tristezza.
Cioè noi donne parliamo incessantemente di sesso, di cazzi e mazzi e ci vergognamo di dire che ci abbiamo le mestruazioni. Che la sequela dal tecnico al colloquiale per me è mestruazioni, ciclo, le mie cose, quell’affare. Non mi son mai sentita in dovere di fare il palloncino tutto rosso come dicevano nella pubblicità dove si gettavano anche col parapendio.

Che poi gli ometti hanno le idee strane, dopo. Le mamme non spiegano loro nulla [sempre per la storia che è una cosa che va tenuta nascosta] e mica tutti cercano su wikipedia. Però il primo anno di università li vedi lì, sul libro a lezione, tra l’imbarazzato e il vago. Però almeno dal secondo semestre puoi vedere il tuo compagno di università e dirgli che ti senti le tette pesanti che ti sembra di essere diventata la Marcuzzi e di averci mezza latteriasoresina appresso, dolori al basso ventre che ti chiedi perché Iddio ti abbia pensato donna e due gambe pesanti che neppure Baldini quando giulivo arrivò al traguardo di Atene se le sentiva così. E lui non ti guarda male. E tu ti sorprendi. E invece sarebbe tutto normale, come dire "eh, ieri ho scatarrato". Perché poi le altre donne parlano tra di loro di altre schifezze poi di questo si omette tutto.

Tipo, quando ero a casa della Thurs dagli ads su gmail ho scoperto ‘sto sito.
Che, ve lo dico, mi inquieta. Cioè, non la storia di mettersi su un imbuto da figa (cit.) [Annina dixit. Ovvero, chiamiamole le cose come sono, sebbene poi lì manchi il buco imbutoso, ma alla fine come dire, mica potevo mettere che a me ricorda uno sturalavandini, sarebbe stato troppo pulp], ma il doverlo disinfettare con l’olio di Tea Tree (Catepol! Io lo uso per l’acne che avevo sulla schiena, quello di Bottegaverde ed è buonissimo) tra gli usi la trovo una cosa un po’ scomoda. Vabbè proteggere la natura, ma a me il non usa-e-getta visto che sono pascolante in un campo dove debbo cambiarmi i guanti da paziente a paziente per buona regola (e non lo fa nessuno) ispira di più rispetto al riciclo. E allora sennò torniamo ai fazzolettoni di cotone come li usavano le nostre mamme e nonne.
Ma a me usare ‘sto coso che ha anche le taglie e che viene pubblicizzato dicendo:
"Inizialmente potresti pensare che l’idea di una coppetta mestruale sia un po’ strana, addirittura fastidiosa. Magari credi anche che sia poco pratica o non igienica?
(certo, perché già non basta farle bollire le cose. Io da dopo l’esame di Microbiologia mi lavo le mani 18 volte al giorno e so che pure nell’acqua del rubinetto ci sono microrganismi su cui pure House ci ha fatto un intera puntata su un caso clinico, eccheccazzi)
Sappi che questa prima reazione è normale. La maggior parte delle donne è cresciuta in un’epoca in cui non esistevano alternative ai prodotti per uso mestruale usa e getta, e questo ha influenzato molto il nostro modo di approcciare l’argomento.
L’idea di sperimentare nuovi prodotti, soprattutto in una sfera così intima, può causare timori e dubbi. Ma gli aspetti positivi della coppetta sono troppi per essere ignorati!"
Io vi dico perché non potrei usarli: mi scordo. Normalmente mi scordo che debbo anche cambiarmi assorbente, figuriamoci sti cosi qua inseriti dentro. Tolto il tappo dopo avrei una marea che neppure Mosé e la Protezione civile mi salverebbe.

Ostentando sicumera una mazza.
Ricordo il mio prof di Istologia, lui che è tutt’ora anche un ginecologo. Lui aveva idee strane sulle donne, perché giustappunto si riferiva a tutte le donne medie che poi vanno dal ginecologo e pensano che le mestruazioni si estrinsechino nello sfaldamento dei propri ovuli anziché nell rinnovamento del futuro habitat dove andrà ad azzeccarsi l’embrione felice e contento alla vostra parete uterina. Lui, il prof, diceva che se le donne controllassero la filamentosità del muco cervicale potrebbero risparmiare sui contraccettivi, però le donne piuttosto che fare queste cose [io la trovo una perdita di tempo, ricordo il mio incipit del ciclo mestruale, ovvero il primo giorno delle mestruazioni, da quando ce le hanno le mie amiche. Io mica posso perder tempo a segnare queste cose. Anzi, al massimo me ne accorgo perché quattro-cinque giorni prima prendo 3-4 chili.] preferiscono mettersi in borsetta il diaframma e usarlo solo quando praticano. Giuro che ha detto così.
Lui una volta disse che le donne non dovrebbero fare il medico perché durante quei giorni sono irritabili e non lavorano. Io gli dissi che beccare un uomo a cui giran i coglioni perpetuamente allora è pure peggio. Pareggio e le folle che mi acclamavano.

Diciamolo, se il cagare in pubblico non l’abbiamo più fatto per il pudore medievale, e perché, diciamolo, magari non è così piacevole sentire puzza di sciolta del vicino di tazza, ora perché dobbiamo vederci la Yespica col culo di fuori ed evitare di parlare che noi si ha le mestruazioni circa una volta al mese?
Che a me, quando sballano e vengono una volta ogni 25 giorni causa stress è una gigantesca rottura di palle, o di tamponi fate voi.

Cooperative rosse.

Io ci ho sempre avuto idee strane in testa, perché se le cose non mi tornano le devo per forza far tornare.
Questa era una cosa bellissima per matematica e chimica perché il metodo Fiorinì, ossia te lo faccio tornare apposta a volte serve.

Quindi io avevo risolto in modo fantasioso un dubbio che non doveva attanagliare alcun bambino: Babbo Natale e/o la Befana, esistono?

Per me inizialmente non potevano esistere. Insomma, mica potevano averci spie ovunque, io non scrivevo la letterina e sicuramente quindi dialogavano con i miei genitori.
La prima spiegazione plausibile fu che le aziende di giocattoli producevano in surplus e verso Natale davano più giocattoli a basso costo o quasi gratis a questa fantomatica organizzazione Babbonatalesca, che siccome girando vedevo tanti babbonatali di diverse taglie avevo capito che quelli vestiti di rosso erano dei co.co.co.

Poi arrivai dopo un paio di Natali alla versione definitiva: Babbonatale o la Befana non esistevano come figura in se ma in realtà erano, diciamo, una organizzazione per mezzo della quale i genitori demandavano i regali ottenendo prezzi di favore e poi le facevano distribuire da tizie vestite da anziane per l’occasione o tizi vestiti da anziani rossi per l’occasione.
Il problema è che proprio non mi ritornava la storia del gratis, quindi sì, all’inizio pensavo che i genitori mettessero una quota, poi direttamente che fosse un servizio pagato dai genitori per mantenere il tutto.
Poi, mica potevano entrare in casa senza chiavi.

Non saprei, era grave?

La bionda e la bruna.

Ossignore (cit.)
Sentivo pocanzi Mastrota pubblicizzare le poltrone Globalrelax Vivere, Dynasty e Beautiful [Madonninasanta, ma si può? non c’è un codice di autoregolamentazione sulla decenza? Suvvia] e mi è sovvenuta una cosa della quale volevo scrivere da tempo. Me l’ero segnata anche qua, sul foglio per appunti da telefonata ma nulla, m’era sfuggita.
Ora, tutti noi siamo segnati dalle televendite mediashopping. Mi pare di aver già scritto qualcosa. Solo che boh, non mi ricordo. Però sicuramente oggi Amaracchia ha scritto circa il suo trauma sulla scopa ruotante [che ho visto anche alla cisalfa, mentre curiosavo i maglioni pre-saldi. E siccome non avevo visto granché l’occhio mi è pure cascato lì. Orrore.]
Premesso che le uniche televendite che guardo quasi con ammirazione sono quelle con Jill Cooper direi che invece ho sviluppato una idiosincrasia per la quasi totalità dei prodotti.

Tipo: l’agenda trucco delle Veline.
Il segreto di bellezza di Melissa e Thais!
Ma staciospa. Io quelle cose lì me le ricordavo allegate ai giornalini tipo Barbie o Minnie&Company quando ero piccina io. Anzi, sapete che vi dico? Che la trousse che mi regalò cinque anni fa la Bottega Verde con un ordine di venti euri escluse spese di spedizione al confronto pare qualcosa di Guerlain.
E tutto ciò, potete averlo ai soliti strabilianti prezzi di mediashopping. Ossia soli 39,90 euro! Non ci credete? Santommasi che non siete altro, guardate con i vostri occhietti.
Ma analizziamo il profilo economico [non per nulla io ci ho la erre di Tremonti]: impacchettato in quel coso che pare un’agenda [e per quello dicono sia pra-ti-cis-si-mo. Ma io ho i miei dubbi eh, essendo donna.] c’è un mascara [non identificato, potrebbe anche essere catrame diluito. Ma come recita il bugiardino: Il particolare scovolo applicatore facilita la stesura e ne velocizza l’applicazione oltre a permettere di raggiungere le ciglia più interne e quelle più esterne che disolito sono difficili da raggiungere e che sono le più importanti da colorare per ottenere un risultato impeccabile.. Son cose.], degli ombretti piccini e dei rossettini piccini da spalmare con l’applicatore e due fard e terra. Ma sono di Textures morbide, facili da applicare, dalla lunga tenuta e dalla scrittura morbida per evitare macchie e striature, è per questo che tutto questo, assieme a utilissimi consigli per il trucco, tutto ciò costa solo 40 euri!
Mecojoni.
Però, vi prego, gustatevi anche il video. Che ormai, alle tre di notte, dopo aver visto la replica di Vento di ponente, finalmente mi riconcilia con il sonno.

Zubin Mehta è un paraculo meraviglioso.

Non so, mi andava di titolare omaggiando Mehta, dopo aver diretto per l’ennesima volta in modo ilare il concertodicapodanno quello da Vienna. Così, per dire, avevano messo anche gli intervalli coi ballerini che danzavano in abitino leggero, tra acque zampillanti e rigogliose bordure e fiori. Già, come non ricordare che Vienna è nell’emisfero australe.

Dei capodanni ho ricordi a caso. Tipo, ieri, ho ricordato che ben tre capodanni della mia vita li ho fatti in Trinacria. Uno a Catania, uno a Modica e uno a Marina di Ragusa.
Ma è quello a Catania che lo ricordo sempre con una certa ilarità.
Anzitutto ora vi piazzo la sincera paraculata. A me piace la Sicilia, ma proprio davvero tanto. E ho ottimi rapporti anche coi siciliani. Anche perché il 70% dei clienti dell’hotel era siciliano. Dunque io per due volte su tre fui ospite di persone che venivano in hotel da circa 25 anni. Perché io, insomma, se vengo invitata dopo aver detto alle persone "ehm, sicuro sicuro? io dopo vengo eh?" poi l’invito lo accetto, e dopo ricambio pure. Ce l’ho l’istinto della ospitalità, insomma. Poi è vero che si arriva prima a Parigi che a Palermo, ma è un altro discorso.
Ecco, quella volta eravamo ospiti di gente a Catania. Lui aveva costruito un complesso, poi non ricordo bene ma era quasi come fallito. Però ci aveva la casa in questo complesso, e un’appartementino grosso quanto questo qua mio a disposizione per ospiti o per i cinque figli se scendevano a trovarli.
Ora, lui si chiamava Giuseppe. Ma la moglie lo chiamava Pippo. Lei si chiamava Barbara. Fumava che era una bellezza, e dopo due giorni che era sulla difensiva raccoltò tutta la sua vita o quasi. Ed era una persona molto diretta eh. Fortuna che a noi ci reputava simpatici, sennò non lo so.
Un giorno ci disse che a lei, da giovane, in paese la chiamavano la Lollobrigida.
Tutte le sere ella guardava Telecatania estraniandosi, perché doveva sentire se conosceva il morto del giorno.
Un giorno, ci raccontò, siccome aveva capito che il marito sarebbe andato in ferie con l’amante, fingendo di non averlo sentito rincasare e scambiandolo per un ladro lo prese a colpi di bastone.
Il giorno che mi pare fosse Santo Stefano, a tavola con altra gente che avevano invitato ci disse: "eh, a me l’anno scorso sbagliando mi hanno arrestato per mafia…".
Il casino è che a me venne da ridere. C’era un silenzio tombale e per soffocare il tutto mi buttai giù tutto il bicchiere dello spumante. Il signor Pippo provvide a riboccarlo subito. Minchia, eran dieci anni fa?

Ma il climax fu a capodanno. In un troiaio di gente che non conoscevo [toh, un po’ la storia dei miei capodanni] tutto d’un tratto, dopo gli auguri della mezzanotte e dopo che io vinsi qualcosa come ottanta mila lire giocando a carte (ehm, e si puntavano meno di tremilalire eh) la signora Barbara si affrettò ad aprire tutte le finestre.
"Faccio entrare l’aria dell’anno nuovo".
Sì, ma non era la stessa aria di trenta secondi prima?

Sdoppiamenti.

Stamani sono andata a un esame.
Il professore si è presentato quartantacinque minuti dopo, per farci l’appello. E quando ci ha fatto l’appello era contrariato che fossimo in trenta.

E mentre ce lo diceva fuori c’erano cinquanta persone che mi chiedevano:
"ma cosa sta domandando?"
"eh?"
"che domanda fa?"
"ha chiesto come è possibile pareggiare il bilancio italiano e se la manovra di Padoa Schioppa è appropriata…"
"EEEEEEH?"
"Ci sta facendo l’appello."
"ah."

Poi siccome la stanza era piccola e lui ha la voce educata in corridoio non sentivano. Quindi ha detto a noi in fondo di dare una voce ai cognomi dell’appello. Che è una cosa italianamente pessima, ma di grande suggestività.
Quindi il professore si è vestito dell’umorismo e ha detto che se fossimo rimasti lì a Santo Stefano e a San Silvestro ci avrebbe finiti tutti.
Ho riso solo io.
Ma perché ha detto finiti tutti, io amo l’humor tedesco sulla Shoah.
Ah, sì, però lui è ebreo, di schiatta. Non so, magari si era vestito dell’autoironia o vuole compensare. Non saprei. Però davvero ho riso solo io, gli altri non avevano capito e si chiedevano se fosse una battuta.
Quindi un mio compagno di corso ha chiesto perché in bacheca non era segnato l’appello di gennaio. Lì ho capito perché invero il mio prof di razza ebraica è anche cattolicociellinista.

"Beh, in realtà l’appello c’è, ma non esiste iscrizione. Nel senso che vi dovete iscrivere ora qui, ma non potete farlo se non siete iscritti all’appello di oggi. In realtà è questo appello che si sdoppia. Ovvero potete scalare alla datafissadigennaio…."

Che bello, la spiegazione di un dogma travestita da televendita mondialcasa.

"…anche perché io pomeriggio ho da fare. Domani non lo so, forse vi interrogo. Venerdì ho tutto il giorno quelli di scienze motorie. Allora, chi vuole passare alla datafissadigennaio e chi vuole restare accampato qui ad aspettare il suo turno che magari può essere anche l’8 gennaio?"

Secondo voi, io, cosa ho fatto?

Perché tu, io lo so, sei migliore di me.

Mentre per puro caso sono andata a finire sulla televendita mediashopping, quella dei millemila successi italiani su cd, mi sono ricordata che io da piccola giocavo con la figliola di Little Tony.

Che, col senno d’adesso e per farvi capire anche a voi, che non ci si conosce benone, è come se il mio futuro figliolo giocherà al pallone in un ipotetico futuro con il figliolo di Matthew Bellamy.
No, però capite la mia mamma, erano altri tempi. Io a tredicianni comprai il cd della Morissette, mia mamma il 33 giri di Little Tony.

Non ricordo l’anno, ma ricordo l’umidità chiancianese delle 21, quindi probabilmente eravamo su Agosto o Settembre. Cristiana, figlia di Antonio, era lì a scartocciare una cosa della Famiglia Cuore, che era una serie di bambole tipo Barbie ma non prorpio Barbie, perché la Barbie era femminista e quindi non s’era sposata e questi invece figliavano pure come la famiglia media.
Cristiana poi la rividi quando avevo sedici o diciassette anni. Al Fucoli, prima di uno spettacolo che le terme, quando se la passavano meglio, offrivano ai curandi il pomeriggio. Si era tinta i capelli di biondo, aveva avuto un bimbo e faceva gli spettacoli col suo papà.
Ché poi era la sua nonna a prenotare sempre una camera in hotel per la famiglia Ciacci per quando facevan tappa là in zona. Diversi anni quindi. E anche sovente. Ricordo il direttore, quello così magro da tenersi il pigiama sotto per fare meno brutta impressione, che rammentava e raccontava sia l’espediente della bottiglietta della cocacola sia che, ai tempi d’oro della carriera del sig.Ciacci Antonio, lui fu costretto a nasconderlo nel sedile posteriore della cinquecento per quanto era ricercato dalle sfegatate fan.
A dire il vero questa ultima cosa mi è sempre sembrata una stronzata.
Che pensare, non ci credo a quelli che si autocercano su google. Boh, a me parrebbe brutto. Però metti che Cristiana cerchi qualcosa del suo babbo e arrivi qui io non posso che farle gli auguri per la sua famiglia e per il suo papà, che non era stato così bene [ebbe un infarto in Canada, mi pare]

Pugna.

Mi ricordo, credo luglio 2001 doveva essere. Sì, lo era.
Stavamo facendo i conti nell’ufficio, le acque, i vini, gli extra da segnare ai clienti. Mio padre essendo fortemente analogico e inversamente apposto con il Fisco tiene ancora la contabilità dell’amanuense. In realtà non sa neppure lui quanto gli escano, di soldi, però dando un occhio al suo contocorrente in picchiata verso il rosso una mezza idea ce l’ha. Diciamo che è un filantropo. Sì, ho scritto filantropo pensando coglione, ma è il lato ragionieristico di me che lo fa dire. Coglione, non filantropo eh.
Dicevo, eravamo lì, io tentavo di capirci qualche cosa perché a me il lavoro alberghiero è sempre garbato assai. Mica l’avrei voluto fare, il medico, fino ai diciannove anni. Io li odio, i medici.

"Cosa vuoi per il compleanno?"
"Siamo a luglio…"
"Eh, ma a maggio non te l’ho fatto."
"Son diciotto anni che lo scordi. Boh, fammi la macchina e risolviamo gli arretrati…"
"Cosa c’è di bassa cilindrata?"
"Non vorrai farmi la Palio?"
"Mah, vediamo"
[n.d.Fran, dopo 3 giorni voleva farmi la classe A]
"Oh, come vuoi. Sappi che io ci debbo viaggiare…"
"Niente altro?"
"Come mai sei in vena di scialacquio? Ched’è?"
"A me ai diciotto… la nostra famiglia, ci si regalava i coltelli…"
"Ma a me non toccavano le sterline d’oro che me le prometti da 18 anni che me le ha lasciate la nonna?"
"Non le ritrovo più…"
"Io ricordo che eran nella cassaforte del due…"
"Ma non si apre più dall’alluvione."
"Vabbè, la tiriamo fuori e la famo aprì dal fabbro…"
"Ok, le ho regalate."
"…"
"Vuoi qualcosa d’altro?"
"No, vorrei quelle cose che mi aveva lasciato la nonna, anche fossero stati puffi col pipo di fuori."
"Eh, non ci sono più…"
"Eh, grazie al cazzo. Come era la storia dei coltelli?"
"Davvero te ne piacerebbe uno?"
"Eh, sì."

Regalo per i diciotto anni.

Dopo 15 giorni arrivò questo. Con 10 lire regalate assieme. Due F intrecciate incise sopra.
"Così puoi puntarlo a chi ti rompe i coglioni…"

Friullillì, censuro il pensato.
[N.B. Se alla laurea non sapete cosa fare e siete in pace con la Fran regalate pure dei coltelli, li adoro. E amo preservarne le lame, tranquilli.]

Glockenspiel.

[lo so, vi mancava, torniamo ai toni cupi e confidenziali. Troppa allegria sennò, sia mai che ci rimanete offesi]

Ordunque, è dalle 10 di stamani che sto seriamente facendo la lista pro/contro.
Sull’emigrare, dico. Odio gli austriaci per motivi campanilistici ma fosse per me, oggi, scapperei di corsa lì da loro. Mamma mia.
Facciamo un grosso passoindietro riassuntivo. Sapete che, oltre a fingere di studiare medicina ed editare simpatici testi qui sopra, io di norma mi tenevo un paio di lavori così, perché in famiglia la parte paterna ha deciso di scialare un po’ tutto e pare brutto mantenermi così, a uffo per altri cinque anni.

Arriviamo al nocciolo: aspettavo da alcuni giorni una risposta, se avessi più o meno perso uno dei due lavori. Stamattina è arrivata, ho anche nuovamente chiamato per saperne meglio.
In pratica ho perso il lavoro sia perché era in previsione un aumento di ingaggio [lavoro tipo a progetto, non proprio a progetto, ma quasi] sia perché insomma, non prevedo una completa copertura di tutti i lavori che son da farsi.
Leggere la due, a voce, come: "Studi medicina, invece di rompere i coglioni e rubare il lavoro a gente che fa lauree letterarie, come del resto è la mia laurea, mettiti da una parte. Visto che poi vi conosco a voi, ci avete da andare in ospedale, da studiare, etc etc…"
Stavo per sbroccare.
Anzi, temo di averlo fatto. Non ricordo benissimo, ma quando ho il sangue al cervello che mi sale per alcuni secondi non mi controllo. Non ne posso più di sentire certi discorsi. Mi da fastidio questa sorta di razzismo [ma davvero, dopo, se e quando sarò medico faccio i tariffari ad personam. Mi stanno facendo incattivire, cazzo.] Ho voglia di lavorare. Non posso dire bisogno, togliendomi tutto il superfluo, girando in bici, riscaldando al minimo, livellando la spesa a livello discount ci sto benissimo dentro con un lavoro solo. Ma cazzo, non capisco perché quando una a ventitré anni, che ci ha già un curriculum inservibile per la medicina ma ottimo ovunque debba faticare così tanto.
Se non amassi davvero la mia facoltà al di sopra di tante cose non so se riuscirei a sopportare tutto.

Perché poi ti capitano le cose anche di contro. Debbo rinunciare per casini famigliari al solito lavoro dei soliti Salisburghesi a Capodanno a Vienna.
Cazzo, a Vienna, cazzo.
La scena al telefono fu più o meno questa:
"Lo sappiamo che hai da fare, ma preferiremmo affidare a te il lavoro di capodanno…"
"…"
"Guarda, per davvero. Ci dispiace perché sappiamo che studi e ci hai dato questi mesi come di non reperibilità…"
"ehm, non è per l’università, son problemi famigliari…"
"Ah, beh… se è così. Ti richiamiamo a marzo per capire se decidi di andare a Berlino o a Budapest, ok?"
Mi veniva quasi da piangere per quanto erano gentili [e perché io adoro Vienna, ecco]

Non so, ma mi sento uno zinzinello sfiduciata.
Ora vedo di cercare quegli annunci sull’assistenza ospedaliera e fare le notti lì in ospedale. Non c’è molto da fare e almeno studierei di notte.
Però mi girano le palle di rigirare etc etc etc
O sono lavorativamente vecchia, o ho il curriculum troppo valido, o sono sprecata [e per quello non mi danno il lavoro, incredibile], o perché non garantisco eccessiva copertura… non so, davvero. Mah.

A corredo, stamane, mia mamma ha avuto uno scazzo assurdo col chirurgo che dovrebbe operare mia nonna. In pratica si era scordato tutto e ha sclerato non riconoscendo che in quel momento non sapeva nulla. L’aiuto, sì, uno di quei giovani sottopagati lì, invece è stato normalissimo [anche perché l’unico aggettivo positivo applicabile a un chirurgo può essere la normalità]
Solo stamattina ha capito perché quando vado in facoltà o in zona ospedaliera mi girano i coglioni (che non ho) a mulinello.

Il traffico, la metropolitana e la Padellaccia.

[Pensate, la Padellaccia alle mie latititudini è un piatto con i faglioli e le spunte di maiale.]
Mi pare strambo che voi, presenti a tiro domenica scorsa non abbiate scritto ancora qualcosa.
Non si fa così, che poi le cose le devo scrivere io, per prima, e invece non ci ho per nulla memoria. L’unica ad aver buttato qualcosa giù [mi pare mentre io ero al bagno a combattere l’entropia] è la Ari.
Ditelo, lo fate apposta per vedere il mio grado di rincoglionimento e poi celiare.

Premessa: tra domenica e lunedì mi sono divertita più di un casino. Anche se dire divertitapiùdiuncasino fa tanto linguaggio giovane, e rende poco. Insomma, dopo mesi di guano questi due giorni sono stati dei fuochi di artificio. Ora però basta, ché le donne di cui ero circondata dopo si commuovono con poco e qui pare la trasmissione della Carrà, o della Clerici, visto che a tette e culo mi posso più avvicinare alla seconda.

Cappellointroduttivo: se ve le avevo fatte a julienne parlandovi dei Muse [avete ragione, ma io riguardo i video e mi riviene il magone e gli occhietti alla Spank, quanto gli voglio bene a quei tre omini lì] ve le avevo anche ripassate con aglio e burro in padella con la storia di "Figo, vengo a Milano, andiamo tutti a cena?"

Ecco, vediamo chi è venuto [anzi, c’è qualcosa in più, ma forse spiritualmente no]
Scova l'intrusoDunque, io, la Ari e i Tatini ci installiamo sulla Tatinocar dopo aver discusso sul se prendere o meno i mezzi pubblici. Ovvero, l’han discusso loro. Io che per una volta non ci avevo da guidare [eccetto dopo aver spiegato la mattina alla Ari come muoversi in Stazione Centrale. Sappiate che la metro è male indicata, io sono andata come mio solito a casaccio pensando che sulla cartina del Touring era segnata fuori, ma non è facilissimo eh, specie se arrivi verso il binario venti] e quindi facevo domande a caso come i biNbi piccini [ma quello è il naviglio? Qui dove saremmo? Ma i parcheggi scambiatori? Ma farne sotterranei?] lasciando loro al comando. Ci impantaniamo alla grande nel traffico, il tatino si irrita, io mi irrito anche in bici, quindi non c’è molto da capire cosa pensassi.

Milanesi, Milano non è architettonicamente brutta. Ma non mi piace, è un bordello. Vi state seriamente autodistruggendo e non mi sembra che vi ribelliate. Ciò è brutto, davvero, cavolo. Ci avete del coraggio a volerle bene anche se vi si mostra come la vecchia suocera acida.

Arriviamo quindi in ritardo alla Padellaccia. E tra quelli che ci avevano detto di essere alla cena ci aspettano già lì fuori. La Bu, Ciccio, Emanuelito e Infinitesimo.
Io e Infinitesimo siamo, per scelta di maglione, due modelli della moda Anas-Aiscat. Io verde evidenziatore, lui arancione catarifrangente.
La Bu è una ragazza solarissima, con i riccioloni e un sorrisone che ti mette a tuo agio. Con Ciccio, faccio una mezza gaffe dandogli solo la mano e agli altri anche il bacetto. Emanuelito si dice onorato di conoscermi.
Entriamo dentro.
Le pizze della Padellaccia non sono male, ma sono grosse quanto la sfoglia che faccio io per fare le tagliatelle o i tortellini. Quindi io, utilizzando un apposito taglio, tento di piegarla sennò la povera Annina non sapeva dove mettere la sua.
Dietro di noi c’è un televisore di quelli di nuova generazione per vedere i video. Passa anche Starlight.
Si parla, si ciacola, si chiacchera, si ride e ci si diverte.

La cameriera, mi pare orientale, tenta di entrarmi da dietro mentre mastico la pizza per sfilarmi il piatto da sotto. Non so come l’ho guardata, non ho idea della scena ma se ben mi ricordo vicino c’è stata l’ilarità generale. Io ho avuto un rimescolamento del bolo alimentare, perché la reazione al quasi piatteggiamento mi ha sorpreso alquanto. Poi passiamo a del limoncello che ricordava un po’ lo svelto, un po’ il nelsenpiatti. Arriva la bottiglia di prosecco della Marlboro e la bocca si rimette un po’ in sesto. La Anna però rimane segnata, dal nelsenpiatti. Ma sono cose che non posso riportare, non posso.
Ma queste sono cose che io e la contessa già si son dette.

Poi ci salutiamo, e cinque di noi ci volevamo dirigere in birreria.
Trovatola chiusa si passa al pub.

Ma la cosa migliore della serata è stata il tragitto. Visto che qui, per motivi di gambe non corte, son costretta a stare avanti. Solo che le mie due donnine preferite dietro avevano tirato troppo indietro il sedile e abbassato costringendomi quasi a una postura che la si tiene solamente in camporella. Capitemi. La sagra delle battute, fortunatamente si era tra nobildonne e anche Mirko, con tutti quei ferormoni in casa, anziché profittare del gineceo decise di rompere gli ultimi indugi e rispolverare il suo lato femminile.
Naturalmente, a beneficio di tutti, non si riportano quegli attimi. Che qui si ha un contegno da mantenere.
[contegno, rotfl HAHAHAHHAHAHAHA, seeeeh, contegno… lol]
E dietro di noi, mentre noi bruciavamo i rossi, la infinitesimocar ci seguiva. In caso di multe propongo ai lettori tutti di mettere un euro e di devolverlo a quell’uomo lì.

Infine sì, dentro il pub.
Io e la Ari discutiamo di birra [ovvero quasi mi si invita a nozze] e capiamo cosa non va nella sua bianca. Io cerco il mio mojito sotto il ghiaccio. Ogni tanto la cameriera gira attorno a Infinitesimo e lo chiama gioia.
Infinitesimo, sappi che almeno fino alla prossima volta che ci si vede, io e la Ari ti si chiamerà così.
Si rincasa. Cerchiamo di toglierci del devasto. Io avevo i capelli che tra smog e umidità padana non si reggevano, ma mancava la voglia di usare il phon quando già tatini e vicini dormivano. Si cazzeggia con la Ari, si dialoga fino a tardi e fino a prendere sonno.
Per poi dire l’indomani, alla Ari:
"Mmm, sono le nove e trenta…"
"… eh?"
"No nulla, dormi."
In quel momento fece cucù Annina sulla porta.

Le fotine della serata, fatte da me e dalla Ari, le trovate qui. Sicuramente scordo qualcosa, quindi questo post andrà a concludersi qui sotto, coi commenti dei presenti, spero.