[tipo: quanti cazzi di concerti ho iniziato a vedere dopo gli AIR?] comunque questo ora è l’unico screenshot che ancora si trova in giro del vecchio blogghe. Soncose.
Year: 2012
Pilastri letterari che vi peserebbe acquistare anche a 0,89 cent su amazon.
Per aiutare il lettore a risparmiare qualche ora del suo tempo prezioso, fornisco un compendio di libri sopravvalutati dall’uomo e dal fluire della storia che potrebbero tranquillamente non essere mai consultati da un individuo senza che la vita di questi risenta del benché minimo contraccolpo.
“Siddharta” di Herman Hesse: storia di un povero cristo che, in diverse fasi della sua vita viene abbandonato da chiunque: dagli amici, dal figlio e pure da un barcaiolo semi-muto. Siddharta ha i complessi di inferiorità verso l’amico Govinda, al quale i Kula Shaker hanno dedicato una canzone. Forse è questo a far sbroccare Siddharta, al quale mi sembra che nessuno abbia mai dedicato neanche un giro di do. Comunque: Siddharta e Govinda viaggiano e decidono di andare a vivere con i “Samana”, pensatori che imparano a impersonarsi con tutto ciò che incontrano. Tipo che se incontrano un masso, tutti i Samana si fermano a fare il masso e non si muovono finché non passa di lì una cosa deambulante nella quale possano impersonarsi. Poi Govinda decide di aggregarsi a una setta, mentre Siddharta incontra Kamala, la lascia incinta senza saperlo e se ne va. Poi incontra il pescatore muto che lo abbandona dopo un po’ e, di fronte alle limitazioni imposte dall’handicap, questo la dice lunga sul grado di zelo ed entusiasmo che Siddharta riusciva a portare nella vita della gente. Poi Siddharta trova il figlio, che però lo odio e lo abbandona a sua volta dopo poco. Intanto Govinda, con i neuroni ormai bruciati da anni di droghe e alcool con quelli della confraternita, torna da Siddharta e lascia che si sfoghi raccontando le sue cazzate metafisiche.
“L’alchimista” di Paulo Coelho: serie di riflessioni sul viver bene che spaziano dall’ovvio all’assurdo. Tipo: non dormire con il cellulare acceso ché se qualcuno ti chiama ti svegli. Oppure: se quando sei in macchina vedi la luna piena fermati e parlale, non curandoti del fatto che sei in autostrada e che ti sfrecciano i tir da tutti e due i lati a 180 km/h. Nella versione originale, quella in portoghese, i protagonisti si chiamano Santiago e Fatima. In quella italiana si chiamano Catanzaro e Isernia. Santiago/Catanzaro è povero ma grazie all’alchimia diventa ricco. Un po’ come Wanna Marchi. Da uno che si chiama Paolo Coniglio, d’altra parte, non era lecito attendersi di più.
“I promessi sposi” di Alessandro Manzoni: al capitolo 2 Lucia Mondella ha già il match-point: con un “sì” pronunciato di fronte al curato – che finalmente sta bene – potrebbe chiudere la storia dopo circa una ventina di pagine. Manzoni, però, si accorge che così non sarebbe passato alla storia e, rosicando, fa fallire il piano di Renzo e Lucia, che ci metteranno altre 500 pagine prima di riuscire a diventare marito e moglie. Il romanzo ha dunque avuto successo solo perché ha dimostrato che l’inevitabile prima o poi accade. In tal senso è stato decisivo il cambio del nome del protagonista. Nella prima versione, infatti, il romanzo si chiamava “Fermo e Lucia”. Il problema è che, ogniqualvolta ci si trovasse nel mezzo di un’azione per cui era opportuno che Lucia chiamasse per nome il suo fidanzato, questi, ubbidiente, rimaneva impalato, non portando a termine la propria azione. A pagina 14.362, Manzoni si accorse che così non sarebbe mai riuscito a farli arrivare all’altare e decise di cambiare il nome di Fermo. Per vendetta, però, li fece comunque sposare in un lazzaretto.
“Due di due” di Andrea De Carlo: ci sono due amici che non si sa come facciano ad esserlo. Uno è sfigato, l’altro è da paura, infrange i vetri dell’imbarazzo e se le scopa tutte lui. Al punto che risulta difficile capire perché quello da paura abbia interesse a portare avanti questi amicizia. E riesce ancora più difficile spiegarselo per lo sfigato che, a una certa, va a vivere lontano dalla civiltà, campando di autoproduzione, tanta è la poca voglia di avere contatti con un mondo che ormai lo deride anche nella figura del fruttivendolo o del giornalaio sotto casa. Quello da paura ovviamente muore giovane e dannato, mentre lo sfigato è condannato a una vita di merda e morirà 96enne, solo e povero. Ma questo nel libro non è detto.
“Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia: cioè ci sta Step che è un figo proprio da panico e che je piace ‘sta Babi che però non se lo incula de pezza. Allora Step je fa le poste co’ la moto, ma Babi je a fa solo annusa’. Poi Step però la conquista e mettono i lucchetti a Ponte Milvio. Poi Step parte per l’America che vuole fare le sue esperienze con le magliette della Pickwick e Babi si dispera con gli orsi di peluche attaccati allo zaino. Il romanzo è stato venduto in tutti i Paesi d’Europa e persino in Giappone e in Brasile. Senza essere tradotto, però.
“100 colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa P.: storia di una minorenne che la dà in giro come non fosse sua. Trasposizione librica del classico concetto che tira più un pelo di figa che un carro di buoi, anche se ci si trova in libreria. Scritto sotto forma di diario, il libro alterna i racconti sessuali della giovane Melissa con i compiti di latino e matematica da fare per il giorno successivo. Ben presto la giovane Melissa confonde i due piani – quello ormonale con quello scolastico – e inizia a parlare di sesso come un sussidiario. L’unico dubbio, alla fine del libro, sono i 100 colpi di spazzola, secondo alcuni un’ardita metafora. Secondo Wikipedia, “il libro ha riscosso un grande successo tra le ragazze di età compresa tra i 16 e i 25 anni”. Le prime intente a capire da dove cominciare, le seconde a interrogarsi sugli errori commessi in passato.
“Il codice da Vinci” di Dan Brown: tutta comincia con l’assassinio di Jacque Sauniere, curatore del Louvre. E, con questo omicidio, si chiude la parte logica del libro e inizia il delirio dell’autore. Nelle pagine successive si scopre che Sauniere è stato ucciso perché un suo vecchio zio, parente alla lontana di Leonardo da Vinci, odiava il cristianesimo e aveva scoperto che il Santo Graal altro non era che un bicchiere di plastica di una festa delle medie organizzata da Leonardo sul quale campeggiava il nome “Leonardo” scritto con il pennarello. Da qui si evince dunque che la vera scoperta che il libro vuole portare alla luce è l’esistenza dei bicchieri di plastica e degli Uniposca Osama già tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500. Almeno questo è quello che ho capito io.
“Ho voglia di te” di Federico Moccia: cioè Step è tornato dall’America dove c’ha avuto un sacco de problemi perché quanno diceva a la ggente che se chiamava Step, tutti se mettevano a cammina’ o a sali’ le scale. E lui non ce capiva una mazza così torna a Roma e trova n’artra co’ un nome bestiale, tipo Gin. Che poi se chiama Ginevra che esce co’ l’amiche sua Fra (da Francesca), Anto (da Antonella), Lau (da Laura), Pin (da Pina) e Pi (da Pia). Però poi torna pure Babi e Step scopa co’ tutte e poi inizia a bere come un dannato. Forse è per questo che si riavvicina a Gin e alla fine scrive sul muro “Ho voglia di te”. Nel primo libro aveva scritto “Io e te 3 metri sopra il cielo”. Dopo questo libro l’associazione nazionale degli amministratori di condominio ha imposto alle sue future fidanzate di dichiarare l’eventuale unione con Step all’Ufficio igiene cittadina del Comune di residenza onde evitare imbrattamenti di muri supplementari.
Il mio amministratore potrebbe essere un bravuomo in un paese di narcolettici.
con la presente sono a informare che nel condominio e principalmente nella vostra scale stanno avvenendo fatti incresciosi quali danneggiamento a serramenti condominiali e privati, schiamazzi in orari notturni, ecc…
Per quanto sopra sono a chiedere eventuale vostra disponibilità ad un incontro straordinario per porre fine alle lamentele.
Resto a disposizione.
Cordialmente.
Posso dire, come fu per Berlusconi, che anche io non ho scelto questo amministratore di condominio. Ma siamo così culi pesi che non abbiamo mai voglia di andarcene a cercare un altro. Così ce lo dobbiamo tenere, lui e il suo onorario che tutte le volte mi fa esclamare un tenero “apperò, mica cazzi eh”. No. Purtroppo non riesco neppure a dialogare con lui. Sembra un po’ come se io parlassi un linguaggio diverso. Non mi caga mai le mail ma spesso se ne esce così.
Ora vi dico cosa è successo di nuovo.
Sapete che il mio condominio è un po’ pieno di artisti, diciamo così, no? Cosa che se facessi suonare i Prodigy qui nel cavedio condominiale anziché a Rho non si noterebbe la diversità acustica rispetto alla normale attività del nostro civico. Sicché in questi giorni, mentre io scatarravo e scaldavo il mio pupazzo meglio di un accumulatore termico, son successe simpatiche cose: come il trovare condom usati un po’ dappertutto. Il bello anche sul cancellino della porta di casa (è figo aprire al corriere che ti porta il nespresso con il ferro tutto decorato come se fosse l’alberello natalizio, veh) e non solo un po’ ovunque negli spazi comuni. E poi sempre codesti rumori che, mentre vi scrivo qui a orari marzulliani, ricordano molto l’accoppiamento selvaggio con il ferr… mh, un momento.
Ecco. Però, per farla breve: io sto nell’altra scala.
Continuo a guardare le foto ed è come cogli l'errore.

Tolto che lei ha un vestito urendo (spalline trasparenti? tulle? per favore: rimani figa, Kate, ma meh) io sto continuando a fissare la testa di Bellamy cercando di capire cosa c’è che non va.
No, non in quel senso, dico l’effetto bambola-ken-imbrillantinato.

Gente che ha visto più i Kasabian live che parte della propria famiglia.
Dici ‘sto post, da ieri doveva uscire. Pensavo si fosse pubblicato e poi sono svenuta nella febbre e invece no: wordpress si è splinderizzato, o simili, e non era uscito un cazzo. Quindi lo sto riscrivendo ex novo, e chissà cosa avevo scritto, e chissà ora cosa uscirà. Che roba: qui uno si è dovuto fare anche una intramuscolo di Plasil perché proprio non so, sappiate che la vostra macumba è riuscita benissimo.
Ma.
Ma mi son trascinata euguale a vedere i Kasabian. Perché? C’era questa intervista che era tipo da luglio scorso che avevo chiesto, in ottica Frequency. Il discografico mi rimbalzava sempre, ora con la terza testata (con qui collaboricchio ora) abbiam quagliato. E quindi non è la mia paranoia di base: ok sto sul cazzo alle persone. Sarà anche questo, ma è la conferma che in Italia, a meno che tu non abbia una stracazzo di testata coi controcoglioni (scusate la ripetizione della parola “testata”) puoi anche essere bravino, precisino, spaccacazzi ma ti attacchi perché verrai sempre dopo.
Un passo indietro. Continue reading “Gente che ha visto più i Kasabian live che parte della propria famiglia.”
Funeral.
Partecipare ogni tanto a un funerale classic serve eccome. Serve soprattutto a riflettere sulle famose 101 cose da non fare enunciate da Daniele Luttazzi.
In particolare se si tratta del tuo, di funerale. Perchè il problema è che quando tocca a te, difficilmente riesci a farti capire.Tutti sembrano non aver voglia di ascoltarti. E allora, per favore, vi dico un po’ di cose in anticipo:
– lasciate perdere le frasi tipo “era un brava ragazza” (probabilmente è vero, ma con qualcuno forse sono stato anche davvero stronza).
– se avete altro da fare non venite. I funerali – per definizione – si organizzano sempre quando la gente lavora o ha altre cose importantissime da fare. Quindi avete la giustificazione.
– se invece decidete di venire, vestitevi come vi pare ma evitate le giacche, io non ne avrei una da mettere al vostro funerale. E tanto lo so che di solito non andate in giro conciati così.
– anzi, adesso che ci penso se veniste tutti vestiti da Blues Brothers e o vi faceste i capelli colorati come abbiamo fatto al matrimonio di Dana sarebbe un’idea divertente.
– se durante la funzione per ingannare il tempo vi scappa una conversazione sul calcio, non c’è problema. Ma per par condicio dedicate uno spazio in coda anche agli sport minori.
– la messa vi annoia? Potete uscire a fumare una sigaretta, vi capisco. Sicuramente a me non darà più fastidio agli occhi.
– se vedo un fiore nel raggio di un chilometro vi maledico. Piuttosto adottate un bambino a distanza
– niente musi lunghi, please. Anzi vorrei proprio che socializzaste. Dopo tutto sono cose che capitano una sola volta nella vita
– se dovete rivangare episodi divertenti o imbarazzanti del mio passato, fate pure. E se vi serve “colorire” per essere più divertenti, è ok. Davvero. Ma rispettate le regole di sempre: fino al 20% è senso dell’umorismo, oltre il 20% è calunnia
– in ogni caso nella tasca dei pantaloni dovrei avere un biglietto con le tre canzoni da suonare al mio funerale. Se nel frattempo non ho cambiato idea, sono: 1. “E-bow the letter” dei R.E.M. 2. “Marquee moon” dei Television (tutti i 10′ e 40″ della versione originale, grazie, fatelo pet me); 3. “Another day in the sun” dei Moffs (lo so, non sapete chi siano: comunque c’è il 45 giri originale sotto lo stereo…)
– ah, se ho avuto il tempo di registrarla, ho lasciato una videocassetta con un messaggio per ciascuno di voi. Dovrebbe strappare qualche sorriso e magari anche qualche lacrima, ma così almeno avete un alibi.
– per tutti: se mi volete bene violate la legge: dovete semplicemente gettare al vento le mie ceneri cercando di ripetere alla lettera la scena dello spargimento di ciò che resta di Steve Buscemi alla fine del Grande Lebowski.
Volemose bbene.
Non capisco perché da quando ho detto che (per due testate) mi hanno dato da intervistare (solo dopo 9 mesi) Tom Meighan dei Kasabian:
- Mi è tornata la tosse
- Ho vomitato la cena
- Mi sono data la sciarpa nell’occhio sinistro
[dopo questa inizierò a rompere per altre interviste, debbo fare l’elenco? Spero solo di metterci meno di nove mesi: un parto]
Arriva“Futura Francesca”lo spot Telecom per il web

Il suggestivo cortometraggio che vedete qui sopra non è altro che il nuovo spot di Telecom Italia che si chiama “Futura Francesca” ed è un film realizzato grazie alle sette storie vincitrici del primo“social advertising contest” di Telecom Italia.
FuturaFrancesca è la concretizzazione di un gioco fondato su creatività, fantasia e immaginazione che 700 persone hanno profuso battendo sulle loro tastiere e dando vita a 700 diverse Francesche sul sito futurafrancesca.telecomitalia.com. Un esperimento di social advertising che non ha paragoni in Italia. Lo spot risulta armonico e armonioso. In esso la tecnologia è perfettamente miscelata alle emozioni che la protagonista vive e trasmette e che lo spettatore, accompagnato da una coinvolgente e azzeccatissima colonna sonora, metabolizza ed empaticamente rivive.

“Futura Francesca” proviene da un’elaborazione creativa di scene e avvenimenti tratti dalle sette storie vincitrici del contest, scritte da Angelomo, Clacelyn, Fantasia, Il cappellaio matto, Letiziax, P3luc e Petalorosa. Il lungo lavoro di selezione è stato effettuato da una importante giuria di qualità, composta da esperti del settore come il regista Daniele Luchetti, il direttore creativo STV DDB Aurelio Tortelli, lo scrittore Francesco Dimitri e il giornalista Luca de Biase.
Per partecipare bisognava immaginare come avrebbe comunicato Francesca da grande, la bimba protagonista della scena finale della campagna istituzionale 2011. Il claim del nuovo spot è “Le emozioni non cambiano, il modo di comunicarle sì”, e lo spot sarà ambientato nel futuro con nuove tecnologie che accompagneranno la protagonista nella sua vita.
La conclusione dello spot con il passaggio dei titoli di coda, che con grande ‘umiltà’ e schiettezza ringraziano tutti i 700 partecipanti al contest, non può non essere bagnata da qualche lacrimuccia di commozione. E in effetti nello spot si vedono anche realizzate parti di alcune storie non scelte tra le sette winning. Un messaggio di positività che in questi tempi ci voleva. Che ne dite?
O forse il paramecio? Mh.
Più conosco le persone più vorrei essere protozoo, bella la vita del protozoo… a sguazzare nell’acquetta putrida tutto il giorno… senza preoccuparsi d’altro tranne che di ciularsi una bella protozoa, che bello sarebbe, invece no ! son nato ominide bipede e pure polemico ! o come vivo male, come stò male quando mi imbatto in qualcosa che proprio non condivido, ohiohi! come soffro.
Recentemente e non solo via blog, mi sono imbattuto in personaggi che, nonostante la loro giovane età, son già straconvinti di come si debba fare a vivere e non solo, son straconvinti che la propria missione sia quella di insegnarlo agli altri. Questa futura nostra dirigenza (sicuramente finirà cosi) probabilmente fra un po’ di anni si desterà, folgorata sulla via di damasco, alla propria vera missione e convoglierà tutte le proprie energie sul primario scopo: DIVENTARE IL PADRONE DEL MONDO !
Sinceramente a 17 anni non mi fregava un tubo di diventare il padrone del mondo, ma ora che ci penso… nemmeno ora! sai che palle essere il padrone del mondo? Sai le grane? Vi immaginate cosa non deve essere organizzare la riunione di condominio? Eppoi che lamentele.
“ …voi dell’everest dopo cena scuotete sempre la tovaglia su noi Indiani, non si può più andar avanti così, guardate che vi denunciamo! eppoi quando stendete il bucato almeno strizzatelo, non ne possiamo più di queste pioggie monsoniche…”
E ancora:
“… guardi che le sue cavallette mi hanno mangiato tutto il raccolto, la prossima volta per favore le tenga chiuse la sera che sennò và a finire che ci metto il veleno…“
“… voi sudamericani ballate tutta la notte e noi che siamo al polo sud non riusciamo a dormire, e che cacchio, almeno abbassate il volume dopo le 22…”
“signor amministratore, guardi che qui nel sahara non c’è mai l’acqua la vuol far riparare l’autoclave o no?”
E io , vi immaginate la mia posizione? Continue reading “O forse il paramecio? Mh.”
