E' una strategia per farti passare al telepass.

Da un po’, diciamo da quando frequentemente frequento le Autostradeitaliane, quando arrivo al casello di Parma (non dico al casello di Reggio Emilia, di Modena, di Fidenza. Dalle altre parti no, a Parma) non capisco perché ma quando devo pagare, perché pago ancora in contanti, il casellante non mi saluta mai.
Cascasse il mondo.
Io, che per contratto devo essere smaccatamente gentile o devo sondare l’altrui gentilezza, provo a salutare ma l’unica che mi risponde è la cassa automatica, e infatti alla fine scelgo sempre lei perché almeno un arriverderci me lo da. Sarà preconfezionato, ma quasi mi scalda un po’ il vetro, suvvia.

Poi ora c’è la variante. Quando torno la sera li trovo sempre al telefono. Ora non so se è il cellulare loro o glielo passa la società, ma ieri sera, mentre cercavo il pedaggio nel borsellino ho saputo cosa avrebbe fatto la casellante la sera, come si sarebbe vestita e che la Gina è una stronza perché tira i pacchi sempre all’ultimo momento.
Eh, che bello.

Il successo di un contenitore pomeridiano.

Io, che a volte ci ho l’ansia di non produrre abbastanza contenuti di qualità, a volte mentre sbrigo le cose di lavoro mi metto sottofondo la televisione. E la miglior cosa, ormai da più di un decennio, è tenere sottofondo la Vitaindiretta. Del tipo oggi c’era:

– Speciale Marco Carta. Ammetto che la siglapokemon mi è entrata in testa e la canticchio anche io. Aiutatemi. Una Carteide con tutto il suo curriculum (!) e le sue vittorie (due). Con lui lì sempre a sorridere e a trovare cose positive nel suo album. Beato lui.

– Si prosegue con un argomento mai sentito in tv: le protesi al seno. Oltre la sottosegretaria che ha fatto passare la legge per cui le minorenni non possono più carrozzarsi c’è -stranamente- Alba Parietti. Inutile dire che Sposini allude e la coscialunga si offendicchia.

– Raffaella Fico si è trasferita a Reggio Emilia. Sì, è l’unica notiza che possiamo avere da lei, e visto che l’altra è "scusa poi ma la verginità poi l’hai data in saldo?" lei si offende e dice che non vuole più parlare di questa cosa, e si sente quasi delusa da ciò. Quando la Parietti la attacca entra in un vittimismo interista. E Sposini in pratica le dice "scusi, ma lei è famosa solo per quello, cosa pensava le chiedessimo?"

– La Parietti sbrocca e vorrebbe che la Fico chiedesse scusa per aver detto una stronzata così grossa, ché svilisce la sua categoria.

Poi scusate, ma è iniziato Spongebob.

Incontri, anche nel senso di biscotti.

Per capire che ormai non ho più tempo di fare la spesa e vivo di cose trovate a caso non sapevo le novità nei biscotti. Cioè, mia mamma le sapeva, io no. E poi la prima cosa guardata è stata le calorie per pezzo. Io non lo so, ma esclamare "cazzarola, 65 chilocalorie al pezzo" anzichè dire "yum, cacao e cioccolato"… boh, non son cose normali eh.

Ne ho appena mangiate cinque e mi pare di avere nello stomaco il prodotto interno lordo degli statiuniti.

Ma veniamo a fare il racconto tanto favolettoso e disincantato:
Ah, che bello. Io pensavo "doh, la prossima volta che vado in Barilla là in via Mantova vado a fotografare la statua là argentata che sta fuori il palazzo dei due tizi che si tengono per mano, quella del Vangi".
[il Nodo, per i cultori]
Poi vado in Barilla, sempre causa ParmaWorkCamp, e mi porto una borsa, e nella mia borsa da brava femmina c’è di tutto (auricolari, netbook, fazzoletti, blocco note, cuffia da camera sterile, mascherina, elastici dentari, specchietto, tratto pen, pennino, stilografica, matita HB, matitine ikea, biglietti usati della metro di Vienna, cipria, disinfettante in bustine…) ma dimentico la fotocamera.
Io.

Poi vabbé, mi hanno fatto il badge visitatori, mi hanno accompagnato nei corridoi di Barilla, sono stata nell’ufficio di Pepe e abbiam parlato di cosa si può fare.
[e mi ha chiesto "come mai un barcamp a Parma? come è partita l’idea". Lì per lì ho pensato "che domanda del cazzo", ma non avendo confidenza mica lo potevo dire, e quindi ho fatto un giro lungo per dire "perché no, alla fine"]

Su, apprezzate che non ho fatto foto.
[alla fine di Budapest manca poco, in caso segnalatemi al locale ufficio turistico e fatemi dare un soggiorno gratis. Lascio la fotocamera a casa]

1890 post più una dozzina persa per colpa di crash e di splinder.

C’era un post qui, che avevo scritto, poi firefox è crashato e siccome io scrivo di getto questo post qui si è perso e ora dopo aver fatto due ore di radio mica ricordo cosa stavo dicendo qua.

Cioè, non lo ricordo a parole, ricordo il concetto generale che vado ora a scrivere.
Quindi non affannatevi a cercare un fil rouge, o una linea guida, in questo post.
Budapest: Io, volevo dire, che a Budapest ci sono affezionata di botto. Ma c’è un passo indietro da fare.
Budapest è come me, un’accozzaglia -almeno 3- città che si sono unite e che son lo stesso corpo con tre anime diverse; un dna assolutamente caratteristico e misto sia nelle strade che nelle cellule di chi la abita; un fiume che scorre sia placido che impetuoso in mezzo; tanti ricordi del tempo passato alcuni esibiti con orgoglio, altri esiliati fuori porta; cincischiare nel cibo e nella bellezza; i rilievi e la pianura; le terme, tante; i caffè; il caffè; alcuni pezzi in completa distruzione, tra i vicoli; altri pezzi sfarzosi.

Se Berlino è un’ottima amante perché quasi città di nessuno e Parigi per me è terribilmente splendida e affascinante come la propria anima gemella (che scontata, sì, amare Parigi e i cani), per me Budapest è la città che più mi assomiglia.
Ed è una cosa che per ora tengo gelosamente per me, perché se prima condividevo come è Parigi e le sensazioni che ti da una città io ora ne ho quasi pudore. Un posto che sento sempre l’esigenza, anche se sto male di girare a piedi. Tutto a piedi. Di calpestare, Di guardare il verde, di incazzarsi per non capire una beneamata fava di quella cazzo di lingua in comune solo con gli uffici nokia, di cercare di schivare il turistico e cercare di capire quello che non capiscono neppure gli ungheresi, gente che mi sa come me vuol stordirsi per dimenticarsi quasi un secolo.

Cose così insomma.
E per me le anime varie son le mie passioni. Il pensare che se non facessi medicina non ci sarebbe nulla che potrebbe dar senso alla mia vita. Il cercare però di riuscire a fare qualcosa anche negli altri campi. La smania di recuperare, di far recuperare al corpo la fase in cui è già la mente. L’odiare come ci si è ridotti ma ammirarsi perché poteva essere peggio. Autodicotomie. Non so, è un casino. A me piacerebbe far radio, poi diventare medico e sperare che dei ciellini non facciano manifesti con stralci di robe mie scritte. Ma non farei né una richiesta né uno sgomitamento. Non manderei un cavolo di mio, in giro, per vedere se.
A me i rifiuti non mi sorprenderebbero. Sono i complimenti che prendo sempre male o che a volte mi sorprendono un casino.

Tipo, io il Barcamp lo organizzo perché la spinta è partita da altri.
Non mi sarei sentita di farlo. Perché non mi sarei sentita all’altezza, perché io chiccazzosonoperfarlo, perché… tante cose. Poi l’idea è partita. Poi si è arenata intorno, ma dopo lì io mi incazzo e la porto avanti in ogni modo, perché mi da fastidio le idee non sfruttate, le cose tralasciate, non buttarsi, buttarsi anche alla cieca abbondantemente rischiando di farsi del male.
Però son così, meglio una dentata che star lì a lamentarsi che ci si gratta.

Non so come andrà. Non ho grandi aspettative. Ché qui un barcamp è come un rapporto di coppia: mica dipende solo da me. E aggiungo: porca vacca, non so se perfortuna o purtroppo.

[però gli iscritti già son tanti, cribbio, ecco, almeno, vah]

Reductio ad unum.

La gente che ha strane idee è sempre la gente che non ne sa a pacchi di Biologia, Medicina, Anatomia, Fisiologia, Biochimica e Chimica Organica.
Eccetto Mengele e alcuni infermieri.

Corollario: l’Italia, non avendo adeguato insegnamento della Biologia, Chimica e Anatomia alle scuole dell’obbligo è un paesedimmerda.