Gente che ha visto più i Kasabian live che parte della propria famiglia.

Kasabian live at Gran Teatro Geox, PadovaDici ‘sto post, da ieri doveva uscire. Pensavo si fosse pubblicato e poi sono svenuta nella febbre e invece no: wordpress si è splinderizzato, o simili, e non era uscito un cazzo.  Quindi lo sto riscrivendo ex novo, e chissà cosa avevo scritto, e chissà ora cosa uscirà. Che roba: qui uno si è dovuto fare anche una intramuscolo di Plasil perché proprio non so, sappiate che la vostra macumba è riuscita benissimo.

Ma.

Ma mi son trascinata euguale a vedere i Kasabian. Perché? C’era questa intervista che era tipo da luglio scorso che avevo chiesto, in ottica Frequency. Il discografico mi rimbalzava sempre, ora con la terza testata (con qui collaboricchio ora) abbiam quagliato. E quindi non è la mia paranoia di base: ok sto sul cazzo alle persone. Sarà anche questo, ma è la conferma che in Italia, a meno che tu non abbia una stracazzo di testata coi controcoglioni (scusate la ripetizione della parola “testata”) puoi anche essere bravino, precisino, spaccacazzi ma ti attacchi perché verrai sempre dopo.

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Maccabei, Augustini, condizioni bibliche.

We are augustines live at Magazzini Generali, Milano
Dopo mi han detto “ommioddio che è quello più bello”, però ecco io non lo so, ché continuo a sbavare per gente che non mi caga neppure di striscio, tipo se fossimo ancora liceali. Prima però di vedere queste scene di giubilo io ero lì ad ammazzare il tempo con il povero Hugo White dicendogli come alle anziane in coda alle Coop che oh, sto freddo, il terremoto, la nebbia, pare un po’ uno scenario da 2012 apocalittico quasi biblico.

Poi mi sono ricordata che lui sta in una band che si chiama Maccabees, ossia Maccabei. E sì, purtroppo gli ho fatto la domanda sul nome. E gli ho detto sì, perché ci sono tanti nomi ilari nella Bibbia, ma nel mio incasinamento mi stavo domandando come tradurre “figli di Zebedeo” e mi son sentita depauperata nella lingua d’oltremanica.

[ma queste sono cose di cui riparleremo in radio, un po’ come iniziare l’intervista ai We Are Augustines col cantante (quello in foto) parlando di intestino. Ora noi sappiamo che quando si parla di intestino in pratica, se non si è tra medici, si diventa amicissimi] Continue reading “Maccabei, Augustini, condizioni bibliche.”

Era neve e non serviva a dare l'allegria.

Negli ultimi anni sto facendo degli sforzi per andare ai concerti e questa cosa comunque mi esalta. Due anni fa per non buttare via i soldi dei biglietti del concerto di Florence Welch andai all’Estragon e tornai a casa su una monolastra di ghiaccio. Quest’anno dove era preannunciato dolore, morte e distruzione in quel di Bologna non c’è stato il solito sfacelo: sebbene io mi fossi abbigliata come l’omino Michelin. Maglietta dellablogfest, micropile, maglione. Addirittura le prime due incastrate dentro i pantaloni. E sopra il giaccone. Una roba che sembrava “Fantozzi va nella Tundra”.Pete Doherty live at Estragon

Sono andata lì per sentire una francese che cantava (l’effetto saturazione sulle mie balle -metaforiche- delle chanteuses francofone normalmente avviene alla terza: qui si è andati ben più avanti) e Pete drogagatti Doherty. Un uomo con una buzza assurda e più tette di tre quarti delle mie amiche. Un uomo a cui non avrei dato né la speranza di vedere un buon set né un euro (benedetto il pass ottenuto per la Gazzetta di Parma). Invece no, quando il giorno dopo c’è gente che mi ha detto che se ne è andata alla quinta canzone per la noia non l’ho compresa. Io ho visto un più che ottimo concerto di un talento che sta continuando a rovinarsi con le sue mani, un eccellente musicista che tiene il palco per un’ora e venti tirata senza tanti cincischiamenti e che però ha messo due ballerine sul palco con lui per alcuni pezzi: ora capisco l’inserzione della figa, per carità, specie in contrasto con il simbionte non eccelso di chi canta. Però ecco: perché? Per di più due classiche che ballavano un po’ così, diremmo noi senza tanti tips di danza nel corredo culturale, alla cazzo, scoordinate, fuori tempo.

E io ci ero andata un po’ per rimediare la lacuna del non l’ho mai visto e chissà se poi ce la posso fare a rivederlo che chi lo sa.

Doherty però a cantare e suonare è bravo. Anche molto. Però qualcuno gli spieghi che lanciare la chitarra non è l’esercizio fisico giusto per la panza.

[Splendido il mio vicino di concerto, che dopo l’episodio, urla al roadie “e mo’ scendi giù a ripigliattela se c’hai coraggio”. Amo il pubblico di Bologna. Anche per il fumo d’erba passivo]

[il mio pezzo sulla Gazzetta parla di più di musica. Forse prima o poi dovrei metterveli anche qui. Se non mi vergognassi]

Barack indieboy.

Perché la campagna elettorale la si fa anche sulla musica. Questa è la 2012 campaign playlist su Spotify del team Obama.

Sappiamo che il presidente Obama è un grande appassionato di sport, ma ha anche avuto l’appoggio alcuni musicisti di alto profilo sin dal suo avvento sulla scena e verso la corsa alla Casa Bianca – si pensi Lil Wayne e Jay-Z, per esempio. E ora è tempo è di iniziare a lavorare per la sua campagna per la rielezione, sicché lui, insieme al suo team di fiducia, hanno formulato una playlist intrigante su Spotify in concomitanza con la prossima corsa. La playlist include inoltre il nuovo singolo di Bruce Springsteen ‘We Take Care Of Our Own'[Bruce, intanto, ha preso una sezione di 5 fiati per sostituire Big Man. Compreso il nipote Jake Clemons], e il pezzo di Al Green ‘Let’s Stay Together’, di cui Obama ha recentemente cantato un pezzetto in un evento a New York. Continue reading “Barack indieboy.”

Jack behind me.

C’è una cosa strana, per cui credo che ora è spiegabile il successo da hype che neppure fossero una bella figa di *questi* Black Keys, che sono un po’ diversi da quelli dell’album prima: la mancanza nel popolo della radio dei White Stripes. Non solo nel pooo-poropopopoppoopoooò di stadiesca memoria. Cioè, non solo nel paradigma Seven Nation Army. Ma per quella canzone lì basica senza grande coro da ricantare ma che cade nel tormentone pur non scadendo nel mordi e fuggi.

La cosa figa di Jack White, sebbene ora noi si guardi qualche cosa delle sue produzioni precedenti e ci si chieda perché le abbiamo suonate così tante sul playerino, è che qualsiasi cosa faccia la fa dannatamente attuale al momento. Ha questa intelligenza nell’uscire con un prodotto che azzecca e ha proprio l’etichetta storica attaccata. Come adesso, che esce in disco solista. Il singolo ‘Love Interruption‘, che presenta sul lato B il pezzo esclusivo ‘Machine Gun Silhouette‘:

Blunderbuss‘ verrà pubblicato il 24 Aprile per Third Man Records / XL Recordings.  Prodotto da Jack White e registrato nel suo Third Man Studio a Nashville, ‘Blunderbuss’ viene descritto da White come “un album che non avrei potuto pubblicare prima di oggi. Ho evitato di pubblicare dischi a mio nome per molto tempo, ma ho l’impressione che queste canzoni possano essere presentate solo a mio nome. Sono state scritte da zero e non hanno avuto nulla a che fare con altro che non sia il mio modi di esprimermi, i miei colori e la mia tela”.

Andate su www.jackwhiteIII.com e www.thirdmanrecords.com per continui aggiornamenti.

Oh arm and arm we are the harmless sociopaths.

Eyeoneye by Andrew Bird

L’unico modo adatto per descrivere perché ascolto Andrew Bird è perché la sua musica mi fa sentire intelligente.

Se già non bastasse il primo approccio verso la sua musica, quello che gente pop direbbe di pancia, potreste saccheggiare -come ho fatto io- suoi vecchi scritti sul processo compositivo sul blog che teneva sul NYT. Leggendolo, capisci che è uno di quei rari casi in cui la parola artista, per un musico, non è abusata.

Unica pecca: e il violino? (no, perché voi dovreste vedere come lo suona, live)

[a ‘sto giro potrei intervistarlo e dirgli “sai che la prima volta che ti ho visto ero così emozionata che non spiccicavo parola ed ero tesissima?”. Checculo eh. Aspetto l’album con trepidazione eh.]

Break It Yourself
March 6th, 2012
Pre-Order Digital Version: http://www.smarturl.it/breakitunes
Pre-Order Deluxe Box Set: http://www.andrewbird.net