O forse il paramecio? Mh.

Più conosco le persone più vorrei essere protozoo, bella la vita del protozoo… a sguazzare nell’acquetta putrida tutto il giorno… senza preoccuparsi d’altro tranne che  di ciularsi una bella protozoa, che bello sarebbe, invece no ! son nato ominide bipede e pure polemico ! o come vivo  male, come stò male quando mi imbatto in qualcosa che proprio non condivido, ohiohi! come soffro.

Recentemente e non solo via blog, mi sono imbattuto in personaggi che, nonostante la loro giovane età, son già straconvinti di come si debba fare a vivere e non solo, son straconvinti che la propria missione sia quella di insegnarlo agli altri. Questa futura nostra dirigenza (sicuramente finirà cosi)  probabilmente fra un po’ di anni si desterà, folgorata sulla via di damasco, alla propria vera missione e convoglierà tutte le proprie energie sul primario scopo: DIVENTARE  IL PADRONE DEL MONDO !

Sinceramente  a 17 anni non mi fregava un tubo di diventare il padrone del mondo, ma ora che ci penso… nemmeno ora! sai che palle essere il padrone del mondo? Sai le grane?  Vi immaginate cosa non deve essere organizzare la riunione di condominio?  Eppoi che  lamentele.

“ …voi dell’everest dopo cena  scuotete sempre la tovaglia su noi Indiani, non si può più andar avanti così, guardate che vi denunciamo! eppoi quando stendete il bucato almeno strizzatelo, non ne possiamo più di queste  pioggie monsoniche…”

E ancora:

“… guardi che le sue cavallette mi hanno mangiato tutto il raccolto, la prossima volta per favore le tenga chiuse la sera che sennò và a finire che ci metto il veleno…“

“… voi sudamericani ballate tutta la notte e noi che siamo al polo sud non riusciamo a dormire, e che cacchio, almeno abbassate  il volume dopo le 22…”

“signor amministratore, guardi che qui nel sahara non c’è mai l’acqua la vuol far riparare l’autoclave o no?”

E io , vi immaginate la mia posizione? Continue reading “O forse il paramecio? Mh.”

Lilli, il Vagabondo.

La via principale delle città è gremita di passeggianti del sabato mattina elegantemente chiusi dentro poveri cappotti firmati ed accuratamente posizionati dietro monotoni occhiali da sole scelti per schermare uno strano sole tiepido di metà febbraio. Massificati in maniera massiccia e persi tra acquisti e pensieri e regali a cui incatenare un amore che ormai ha il sapore di un cioccolatino.
Sono correnti che scorrono fluide ed ordinate sopra gli scuri marciapiedi di pietra lavica, sono flussi costanti cui fanno eco gli immobilizzati in piedi davanti ai due bar-simbolo dell’angolo: coloro che guardano chi sei e guardano che macchina hai. Coloro che stanno sempre attenti a cosa passa sotto i loro occhi. Coloro che distolgono lo sguardo quando capiscono che non fai parte di una certa cerchia. Coloro che hanno come spalla un interlocutore virtuale che non guardano mai in faccia, perché comunque la loro attenzione è sempre focalizzata su qualcos’altro: sull’amico in biemmevù da salutare o su qualche culo imprigionato dentro strette minigonne diengì. I migliori esemplari di immobilizzati cittadini sono lì in bella mostra, unicamente per farsi ammirare come statue di cera dentro un museo, cazzo duro dentro i pantaloni e palle quadrate che strisciano a terra.
Quella dell’uomo seduto su un gradino tra l’indifferenza generale è soltanto un’immagine, un’immagine rapida alla mia destra. Uomo, zaino, bottiglia di birra e cane si compongono dentro un fotogramma che non fa parte della scena e che fa certamente storcere il naso alle statue ed alle correnti. Causa di sicuro un certo attrito alla sublime messa in scena di questo sabato mattina. Stride enormemente con le vetrine lucide e ricolme di cuori di stoffa e biglietti e pupazzi e fiori finti e palloncini rossi e scritte I LOVE YOU. L’uomo accarezza il cane disteso accanto a lui, testa e zampe appoggiate sulle sue gambe. L’uomo mostra ancora più indifferenza di quella delle correnti dentro i cappotti e dietro gli occhiali. E’ concentrato solo sul suo cane. Unico amico ed unico compagno di viaggio. Il cane in quel momento è certamente l’essere più felice del mondo perché ha gli occhi chiusi ed un’espressione canina che lascia intendere che lui non potrebbe desiderare nient’altro. Non potrebbe desiderare nient’altro che le carezze sul muso del suo padrone senza casa e senza meta, non potrebbe volere nient’altro che il tepore di questo sole di febbraio sulla sua pelosa pelle. Lui ignora chi gli passa vicino e magari si allarga un po’ schifato per andare oltre. Ignora il triste e volgare teatrino di questa città. Ignora chi osserva con aria distratta il piattino con dentro pochi centesimi di euro. Ignora di essere un bastardo. Lui sa solo che quella mano è lì. Per lui. Non potrebbe allontanarsi. Non potrebbe andare da nessun parte.
Sapete, anche i cani sognano. E quindi magari lui sta sognando. Qualche cagnetta da inseguire o qualche osso da addentare. Ma per ora il suo mondo è lì. Accanto all’uomo. Anche domani, quando camminerà dentro un’altra città e sarà sdraiato su un’altra strada. Quando sognerà ancora sotto lo stesso sole.

La paura, il baubau, la desolazione.

Ci sono stati momenti in cui sembrava l’avvento dei Maya eh: dicevo anche ieri per ammazzare il tempo e la timidezza davanti alla porta chiusa dei Magazzini Generali con Hugo White dei Maccabees che sembra davvero una roba biblica. Terremoti, nebbia, neve. Uno si chiede comecazzo succeda tutto questo, poi pensi al 2012 di Giacobbo e ti stai anche un po’ zitta.

Comunque c’è questa cosa che sabato vi han detto a tutti di non uscire di casa, e invece io mi sono andata a vedere il drogagatti Pete Doherty, uno di quelli che nel mio programma “vediamoli prima che muoiano” di quest’anno era imperdibile.

[comunque terrorizzatevi più spesso sulle condizioni meteo: che le strade sgombere di sabato sono una figata assurda]

Tolte poi le righe che andremmo a scrivere sull’artista (e sul concerto anche di ieri sera) c’è da dire che il mio avvenimento top del weekend è stato il posto di blocco della polizia a Borgo Panigale. Lì, che non è che neppure l’entrata al casello sia esaltante, c’era sta pattuglia della polizia lì a fermarti. E mi sono accorta di una cosa: che mentre mi fermano le forze dell’ordine ungheresi mi cago in mano e confesserei dalla paura anche misfatti non commessi ogni volta che mi fermano gli italiani invece è pronta la pantomima da barzelletta. Signoreiddio. Continue reading “La paura, il baubau, la desolazione.”

Tu sei la mia, simpatia.

Nel mondo non potrà esserci mai serenità finché ci saranno quelli simpatici solo a qualcuno. Non potranno mai cessare le guerre fino a quando regnerà la simpatia di nicchia. E’ un dannatissimo dato di fatto. Cioè al mondo ci sono persone davvero troppo forti, di quelle che comunque fanno ridere a qualsiasi latitudine. Poi, di contro, ci sono quelli che pure dopo un campus di 3 mesi con buonanima Gino Bramieri non riuscirebbero a strappare un sorriso al proprio interlocutore, se non disegnandoglielo sulla faccia con un UniPosca. Entrambe le situazioni vanno bene: ridi quando c’hai da ridere e quando non c’hai da ridere lo sai dall’inizio. Sono casi che non generano conflitti, nemmeno nel povero depresso che non riesce a fare ridere, rassegnato com’è – ormai – alla evidente realtà di non riuscire a produrre sorrisi nemmeno riproponendo alcune delle gag più esilaranti della storia della comicità. Continue reading “Tu sei la mia, simpatia.”

Detta così sembra quasi che sia una brava.

Sul blog di Fran sono capitata per scherzo. Stavo guardando cercando quali frasi assurde si finiva sul mio blog, e allora ho detto a mia sorella: «È come se andassi su Google e cercassi tonno pesce spada mangiare grissino, ti pare normale?». Per dimostrarle che non avrei trovato niente di sensato, lo feci veramente. «Uccidi un grissino, salverai un tonno» meritava di essere letto solo per il nome. Negli anni, ho capito che meritava di essere letto per tante altre ragioni. Tipo Fran, appunto, che con la sua fotocamera compatta fa grandi foto ai gruppi musicali e partendo dal nulla ha intervistato mezzo mondo e conosce tutte le band più fighe dell’universomondo. Una volta m’ha scritto: «Dove sei?» «A casa, perché?» «Cazzocifaiacasa? C’è Alex Kapranos che beve una birra da solo in un pub di Catania, cazzo».

Luisa Santangelo (qui)

In tre giorni una giornalista che stimo mi ha fatto i complimenti su twitter dicendo che da giovane avrebbe voluto essere me, il mio caposervizio gazzettaro dopo oltre un anno si è prodigato in un complimento, Luisa mi fa capire che poi qualcosa poi qui trasmetto.

[Kapranos, non ti stalko, ti seguo solo su twitter. Te lo dico casomai noialtri si finisca in un’intervista quest’anno]

fran.splinder.com

Domani chiude splinder, servizio che ha ospitato questo blog per degli anni.

Di tutto quello restano circa 150 bigliettini da visita con la vecchia url. Questo post quindi è un tentativo di SEO (-EO-EO) molto da lamer per risparmiare sulle correzioni.

Il Divino Otelma ha 5 lauree.

In tutto questo parlare dell’affaire bamboccioni reloaded o sfigati che dir si voglia (nel calderone ci sono anche io: con giugno finisco a 29 anni il mio corso di studi – nel senso di frequentare- e poi devo dare esami. Come diceva il mio prof di statistica “Medicina è una doppia maratona”. Poi ne ho solo altri sei da fare, ma son dettagli.) nessuno ha pensato a una cosa: l’università non serve a un cazzo ora come ora. E se l’università non ti serve a trovar lavoro cazzo la fai a fare, per non contraddire i tuoi?

Sarebbe ora che ci fossero meno ingegneri e più infermieri. Ma si sa: che schifo fare l’infermiere. Hai a che fare con i liquidi organici. Certo. Già che schifo una professione che dopo alcuni anni ti garantisce uno stipendio enormemente più alto dei tuoi coetanei, e che sì, ci devi mettere tanta responsabilità, ma quello vuol dire crescere, ciccio.

In tutto questo vi ricordo che in Italia, chi emerge, non sono i belli, buoni, bravi e capaci. Lo vedo avendo gli amici thirtysomething a spasso. Emerge il furbetto del quartierino, chi ha culo, chi non ha vergogna a sputtanarsi, chi va oltre la legge.

Non è che siamo sfigati: siamo il fallimento dell’educazione della società. Il che è anche peggio. E questa cosa non si risolverà, culturalmente, facilmente. Altro che preoccuparsi per qualche tassa messa da Monti: siamo un Paese culturalmente al palo da almeno trentanni.

La misura del gatto.

Credo che uno dei miei difetti principali sia quello di avere sempre delle aspettative su tutto ciò che mi circonda. Mi aspetto sempre che quella determinata situazione si evolva in un modo che io ho costruito solo dentro la mia testa, o che quella determinata persona si comporti in un modo che solo io ho immaginato. Invece dovrei saperlo che non funziona così, dovrei avere sufficiente esperienza per capire che le cose non stanno così. Con il tempo e a furia di cadere mi sono reso conto che la felicità, o qualunque stato interiore che solo vagamente gli assomigli, non coincide con il mondo esterno, sia che si parli di situazioni, sia che si tratti di persone. Tuttavia la constatazione di essere tutti delle isole mi riempie di tristezza, non ci posso fare niente. Le frasi “Non aspettarti niente da nessuno” e “Nasciamo soli e moriamo soli” le ho sempre guardate con sospetto, mi sono sempre sembrate dei luoghi comuni, eppure sono terribilmente vere. Dall’esterno credo di dare l’impressione di una persona con una specie di barriera tra sè e il mondo ma non è così, forse lo è stato in alcuni periodi della mia vita. Forse è vero che sono una persona solitaria, so ritagliarmi i miei spazi di solitudine, a volte ne ho pure bisogno, ma odio la solitudine quando questa si presenta sotto le drammatiche vesti di condizione estrema e reale della natura umana.

Poi c’è quella che la si chiama Felicità. La felicità sembra essere questione di un attimo, un attimo di cui non abbiamo consapevolezza e che facciamo svanire dilatandolo nello spazio. Allora dovrei riuscire a valorizzare qualunque attimo e non relegarne nessuno nei bassifondi della memoria. I due gradi della felicità allora sono: il più basso, quello conferitoci dalla percezione del bello che fa sviluppare in noi la gratitudine alla vita e l’attaccamento ad essa; e quello più alto: quello in cui si è capaci di andare oltre il contingente, oltrepassando e trasformando fatti e sensazioni negative, diventando così capaci di guardare oltre il dolore stesso. La felicità allora non è fruizione di qualcosa che viene dall’esterno ma è dentro noi stessi e sta nella capacità di operare questa trasformazione del presente, operando al contempo una proiezione futura ed annullando così il tempo.

Com’ era prevedibile sette anni sono come un giorno. Ci sono sempre la sedia blu, la penna frenetica e lo spettro di una scomparsa. Ci sono sempre le fottute ore che non finiscono mai, le mattine senza senso ed i gatti incuranti e sonnolenti. Alzarsi, vivere, sforzarsi. Adesso che la luce si affievolisce dopo avermi inondato di beatitudine. Probabilmente non ho acquisito nessuno stile. Riesco solo a comporre meglio le cose e ad ordinare la vista con maggior raziocinio. A che serve premere il pulsante di scatto se la realtà è sempre uguale a se stessa?

AH, voi semplici creature chiamate maschi.

C’è questo mio amico che tipo sono giorni in cui non ci sentivamo e gli ho mandato una mail chiedendo se fosse vivo o meno.

Mi ha detto che sì, lo era, schiacciato dal suo lavoro al di sotto degli agognati dalla mia generazione mille euro al mese, e che leggeva però più spesso il mio blog di quanto facesse prima.

La cosa non mi ha tranquillizzata.

Di lui preferivo maggiormente la domanda ciclica su perché mai mi tingessi i capelli. Credo di aver sviluppato una vagonata di risposte a questa domanda, un po’ come a tutte quelle che considero cretine e che alla fine reinvento ogni volta. Sai: almeno per il gusto di rispondere.

Mi chiedo anche se ci debba essere una ragione per tingersi i capelli: del resto però ho quei rantoli di commozione quando vedo i pigmenti rossi in fila ai supermercati crucchi. Qui in Italia sembra che esista solo il biondo. Meh. Vabbé. Comunque non credo ci debba essere una ragione, ma quella che adduco sempre al mio amico è: “La mattina non mi trucco, almeno i capelli sono un vezzo”.

[e quanto pare fino ad oggi era convincente]

Posso dire, però, che ultimamente ho letto in riviste di moda che il rosso dona solo alle giovani [E NILLONA PIZZI?] perché altrimenti evidenzia dippiù le rughe. No problem, cicci: noi rotondette arriviamo ai trentanni con un culo degno di valeriamarini, ma a zero solchi nella pelle. Tzè.