You'll speak when you're spoken to.

E’ l’una e trentasette e sto ancora facendo rutti alla lasagna verde.

No, perché in sei (sei?) anni di mia permanenza in suolo emiliano, dopo procrastinamenti e procrastinazioni sono finalmente giunta al Sali e Tabacchi di Reggio Emilia. Locale così fighettoso da sembrare parmigiano, e che se la tira così tanto che non ha neppure un insegna. Ci si arriva così, a lume di naso: sappiate che è quel cascinale roseo accanto al supermercato, ergo potete anche parcheggiare al supermercato.
Evitate le bariste donne: sembra che non siano soddisfatte dalla loro vita (mica sto supponendo quella sessuale, dico quella lavorativa), e sono piuttosto sgraziate. Ce ne siamo accorte stando in fila, visto che ci ha letteralmente sbroccato per un bicchiere d’acqua.

Il cibo però era molto buono. E stranamente, seppure fosse la festa per il compleanno della mia palestra (mia nel senso che ci vado io) era abbondatissimo, torta inclusa. Calorie su calorie. Infatti alla fine quelli che abbiam mangiato siamo io, gli imbucati e lo staff. Gli altri stavano lì a contare oddioquantohomangiatooracomelobrucio.

Il diggei l’avrei strozzato nella prima ora, quando mi ha mandato cover Jazz di tutto, anche di Creep. Questa cosa mi ha portato alla socializzazione forzata con chiunque pur di non concentrarmi sulla musica, per dire.
Ad un certo punto, visto che gli somigliava, ho pregato che il Fato sostituisse il dj presente con Smeerch, ché almeno ha gusti musicali migliori.

Ho legato un casino con la tipa della reception e ogni volta che vedo uno degli istruttori mi mette così di buon umore perché mi ricorda tanto jackmcfarland, ecco.
Adoro.

Sta lasagna però era buona eh, ma non sento più altri sapori che lei. All’imbocco dell’autostrada sapeva di lasagna alla caipiroska alla fragola, ora solo effluvi di lasagna. Eccheppalle.

[poi il sor Pelodia mi manda anche all’una e cinquanta foto di come si è ridotto Repetto. A me sembrava la statua di cera di William Shatner, suvvia]

Ohrwurm/Wehrmacht.

Sono talmente presa da quello che sto facendo per il barcamp che non mi ero accorta di avere la tv accesa su casaraiuno. Il problema è che stava suonando Povia.

Oh, ho tante cose da raccontare, però mi manca il tempo. Lo farò tutto in questo post.

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Il mio amministratore di condominio è palesemente un coglione: in pratica c’è un condomino che se ne impipa dei divieti ed ha detto "beh, io a quello lì non faccio nulla perché mi sa che è un tossico".
Mbeh?
Ora se sono un tossico posso rompere i coglioni a chiunque?
Io quindi se paleso che faccio boxe posso spaccare tutto? No, vorrei saperlo, perché in caso lo faccio.

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Ieri sera ho visto Operazione Valchiria. Mi piacerebbe perdere del tempo per raccontarvi le storie dietro, però a volte penso che ‘sti film servano per il popolo per andare a ricercare storie dietro che nessuno conosce (orsù, quanti di voi conoscono bene la storia della Resistenza ai regimi?)
Recensioncina: buona fotografia, leeenta la sceneggiatura, Tom Cruise ha un po’ la verve e la profondità di un manichino dell’upim. Il cast e la scenografia è di gran lunga superiore al resto elencato. Ottime soprattutto le caratterizzazioni.

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Io appena trovo il libro di Shenck sulla salute di Hitler, che però è solo stato pubblicato in tedesco, me lo accatto. Quindi dovrò anche tradurmelo. Vabbè, ecco.
Io comunque quasi quasi, il cocktail che Morell dava al suo paziente A. , direi che sarebbe da provare (MAMMA STO SCHERZANDO): Nux vomica, atropina, sali di sodio e potassio, ossidrina, camomilla, testosterone, profenazone, caffeina, atropa belladonna, e.coli, morfina, sulfonamide, cocaina (per gocce oculari), enzimi, vitamine, anfetamine, metanfetamine, proteine e lipidi. Altro che la redbull.

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Sto impazzendo per i contatti aziende/enti/comune/salcazzi.
Ormai ho un’agenda che trabocca di contatti, chiamate, email, ci vediamo là, ma quando c’è in ufficio, sì possiamo parlarne ma io sto a Parma e non a Milano.
Non-ne-posso-più.

Fffatto?

Oh, ora come ora mancano i soldi per cordini e badge.

In caso, mica vi offendete se facciamo alla Art Attack, vero? Cioè, i cordini ve li faccio all’uncinetto, e per i badge uso il dietro delle vecchie locandine incollate con abbondante ccccolla vinilica.

[poi si dice la creatività, sennò faccio come per il wordcamp e vi faccio stampare il badge a casa vostra. Uao, che idea innovativa (…) (se l’avessi fatto io mi avreste dato della spilorcia) (eh) (se penso ancora a quanto ci ha dato il comune la sala, alla faccia che doveva essere un prezzo di favore)]

1890 post più una dozzina persa per colpa di crash e di splinder.

C’era un post qui, che avevo scritto, poi firefox è crashato e siccome io scrivo di getto questo post qui si è perso e ora dopo aver fatto due ore di radio mica ricordo cosa stavo dicendo qua.

Cioè, non lo ricordo a parole, ricordo il concetto generale che vado ora a scrivere.
Quindi non affannatevi a cercare un fil rouge, o una linea guida, in questo post.
Budapest: Io, volevo dire, che a Budapest ci sono affezionata di botto. Ma c’è un passo indietro da fare.
Budapest è come me, un’accozzaglia -almeno 3- città che si sono unite e che son lo stesso corpo con tre anime diverse; un dna assolutamente caratteristico e misto sia nelle strade che nelle cellule di chi la abita; un fiume che scorre sia placido che impetuoso in mezzo; tanti ricordi del tempo passato alcuni esibiti con orgoglio, altri esiliati fuori porta; cincischiare nel cibo e nella bellezza; i rilievi e la pianura; le terme, tante; i caffè; il caffè; alcuni pezzi in completa distruzione, tra i vicoli; altri pezzi sfarzosi.

Se Berlino è un’ottima amante perché quasi città di nessuno e Parigi per me è terribilmente splendida e affascinante come la propria anima gemella (che scontata, sì, amare Parigi e i cani), per me Budapest è la città che più mi assomiglia.
Ed è una cosa che per ora tengo gelosamente per me, perché se prima condividevo come è Parigi e le sensazioni che ti da una città io ora ne ho quasi pudore. Un posto che sento sempre l’esigenza, anche se sto male di girare a piedi. Tutto a piedi. Di calpestare, Di guardare il verde, di incazzarsi per non capire una beneamata fava di quella cazzo di lingua in comune solo con gli uffici nokia, di cercare di schivare il turistico e cercare di capire quello che non capiscono neppure gli ungheresi, gente che mi sa come me vuol stordirsi per dimenticarsi quasi un secolo.

Cose così insomma.
E per me le anime varie son le mie passioni. Il pensare che se non facessi medicina non ci sarebbe nulla che potrebbe dar senso alla mia vita. Il cercare però di riuscire a fare qualcosa anche negli altri campi. La smania di recuperare, di far recuperare al corpo la fase in cui è già la mente. L’odiare come ci si è ridotti ma ammirarsi perché poteva essere peggio. Autodicotomie. Non so, è un casino. A me piacerebbe far radio, poi diventare medico e sperare che dei ciellini non facciano manifesti con stralci di robe mie scritte. Ma non farei né una richiesta né uno sgomitamento. Non manderei un cavolo di mio, in giro, per vedere se.
A me i rifiuti non mi sorprenderebbero. Sono i complimenti che prendo sempre male o che a volte mi sorprendono un casino.

Tipo, io il Barcamp lo organizzo perché la spinta è partita da altri.
Non mi sarei sentita di farlo. Perché non mi sarei sentita all’altezza, perché io chiccazzosonoperfarlo, perché… tante cose. Poi l’idea è partita. Poi si è arenata intorno, ma dopo lì io mi incazzo e la porto avanti in ogni modo, perché mi da fastidio le idee non sfruttate, le cose tralasciate, non buttarsi, buttarsi anche alla cieca abbondantemente rischiando di farsi del male.
Però son così, meglio una dentata che star lì a lamentarsi che ci si gratta.

Non so come andrà. Non ho grandi aspettative. Ché qui un barcamp è come un rapporto di coppia: mica dipende solo da me. E aggiungo: porca vacca, non so se perfortuna o purtroppo.

[però gli iscritti già son tanti, cribbio, ecco, almeno, vah]

Uno yawn ci seppellirà.

Io devo superare ‘sta cosa che le persone mi leggono.

Cioè, io scrivo di getto, mica filtro. Poi le persone con cui lavoro mi leggono. Non credo sia una cosa positiva anche se S. mi ha detto "ho letto il tuo blog, hai una bella testolina". Però ecco, non so.

Sono stanca e scazzata, ma organizzare un Barcamp mi sta facendo capire tante cose.
La prima è che nel lavoro, in Italia, le donne sono più responsabili. E due che si va avanti a conoscenze. Se non sei nessuno purtroppo conti molto meno, se davanti non hai persone disposte ad ascoltarti.

Fortunatamente stamani in Provincia ci hanno ascoltato, a me e socia, e hanno voluto capire cosa proponevamo. L’ho trovato un atteggiamento bellissimo e molto propositivo, perché ultimemente di no a priori in territorio italico ne ho presi parecchi.

Insomma, fosse per me continuerei a lavorare solo coi tedeschi.
Scommetti che organizzare un barcamp lì è meno difficile? Io, vorrò sentire anche come fanno i parigini a organizzare i barcamp. A breve credo li contatterò (e se ce ne sarà uno nel periodo in cui son lassù ci parteciperò) perché credo che ‘ste cose accadano solo da noi: pare che l’email, se non seguita, appoggiata, soffocata e accompagnata da 300 telefonate non valga un cazzo.

Insomma, ci vuole una grossa incoscienza per arrivare in fondo.

Ho mandato dozzine di mail, ormai non capisco neppure più:
– le principali aziende di lavoro temporaneo hanno fatto orecchie da mercante.
– i consorzi della zona non si son degnati neppure di una risposta
– una importante azienda di roba da mangiare ha detto "eh, ma non è il foodcamp", quando credo che, chi si occupa del foodcamp, non li chiamerebbe mai e poi mai.
– apprezzo la risposta negativa di ikea, che ha detto che nella sua politica non ci sono le sponsorizzazioni ad eventi. Ma almeno ha risposto.

Grazie a lei, per il raggio di sole in mezzo alla nuvola di Fantozzi, e a lei, perché nel momento del bisogno c’è, anche se così fatantobruttodetto.

[la portano via mentre canta "Ce la farò", canzone spesso portata ai provini di X factor]

ParmaWorkCamp/2.

Se c’è una cosa bella di cui nessuno saprà la maternità, ecco, non ve l’ho detta.

Se a Parma, grazie alla rete urba.net, starete comodamente chattando dal vostro telefonino figoso via wifi mentre siete all’Auditorium o col vostro portatilino a mandare le foto su flickr (ehm) da una panchina del Parco Eridania sappiate che sì, la colpa è mia.
Causa il ParmaWorkCamp.

[L’unica piccola cosa è che alla reception per avere collegamento dovrete darci nome, cognome e documento. Però dopo potete collegarvi ovunque a Parma per mesi. Gratis. Buono, no?]

Workcamp/1: chiccazzomel'hafattofare.

Sto organizzando un Barcamp.
Non chiedetemi chi me l’ha fatto fare. So solo che David mi disse che c’erano dei fondi dell’università da impiegare in una conferenza e pensammo di aggiungerci anche un Barcamp. Poi lui si è impelagato in mille cose e continua a gestire solo la prima. Io, per carattere, mi sembrava brutto mandare tutto a donnine visto che se ne era parlato già qua. Quindi sto mettendo la testa bassa e sto incominciando a far tutto da sola: contatti col comune (devo mandargli i documenti MA manca la mia nuova carta d’identità da allegare, eh), rastrellamento di sponsor (per ora tutti tacciono, e la cosa mi fa un po’ cagare in mano visto che la sala ce la danno a prezzo agevolato e basta) e cazzilli vari.

E a volte crisi di sconforto di 3 minuti, ché se non ci fosse Daniela io non so come farei.

Se voi ci sarete al Workcamp e ne trarrete dei benefici io ne sarò tanto tanto contenta.

[ecco, dopo se volete ripagami in capsule nespresso visto che ne sto consumando a iosa, tipo 5 al dì se tutto va bene e se non sono in casa, io vi vorrò ancora più bene. Carucci, che siete]

Essendoci sei reti wireless tutte chiuse in questo punto probabilmente uno di loro potrebbe leggere questo post: bene!

Io ci ho la vicina che occupa la parte della mia casa sopra bagno-sopra cameradaletto che è da ieri quando io stavo facendomi la doccia, ma probabilmente anche prima, che sta martellicchiando in modo lieve e continuativo senza soluzione di continuità da circa 14 ore, escluse quelle di sonno.
La cosa mi preoccupa. O deve spaccare 3478 gusci di noci o è completamente scema. Vabbè, che il babbonatale rampicante fuori dalla finestra farebbe propendere per la seconda, ma mi inizia a irritare. Anche perché, checcazzo, è un rumore che si cancellerebbe dalle orecchie solo mettendo Novembre di Giusiferreri in cuffia.
E non ce la farei.
Eppoi è la stessa che mi ha fermato dicendo: "io la sera torno tardi, e gira gente strana, e io ho paura".
Esticazzi?

Poi ci sono i vicini di muro della camera che sono la versione trucida di Fosca e Raniero Cotti Borroni di Viaggi di Nozze verdoniani.
Un capitolo a parte.

Poi c’è il vicino da balcone a sinistra. Quello che il fratello fece un anno di università con me e io e la mia migliore amica ce lo ricordiamo come un tumore ai testicoli. Così, in allegria interrompeva ogni lezione per farsi spiegare la prima frase dopo il buongiorno del prof. Ecco, l’altro fratello, il maggiore, è anche meno furbo di lui.
Già.
Mi ha scritto in email dicendo che ora che abbiamo questo nuovo e potente mezzo di comunicazione possiamo tenerci di più in contatto per il bene del condominio.
[e a me è suonata in testa la canzone dei Meganoidi: "supereroi contro la Municipale! supereroi contro le forze del male"]
Poi ti incontra in giro, ti fissa, e non ti saluta.

[Ah, sì, intanto durante la stesura di questo post continua a martellicchiare eh]

Poi c’è la vicina di cucina. L’infermiera. Mi pare sia in quelle specializzazioni soft tipo oculistica (infatti non l’ho mai incontrata: io frequento solo quelle hard) ed oltre a lamentarsi che la sua persona non viene attentata dal macho italico (vedi qui) non mi sembra molto normale. A parte che di infermiere stabili nelle strutture mentali ne debbo ancora trovare, al massimo sono molto estrose. Però ecco, sta in un monolocale con un’unica finestra e sebbene tacchetti dentro casa non apre la finestra.
Ora, che odore ci deve essere?

[continua]

Come cerchi nell’acqua che non sanno nuotare e si infrangono.

Panorama 115Insomma, noi s’è andati sabato a Fidenza.
Noi nel senso ormai giro di amichetti di vita sociale intensa. Quindi dopo un venerdì in cui morivo di sonno stando lì in giro a far foto sabato son arrivata bellina con un bel po’ di sonno in più perché pensavo che andavo a vedere Paoletto Benvegnù, e Benvegnù mi garba come cantante e quindi sapevo già che mi sarei divertita e sarei andata in un posto che conoscevo e che faceva caldo, e che insomma sapevo quasi di che morte morivo e quindi ero lì bella tranquilla normale.

Cheppoi rispetto a come si stava l’anno scorso nello stesso periodo son cose diversissime.
Nel senso: l’anno scorso stavo malissimo di fisico. E ho avuto un episodio di quella che si chiama depressione maggiore dacché le persone alle quali mi ero appoggiata han sbroccato come se avessero menopausa e climaterio e mi han abbandonato lì, con la mia sfiga e senza puntelli con io che in questi giorni un anno fa non mangiavo, non parlavo, non reagivo, stavo a fissare il soffitto e ero in uno stato così di merda che non m’accorsi neppure che la mia salute stava peggiorando e insomma lì erano un po’ cazzi acidi e fu anche peggio per me, ma si sa che ho del masochismo e che ci credo pure negli affetti anche se boh, mah, beh, pff.

Quindi noi siamo andati lì all’Arci Taun, che ha sto nome qui perché come si pronuncia, del resto è anche giusto. E siamo arrivati e insomma i Paolo Benvegnù hanno iniziato a suonare tardi, non si sa bene perché, forse perché ci dovevano fare il ruttino e fare il ruttino non è bello davanti al microfono: lo so io che alla blogfest ci avevo la birretta offerta da Beggi tutta nell’esofago lì che faceva capolino e stava risalendo. Insomma, l’incognita rutto che sta sempre dietro l’angolo è una cosa bieca quando devi vivere una vita di relazione.
Burp, scusate, ora inizio a scrivere decentemente.

Dicevo, dopo che Benvegnù ha finito di suonare c’era un personaggio che era tra gli avventori dell’Arci che ha detto di chiamarsi come Gabriele Topo e secondo me se gli passavamo vicino l’accendino ‘sto qui diventava flambè. ‘Sto qui ci ha detto che lui stava al bar o alla trattoria, non ricordo bene perché a me ‘sto qui mi incuteva più disagio di Carlo Capponi il bidello dell’Isola, e Gene Gnocchi passava lì e gli rubava tutte le battute eppoi le ridiceva in televisione guadagnandoci. E invece lì Charlie Gnocchi pure non aveva mai lavorato e diceva che insomma quelli erano dei lazzaroni. Poi abbiamo visto anche stoqui dopo se ne è andato via in bici e insomma anche se era in stato alcoolico tremendamente alterato teneva la strada. Non so come, secondo me va studiato.

Poi ci siamo intrattenuti con la Band. E’ bello perché si è parlato un po’ di tutto: da quanto sia fulminata la Maionchi a che insomma la gente che gira è tutta strana. Son cose belle perché c’è della intelligenza e dell’esser cazzari, e lo sharing di questa intellighenzia cazzara fa bene allo spirito e ti fa sorprendere in positivo che non ci sono solo le persone piatte, spente, che stan lì nel loro rancore ma non sei l’ultimo rimasto sulla faccia della terra che la pensa in un modo normale. Cioè, normale nel tuo modo di vedere le cose, ovvio.

Poi io alla fine vi dico di andarli a vedere i Paolo Benvegnù dal vivo ché son tanto bravi e simpatici. Le date le trovate sul myspace e qualcosa coi video li trovate anche sul mio flickr e sul mio canale iutub.