Robe di Salisburgo che non tutti sanno.

SalzburgLa foto è di Sara Maternini.

Se possibile io vorrei saltare anche le mie ferie in Austria, ma purtroppo in Italia a) l’ospitalità alberghiera fa schifo b) i prezzi sono maggiori ovunque. Ma dall’altro canto un po’ tutti là oltralpe mi son simpatici come non ti dico cosa. Possibilmente penso, che tu, turista che va a Salisburgo, vuoi sapere al di là del mercatino natalizio e di Mozart, vero? (la
cui casa natale è riarredata con pezzi non originali ma della stessa epoca, ma il turista è normale voglia vedere qualcosa e che quindi venga tenuta su)

Vediamo: tu vai in una città che rese più schizzato e fece venire voglia a David Lynch di tornarsene negli statiuniti. Quindi non dirmi che non ti avevo avvertito, sai. Continue reading “Robe di Salisburgo che non tutti sanno.”

Se domani qualcuno passa da Monti può dirgli se l'aglio anche a lui je risale al pomeriggio? è impo!!11

La cosa incredibile è che quest’anno (non ricordo l’anno scorso, c’è qualcosa che mi toglie dall’immaginario molti dei sanremo ricordando le cose più sceme) GianniMorandi è stato trattato tra il nonno rincoglionito, il marito che deve sgombrare la cantina e l’ubriacone che sta sempre lì in taverna e non riesci a smollarlo a casa.

Ma la cosa più bella è che ormai, non so se sono i socialcosi, ma ognuno ormai -manco fosse Hyde Park- può salire sul palco di Sanremo e chiedere qualcosa. Gianni mi pulisci la macchina, Gianni se vai da Monti digli che non abbiamo i soldi -tipo quel migliaio di euro- per una poltrona di sanremo.

Gianni: puoi dire a Monti se mi compra due biglietti per vedere Madonna a Sansiro, anche il prato, che nun c’ho un euro? Grazie. E metti il polident, che stasera era un dramma.

Mauro Pagani fan club.

Ora, non scriverò altre cose sul festival di Sanremo. Mapoco fa c’è stata la serata dei duetti, e Arisa si è portata Giovanardi (non il trombone, ma Mauro Ermanno) e Mauro Pagani, che le altre sere dirigeva già la cantante.

Ora, Giannimorandi, che tu speri: “oh, finalmente c’è un cantante, almeno qualcosa della musica saprà”. Invece no. Oltre a sembrare un nonno portato lì per caso egli chiede a Pagani: “ma se tu suoni il violino, come fai a dirigere?”

Chi ha una minima eco di musica sa che il primo violino è anche quello che dirige l’orchestra, per farla facile, breve, e a livello morandiano.

[sob, ma perché. Ma perché. Perché. Ci sono tanti perché visti su quel palco eh]

L'italiano, il francese, il tedesco.

Fondamentalmente, uno dei grossi buchi neri dell’umano scibile è che non si capisce mai una volta per tutte che tipo di rapporti umani ci siano tra l’italiano, l’inglese e il francese delle barzellette. Di primo acchito potrebbe sembrare un quesito di poco conto. Mai valutazione fu più errata perché i rapporti tra questi tre attori protagonisti dell’umorismo made in Italy hanno condizionato la cultura di casa nostra e, soprattutto, l’agire dell’essere umano e la sua evoluzione. E poi perché, di tutte le situazione paradossali che fanno da spina dorsale alle barzellette, i rapporti amicali tra italiano, francese ed inglese sono di gran lunga il fattore meno spiegabile.

Le barzellette ambientate negli studi medici hanno una base di verità estremizzata. Elevano oltre ogni logica i casi di malasanità che compaiono sui giornali. Sia nel dottore che risponde al paziente che per fare il bagno con la diarrea è sufficiente riuscire a riempire la vasca, sia nel paziente ignorante che il limone per fermare la diarrea lo usa non propriamente in modo consono.

Le barzellette sugli stranieri in generale, con la gente di colore che ha comunque un ruolo predominante, fanno leva sulle difficoltà dello straniero a parlare la lingua del posto. E non facciamo tanto i fighi perché in Inghilterra di barzellette che giocano sullo scarsissimo inglese parlato degli italiani ce ne sono a pacchi.

Le barzellette sessuali violano le leggi della razionalità. Cazzi enormi che all’occorrenza vengono tagliati o regolati da improbabili pozioni che ne modificano la taglia a seconda delle necessità; donne che scopano come ricci e vantano relazioni sessuali che sfidano ogni logica e ogni regola base della fisica e della biologia (ved. post “Agenti e reagenti”); orde di neri che, presi per il culo nelle barzellette sugli stranieri, si godono la propria rivincita a suon di mastodontici peni d’ebano. E poi nonnine arzille cui la menopausa avanzata ha irrimediabilmente alterato il ciclo ormonale, piccole Pacciani di otto anni che si mascherano dietro bambine delle elementari, storie di corna in tutte le salse, di gay che provano a inchiappettarsi in ogni dove e di Pierini che vivono sognando la folta patonza anni ‘70 della maestrina di turno. Tutte storie talmente assurde da rendere palese il proprio carattere immaginifico. O, in molti casi, onirico.

Le barzellette con l’italiano, l’inglese e il francese hanno invece una polpa di struttura in apparenza elementare, ma nascondo un nocciolo piccolo e durissimo di nonsense.

“L’italiano vince, mentre l’inglese e il francese perdono”, cantava Elio, e fin qui ci siamo. Il problema è che spesso l’italiano vince buttandolo al culo agli altri due. Quindi arriviamo al quesito ultimo: ma se io fossi l’inglese e il francese continuerei a frequentare l’italiano?

Pare quesito di poco conto ma è qui che si gioca la partita. Da quello che si evince italiano, inglese e francese stanno spesso insieme, almeno a giudicare dalla quantità di storie in cui sono protagonisti. E questo pone tutta una serie di inquietanti interrogativi. Sono amici? Forse non molto visto che l’italiano prova sempre a fregarli. Eppure dormono insieme nella casa del Fantasma formaggino, sono insieme sul Big Ben quando lanciano gli oggetti dall’alto per provare poi a raccoglierli ai piedi della torre e sono insieme anche sull’aereo quando provano a capire quale parte del mondo stiano sorvolando (anche se in quest’ultimo caso non è spiegato dove sia diretto l’aereo). Potrebbero essere colleghi, ma ciò intanto non spiega perché vadano a dormire nel castello del Fantasma Formaggino invece di sistemarsi, ognuno nella sua camera, in un comodo albergo pagato dall’azienda, e, in secondo luogo, non giustifica neanche il fatto che si trovino in un bar a parlare di come sono fatte le scatole dei preservativi nei rispettivi Paesi (io con i miei colleghi faccio anche di peggio e infatti sono più amici che colleghi). Poi in un’altra barzelletta fanno anche una gara di immersioni: sono evidentemente in una cosa tipo ClubMed, ergo dovrebbero essere amici. O semplici compagni di sventura, visto che sono anche vittime di un naufragio. In tal caso, però, il fato che li fa incontrare ogni volta sarebbe decisamente troppo forte.

Insomma non si capisce perché ‘sti tre siano sempre insieme. E soprattutto sono difficili da comprendere gli errori tattici dell’inglese e del francese. No, dico io, se capisci che questo (l’italiano) aspetta sempre di esprimersi per ultimo sul tema in questione per fare bella figura, dovresti cambiare strategia. O inizi a mentire quando tocca a te per smontare la tesi dell’italiano; o potresti provare a defilarti, fingendo – che so? – che stia squillando il cellulare, per poi tornare e rilanciare sulla battuta dell’italiano. Quindi ne consegue che la furbizia dell’italiano, che le barzellette vogliono dimostrare, non sta in realtà nell’arguzia di cui dà prova con la battuta finale ma nel fatto che l’inglese e il francese non abbiano ancora trovato un modo per non fargliela fare quella cazzo di battuta, nonostante siano anni che popolano le stesse barzellette.

C’è però una variante impazzita: il tedesco. In alcuni contesti, infatti, l’allegro teutonico rimpiazza il francese o l’inglese. O si aggiunge alla comitiva. Il che complica ulteriormente la definizione della relazione sociale e affettiva che governa le barzellette che iniziano con “ci sono un italiano, un francese (o un tedesco) e un inglese (o un tedesco). E forse pure un tedesco.

Maccabei, Augustini, condizioni bibliche.

We are augustines live at Magazzini Generali, Milano
Dopo mi han detto “ommioddio che è quello più bello”, però ecco io non lo so, ché continuo a sbavare per gente che non mi caga neppure di striscio, tipo se fossimo ancora liceali. Prima però di vedere queste scene di giubilo io ero lì ad ammazzare il tempo con il povero Hugo White dicendogli come alle anziane in coda alle Coop che oh, sto freddo, il terremoto, la nebbia, pare un po’ uno scenario da 2012 apocalittico quasi biblico.

Poi mi sono ricordata che lui sta in una band che si chiama Maccabees, ossia Maccabei. E sì, purtroppo gli ho fatto la domanda sul nome. E gli ho detto sì, perché ci sono tanti nomi ilari nella Bibbia, ma nel mio incasinamento mi stavo domandando come tradurre “figli di Zebedeo” e mi son sentita depauperata nella lingua d’oltremanica.

[ma queste sono cose di cui riparleremo in radio, un po’ come iniziare l’intervista ai We Are Augustines col cantante (quello in foto) parlando di intestino. Ora noi sappiamo che quando si parla di intestino in pratica, se non si è tra medici, si diventa amicissimi] Continue reading “Maccabei, Augustini, condizioni bibliche.”

Era neve e non serviva a dare l'allegria.

Negli ultimi anni sto facendo degli sforzi per andare ai concerti e questa cosa comunque mi esalta. Due anni fa per non buttare via i soldi dei biglietti del concerto di Florence Welch andai all’Estragon e tornai a casa su una monolastra di ghiaccio. Quest’anno dove era preannunciato dolore, morte e distruzione in quel di Bologna non c’è stato il solito sfacelo: sebbene io mi fossi abbigliata come l’omino Michelin. Maglietta dellablogfest, micropile, maglione. Addirittura le prime due incastrate dentro i pantaloni. E sopra il giaccone. Una roba che sembrava “Fantozzi va nella Tundra”.Pete Doherty live at Estragon

Sono andata lì per sentire una francese che cantava (l’effetto saturazione sulle mie balle -metaforiche- delle chanteuses francofone normalmente avviene alla terza: qui si è andati ben più avanti) e Pete drogagatti Doherty. Un uomo con una buzza assurda e più tette di tre quarti delle mie amiche. Un uomo a cui non avrei dato né la speranza di vedere un buon set né un euro (benedetto il pass ottenuto per la Gazzetta di Parma). Invece no, quando il giorno dopo c’è gente che mi ha detto che se ne è andata alla quinta canzone per la noia non l’ho compresa. Io ho visto un più che ottimo concerto di un talento che sta continuando a rovinarsi con le sue mani, un eccellente musicista che tiene il palco per un’ora e venti tirata senza tanti cincischiamenti e che però ha messo due ballerine sul palco con lui per alcuni pezzi: ora capisco l’inserzione della figa, per carità, specie in contrasto con il simbionte non eccelso di chi canta. Però ecco: perché? Per di più due classiche che ballavano un po’ così, diremmo noi senza tanti tips di danza nel corredo culturale, alla cazzo, scoordinate, fuori tempo.

E io ci ero andata un po’ per rimediare la lacuna del non l’ho mai visto e chissà se poi ce la posso fare a rivederlo che chi lo sa.

Doherty però a cantare e suonare è bravo. Anche molto. Però qualcuno gli spieghi che lanciare la chitarra non è l’esercizio fisico giusto per la panza.

[Splendido il mio vicino di concerto, che dopo l’episodio, urla al roadie “e mo’ scendi giù a ripigliattela se c’hai coraggio”. Amo il pubblico di Bologna. Anche per il fumo d’erba passivo]

[il mio pezzo sulla Gazzetta parla di più di musica. Forse prima o poi dovrei metterveli anche qui. Se non mi vergognassi]

Lilli, il Vagabondo.

La via principale delle città è gremita di passeggianti del sabato mattina elegantemente chiusi dentro poveri cappotti firmati ed accuratamente posizionati dietro monotoni occhiali da sole scelti per schermare uno strano sole tiepido di metà febbraio. Massificati in maniera massiccia e persi tra acquisti e pensieri e regali a cui incatenare un amore che ormai ha il sapore di un cioccolatino.
Sono correnti che scorrono fluide ed ordinate sopra gli scuri marciapiedi di pietra lavica, sono flussi costanti cui fanno eco gli immobilizzati in piedi davanti ai due bar-simbolo dell’angolo: coloro che guardano chi sei e guardano che macchina hai. Coloro che stanno sempre attenti a cosa passa sotto i loro occhi. Coloro che distolgono lo sguardo quando capiscono che non fai parte di una certa cerchia. Coloro che hanno come spalla un interlocutore virtuale che non guardano mai in faccia, perché comunque la loro attenzione è sempre focalizzata su qualcos’altro: sull’amico in biemmevù da salutare o su qualche culo imprigionato dentro strette minigonne diengì. I migliori esemplari di immobilizzati cittadini sono lì in bella mostra, unicamente per farsi ammirare come statue di cera dentro un museo, cazzo duro dentro i pantaloni e palle quadrate che strisciano a terra.
Quella dell’uomo seduto su un gradino tra l’indifferenza generale è soltanto un’immagine, un’immagine rapida alla mia destra. Uomo, zaino, bottiglia di birra e cane si compongono dentro un fotogramma che non fa parte della scena e che fa certamente storcere il naso alle statue ed alle correnti. Causa di sicuro un certo attrito alla sublime messa in scena di questo sabato mattina. Stride enormemente con le vetrine lucide e ricolme di cuori di stoffa e biglietti e pupazzi e fiori finti e palloncini rossi e scritte I LOVE YOU. L’uomo accarezza il cane disteso accanto a lui, testa e zampe appoggiate sulle sue gambe. L’uomo mostra ancora più indifferenza di quella delle correnti dentro i cappotti e dietro gli occhiali. E’ concentrato solo sul suo cane. Unico amico ed unico compagno di viaggio. Il cane in quel momento è certamente l’essere più felice del mondo perché ha gli occhi chiusi ed un’espressione canina che lascia intendere che lui non potrebbe desiderare nient’altro. Non potrebbe desiderare nient’altro che le carezze sul muso del suo padrone senza casa e senza meta, non potrebbe volere nient’altro che il tepore di questo sole di febbraio sulla sua pelosa pelle. Lui ignora chi gli passa vicino e magari si allarga un po’ schifato per andare oltre. Ignora il triste e volgare teatrino di questa città. Ignora chi osserva con aria distratta il piattino con dentro pochi centesimi di euro. Ignora di essere un bastardo. Lui sa solo che quella mano è lì. Per lui. Non potrebbe allontanarsi. Non potrebbe andare da nessun parte.
Sapete, anche i cani sognano. E quindi magari lui sta sognando. Qualche cagnetta da inseguire o qualche osso da addentare. Ma per ora il suo mondo è lì. Accanto all’uomo. Anche domani, quando camminerà dentro un’altra città e sarà sdraiato su un’altra strada. Quando sognerà ancora sotto lo stesso sole.

La paura, il baubau, la desolazione.

Ci sono stati momenti in cui sembrava l’avvento dei Maya eh: dicevo anche ieri per ammazzare il tempo e la timidezza davanti alla porta chiusa dei Magazzini Generali con Hugo White dei Maccabees che sembra davvero una roba biblica. Terremoti, nebbia, neve. Uno si chiede comecazzo succeda tutto questo, poi pensi al 2012 di Giacobbo e ti stai anche un po’ zitta.

Comunque c’è questa cosa che sabato vi han detto a tutti di non uscire di casa, e invece io mi sono andata a vedere il drogagatti Pete Doherty, uno di quelli che nel mio programma “vediamoli prima che muoiano” di quest’anno era imperdibile.

[comunque terrorizzatevi più spesso sulle condizioni meteo: che le strade sgombere di sabato sono una figata assurda]

Tolte poi le righe che andremmo a scrivere sull’artista (e sul concerto anche di ieri sera) c’è da dire che il mio avvenimento top del weekend è stato il posto di blocco della polizia a Borgo Panigale. Lì, che non è che neppure l’entrata al casello sia esaltante, c’era sta pattuglia della polizia lì a fermarti. E mi sono accorta di una cosa: che mentre mi fermano le forze dell’ordine ungheresi mi cago in mano e confesserei dalla paura anche misfatti non commessi ogni volta che mi fermano gli italiani invece è pronta la pantomima da barzelletta. Signoreiddio. Continue reading “La paura, il baubau, la desolazione.”