Mauro Pagani fan club.

Ora, non scriverò altre cose sul festival di Sanremo. Mapoco fa c’è stata la serata dei duetti, e Arisa si è portata Giovanardi (non il trombone, ma Mauro Ermanno) e Mauro Pagani, che le altre sere dirigeva già la cantante.

Ora, Giannimorandi, che tu speri: “oh, finalmente c’è un cantante, almeno qualcosa della musica saprà”. Invece no. Oltre a sembrare un nonno portato lì per caso egli chiede a Pagani: “ma se tu suoni il violino, come fai a dirigere?”

Chi ha una minima eco di musica sa che il primo violino è anche quello che dirige l’orchestra, per farla facile, breve, e a livello morandiano.

[sob, ma perché. Ma perché. Perché. Ci sono tanti perché visti su quel palco eh]

L'italiano, il francese, il tedesco.

Fondamentalmente, uno dei grossi buchi neri dell’umano scibile è che non si capisce mai una volta per tutte che tipo di rapporti umani ci siano tra l’italiano, l’inglese e il francese delle barzellette. Di primo acchito potrebbe sembrare un quesito di poco conto. Mai valutazione fu più errata perché i rapporti tra questi tre attori protagonisti dell’umorismo made in Italy hanno condizionato la cultura di casa nostra e, soprattutto, l’agire dell’essere umano e la sua evoluzione. E poi perché, di tutte le situazione paradossali che fanno da spina dorsale alle barzellette, i rapporti amicali tra italiano, francese ed inglese sono di gran lunga il fattore meno spiegabile.

Le barzellette ambientate negli studi medici hanno una base di verità estremizzata. Elevano oltre ogni logica i casi di malasanità che compaiono sui giornali. Sia nel dottore che risponde al paziente che per fare il bagno con la diarrea è sufficiente riuscire a riempire la vasca, sia nel paziente ignorante che il limone per fermare la diarrea lo usa non propriamente in modo consono.

Le barzellette sugli stranieri in generale, con la gente di colore che ha comunque un ruolo predominante, fanno leva sulle difficoltà dello straniero a parlare la lingua del posto. E non facciamo tanto i fighi perché in Inghilterra di barzellette che giocano sullo scarsissimo inglese parlato degli italiani ce ne sono a pacchi.

Le barzellette sessuali violano le leggi della razionalità. Cazzi enormi che all’occorrenza vengono tagliati o regolati da improbabili pozioni che ne modificano la taglia a seconda delle necessità; donne che scopano come ricci e vantano relazioni sessuali che sfidano ogni logica e ogni regola base della fisica e della biologia (ved. post “Agenti e reagenti”); orde di neri che, presi per il culo nelle barzellette sugli stranieri, si godono la propria rivincita a suon di mastodontici peni d’ebano. E poi nonnine arzille cui la menopausa avanzata ha irrimediabilmente alterato il ciclo ormonale, piccole Pacciani di otto anni che si mascherano dietro bambine delle elementari, storie di corna in tutte le salse, di gay che provano a inchiappettarsi in ogni dove e di Pierini che vivono sognando la folta patonza anni ‘70 della maestrina di turno. Tutte storie talmente assurde da rendere palese il proprio carattere immaginifico. O, in molti casi, onirico.

Le barzellette con l’italiano, l’inglese e il francese hanno invece una polpa di struttura in apparenza elementare, ma nascondo un nocciolo piccolo e durissimo di nonsense.

“L’italiano vince, mentre l’inglese e il francese perdono”, cantava Elio, e fin qui ci siamo. Il problema è che spesso l’italiano vince buttandolo al culo agli altri due. Quindi arriviamo al quesito ultimo: ma se io fossi l’inglese e il francese continuerei a frequentare l’italiano?

Pare quesito di poco conto ma è qui che si gioca la partita. Da quello che si evince italiano, inglese e francese stanno spesso insieme, almeno a giudicare dalla quantità di storie in cui sono protagonisti. E questo pone tutta una serie di inquietanti interrogativi. Sono amici? Forse non molto visto che l’italiano prova sempre a fregarli. Eppure dormono insieme nella casa del Fantasma formaggino, sono insieme sul Big Ben quando lanciano gli oggetti dall’alto per provare poi a raccoglierli ai piedi della torre e sono insieme anche sull’aereo quando provano a capire quale parte del mondo stiano sorvolando (anche se in quest’ultimo caso non è spiegato dove sia diretto l’aereo). Potrebbero essere colleghi, ma ciò intanto non spiega perché vadano a dormire nel castello del Fantasma Formaggino invece di sistemarsi, ognuno nella sua camera, in un comodo albergo pagato dall’azienda, e, in secondo luogo, non giustifica neanche il fatto che si trovino in un bar a parlare di come sono fatte le scatole dei preservativi nei rispettivi Paesi (io con i miei colleghi faccio anche di peggio e infatti sono più amici che colleghi). Poi in un’altra barzelletta fanno anche una gara di immersioni: sono evidentemente in una cosa tipo ClubMed, ergo dovrebbero essere amici. O semplici compagni di sventura, visto che sono anche vittime di un naufragio. In tal caso, però, il fato che li fa incontrare ogni volta sarebbe decisamente troppo forte.

Insomma non si capisce perché ‘sti tre siano sempre insieme. E soprattutto sono difficili da comprendere gli errori tattici dell’inglese e del francese. No, dico io, se capisci che questo (l’italiano) aspetta sempre di esprimersi per ultimo sul tema in questione per fare bella figura, dovresti cambiare strategia. O inizi a mentire quando tocca a te per smontare la tesi dell’italiano; o potresti provare a defilarti, fingendo – che so? – che stia squillando il cellulare, per poi tornare e rilanciare sulla battuta dell’italiano. Quindi ne consegue che la furbizia dell’italiano, che le barzellette vogliono dimostrare, non sta in realtà nell’arguzia di cui dà prova con la battuta finale ma nel fatto che l’inglese e il francese non abbiano ancora trovato un modo per non fargliela fare quella cazzo di battuta, nonostante siano anni che popolano le stesse barzellette.

C’è però una variante impazzita: il tedesco. In alcuni contesti, infatti, l’allegro teutonico rimpiazza il francese o l’inglese. O si aggiunge alla comitiva. Il che complica ulteriormente la definizione della relazione sociale e affettiva che governa le barzellette che iniziano con “ci sono un italiano, un francese (o un tedesco) e un inglese (o un tedesco). E forse pure un tedesco.

Me lo dia

C’è qualcosa di morboso in quelli che ascoltano la musica a volume stratosferico. Roba da psicologo. Seconde me, infatti, c’è una sinistra connessione tra lo sparare la musica a palla e il tipo di musica che viene sparata a palla. Partendo dalle commistioni tra rap e rock, che hanno dato vita al crossover, termine con cui poi, per estensione, sono state identificate anche altre misture come jazz e hip hop, metal e melodica, lirica e pop, trash e latina, e considerando che la musica dance è un continuo gioco all’indietro nel tempo che raccatta elementi della dance del decennio precedente e li fonde con elementi intramontabili dei decenni sempre anteriori, si arriva alla conclusione arbitraria ma neanche troppo che la musica ascoltata a cannone è sempre inesorabilmente della musica di merda. E’ assurda ‘sta cosa. Come se io volessi rovesciare il mio nulla sul mondo che mi circonda. E’ sovversione. Cioè io a cannone ho sempre sentito solo dei loop di batteria assurdi con dei suoni elettronici a caso e i neomelodici napoletani. Non nella stessa canzone. O la dance tamarra o i neomelodici. Sulla dance tamarra ci andrebbe scritta una Treccani sana. Non fosse altro perché è una musica che non esiste. Nessuna delle persone che conosco ha mai avuto in casa dei cd di techno-trance-hardcore come quelli che si sentono dalle macchine tamarre. Il che mi porta a pensare che quei cd non siano di fatto in vendita ma siano un omaggio della concessionaria all’acquisto dell’auto. Pure il Media Player c’ha dei brani predefiniti. Con tutto il rispetto per David Byrne non credo però che centinaia di migliaia di utenti Windows si sarebbero aspettati di sverginare la scheda audio del proprio pc con un suo pezzo. Eppure è così: avvii il computer e c’hai già questo mp3 dentro, pronto all’uso. Magari per le Opel Corsa è uguale e ti danno dei cd di collaudo dell’impianto stereo a base di jungle-drum-&-bass-techno-punk-postcore. Non so, ma, nell’incertezza, posso comunque rintracciare una logica perversa nell’ascoltare il post-atomic-grunge-trip-hop a cannone. Quelle sono accozzaglie di suoni nate per essere ascoltate così. Dubito che ci sia un fuorisede calabrese che usi quella musica come sottofondo appena udibile per preparare l’esame di storia contemporanea. Diverso è il discorso per i neomelodici. La sofferenza di Mario Merola (che era solo melodico perché i “neo” sono venuti dopo di lui) frantuma le palle già a volume naturale. Figuriamoci col volume a stecca. Roteare smodatamente la manovella del volume o pigiare oltremodo il tasto “+” non influisce in alcun modo sull’approccio alla sofferenza umana del neomelodico. Al più acuisce l’odio nell’ascoltatore involontario. E qui si arriva al secondo punto. La musica insopportabile elettronica è mobile, poiché ascoltata solo ed esclusivamente in auto (il che rafforza la tesi della concessionaria-dj). Il neomelodico è stanziale: è dalle case che si irradia la sua angoscia e se, per sfiga, sei in casa pure tu, è la fine. Il tutto poi assume connotati drammatici se si tratta di Gigi D’Alessio. So che, in questo preciso istante, molti amici partenopei fondamentalisti del neomelodico staranno storcendo il naso. Lo so, Gigi D’Alessio non è un neomelodico in senso stretto. Ma il punto è questo. Il camorrista D’Alessio è l’anello di congiunzione tra i neomelodici e il pop di merda e potrebbe, per questo, sdoganare il vizio di sentire a volume neomelodico anche dell’altra musica di merda che neomelodica non è. Tutto questo per dire che, dopo essermi svegliato anche questa mattina con una che non doveva dire al marito che era stata a letto con un altro per un giorno intero (e temo che il problema vero non fossero tanto le corna quanto che il marito cornuto era uno iperattivo che non sopportava la pigrizia della moglie), adesso ho paura di dovermi svegliare da un giorno all’altro con le seguenti canzoni a volumi siderali: Continue reading “Me lo dia”

Eppure anche Flavia Vento ha un introito monetario*

* il titolo è nato prima su twitter. Quindi probabilmente non c’entrerà un cazzo col post. O se c’entra è un mirabolante esercizio di stile.

Odio quelle persone che non ti rispondono a una mail. E che se gliela rimandi per gentile sollecito senza dire altro ti rispondono secco: “sì, l’avevo ricevuta”.

Non so, dirlo subito? Rispondere con un mugugno? Anche perché magari c’è un punto di domanda o qualcosa che prevede una risposta e te invece no, nulla. Non pensi che magari io tema si perda nel tuo vasto bacino di mail a cui non rispondi e che tu dopo mesi mi dica “oh, mi avevi scritto?”. Perché lì poi non dovrebbe scattare il vaffanculo, ma anche tre minuti in cui la legge ti dovrebbe assolvere da ogni violenza fisica nei confronti del non-risponditore.

Il mio amministratore di condominio, d’esempio, non risponde mai alle email ma si incazza se ritardo anche di 48 ore sul pagamento della rata di condominio (in un condominio dove tutti pagano un po’ quando cazzo pare loro: un condominio delle libertà. Del resto, egli dice: “Mica posso fare gli atti per 200 euro, mi costa di più l’avvocato”. Eh.) Continue reading “Eppure anche Flavia Vento ha un introito monetario*”

Achille.

I piedi fanno schifo. E’ inutile stare a girarci intorno. I piedi sono indecorosi, eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Anzi. C’è questa sorta di psicosi collettiva che tende a mettere il piede in cima alla classifica delle zone erogene o delle parti del corpo che fanno sangue, fanno sesso o fanno come cacchio si dice nella vostra città. Io, però, nel ciucciare un alluce non riesco francamente a trovare motivi di attizzamento.

Tanto più che le insidie del piede sono ben note. Sì, perché anche volendo andare oltre il discorso ben noto – ma sempre efficace – dell’olezzo improponibile, specie a fine giornata, il suddetto terminale basso del corpo umano tende a mettersi in evidenza per una serie di produzioni proprie. Che nel caso di un agriturismo può essere anche un concetto positivo; nel caso di un piede lo è molto meno, specie se per produzioni proprie intendiamo quello strato di sostanza indefinibile che si genere tra un dito e l’altro o i simpatici batuffoli neri che costellano la pianta quando si indossano i calzettoni di spugna nuovi per la prima volta. E, d’altra parte, i motivi dell’inutilità del piede sono sotto gli occhi di tutti. Forse per le pressioni delle lobby delle pedicure e dell’industria di calzature, però, il dna umano evita di ribellarsi, di auto-modificarsi e di trasformare questa inutile appendice in qualcosa di più concreto. Ma guardiamo perché il piede è effettivamente la parte del corpo più sbagliata di un essere umano.

Praticità: Il piede non serve ad altro che a camminare. A qualsiasi altra parte del corpo potete trovare altri usi, oltre a quello convenzionale. Passi le mani, che sono le più versatili in assoluto. L’organo genitale ha la funzione sessuale e quella meramente espulsiva (il fatto che ad alcuni piaccia mischiare i due ambiti è poco funzionale alla nostra analisi). La bocca e la lingua servono per mangiare e parlare. Il naso per annusare e respirare. Le orecchie per ascoltare e appoggiare gli occhiali. Persino i peli del naso hanno due funzioni: trattenere le sostanze estranee inalate e riscaldare l’aria in entrata nel corpo. Solo il piede non è riuscito a trovarsi un’altra occupazione. Parassita.

Peculiarità: Il piede può essere sostituito senza che il resto del corpo ne risenta. Mi spiego. Se al posto degli occhi avessimo il radar come i pipistrelli, morfologia corporea e stile di vita ne risentirebbero in maniera radicale. Se al posto delle mani avessimo una tenaglia e una trivella come Getter-2 di Space Robot, sarebbe un casino pure mangiare un panino o grattarsi la schiena. E se al posto dei piedi avessimo degli zoccoli, tipo capre? Uguale. Con i piedi palmati? Uguale. Potremmo avere dei cingoli a mo’ di carro-armato ma camperemmo nello stesso identico modo. Anonimo.

Sincerità: Il piede fa il doppio gioco. Esempio classico: arriva l’estate, le ragazze con i sandali e giù commenti sui bei piedi che si sprecano. Ma cosa ci mostra il piede di sé? La parte superiore. Così è facile. Prendete quello stesso piede e mostratelo alla stessa persona che prima lo ha esaltato. Mostrateglielo però dal basso, dalla pianta. Potrà mai essere bella una cosa lunga, pallida, aggrinzita e dalla forma ridicola? E’ come commentare un bel fondoschiena di una ragazza che poi di viso è una specie di Picasso molto più cubista. Ipocrita.

Credibilità: Il piede viene costantemente deriso. Qui veniamo alle note di gran lunga più dolenti. Perché il vero problema del piede è culturale. Nasce dal fatto che da secoli venga sbeffeggiato con associazioni poco edificanti. I bambini lo accomunano al formaggio per motivi olfattivi che non devo essere certo io a spiegare. Il cinema e il cabaret sono pieni di sketch in cui uno si toglie le scarpe e tutti gli altri presenti muoiono (qualche attore pare sia anche morto davvero. Piede assassino). E poi il piede ispira da secoli oggetti che hanno il dichiarato obiettivo di risultare ridicoli. Hanno mai fatto un gelato a forma di orecchio? Avete mai visto un tappetino da bagno o una zerbino a forma di ginocchio? E un gomito di peluche rosa? Ogni volta che qualche azienda vuole lanciare sul mercato qualche prodotto simpatichino pensa al piede. Umiliato.

Opportunità: Il piede è solo un escamotage psicologico. Questa è la verità. Ci si potrebbe infatti chiedere come mai l’uomo sia di piede dotato di fronte a tale inutilità. Il motivo è semplice. Quando Cristo o chi per lui ha creato l’uomo sapeva bene anche dove sarebbe andata a parare la scienza secoli più tardi e, di conseguenza, sapeva bene che l’uomo non avrebbe gradito la scoperta della propria discendenza dalla scimmia. In quest’ottica il piede è l’alibi del creatore. Via via che muoiono tutti quelli che non si sono mai rassegnati al fatto di essere una scimmia evoluta,ma la scimmia, con le sue quattro mani e senza inutili piedi, è decisamente più evoluta di lui. Contentino.

Picci-picci-pù.

Se c’è una cosa che odio – e in realtà ce n’è molto più di una – sono i film comici con i bambini. Mamma ho perso l’aereo, Mamma ho riperso l’aereo, Senti chi parla, Senti chi parla adesso, Piccola peste, Piccola peste torna a far danni, Baby birba, Baby barba (l’epopea di una bambina costretta alla depilazione precoce), Baby babba (una bambina siciliana con dei problemi di comprendonio), Baby babbo (la toccante storia di un bambino padre), Baby balbo (figlio del noto calciatore), Baby bulbo (film d’animazione che ha per protagonista un piccolo tubero) e Baby baldan bembo (un film del cazzo nel quale c’è un ragazzino che gira per strada fischiettando “Eeeeehhhh, l’amico èèèèèè”). Tutte storie di ragazzini insopportabili con le facce gommose che, puntualmente, finiscono per umiliare l’adulto minchione di turno. Basta. Non se ne può più. Non riesco a ridere se c’è un moccioso che rende la vita impossibile a un adulto che ha già una buona dose di cazzi suoi per la testa, anche se di mestiere fa lo svaligiatore di appartamenti. E non riesco a ridere nemmeno se uso la parola “moccioso” che non pronunciavo e scrivevo credo dal lontano 1989. Mi abbatterei sull’immagine di Macaulay Culkin nella sua tipica posa, quella dell’Urlo di Munch per intenderci, con un badile di ottone, ammesso che l’abbiano mai creato. E l’odiosissimo bambino con il caschetto rosso di Piccola peste? Lì si raggiunge l’apice dell’intolleranza, lo Zenit del giramento di palle, la temperatura in cui la bile sublima senza passare dall’ebollizione. Ma poi perché i bambini non devono guardare i film di Bruce Willis sennò diventano dei vichinghi e quelli dei nani pestiferi sì? Io bambino capisco bene che prima di imitare un ammasso di muscoli di un metro e novanta, che salta da un elicottero e sfonda il vetro di un grattacielo nel quale c’è la classica riunione del Cda della grande azienda con tutti i manager in giacca e cravatta; che trova il tempo per fare una battuta umoristica prima di lanciarsi per le scale – 28 piani in salita – mentre terribili cecchini che per l’occasione diventano delle pippe gli sparano addosso; che viene pure colpito per sbaglio da uno dei cecchini ma si strappa via il proiettile dal braccio con le sue stesse dita; che arriva al piano n. 100 e rompe il culo a tutti – lui a mani nude, loro armati fino alle mutande – e che alla fine, nella carneficina totale, riesce pure, passando dalla riunione del Cda, a rilevare le quote dell’azienda, divenendo così azionista di maggioranza… beh, un bambino sa che prima di fare tutto questo avrà bisogno di mangiare quintalate di barrette Kinder e di sottoporsi in, diciamo, dieci anni all’allenamento che Lou Ferrigno ha sostenuto in una vita intera. Ma per scaldare con la fiamma ossidrica il pomello della porta di casa o per tempestare il tappetino della doccia di puntine da disegno, no…
Basta un padre con l’hobby del bricolage. Distinti saluti.

Speak now! For work

Sono state "speak now"tante le situazioni da facepalm dove abbiamo sentito lavorativamente intorno a noi gente che parlava un inglese che ecco, ehm, neppure a capirsi a gesti.

Lo so, lo so.

Non è che qui si sia completamente nati imparati, come si suol dire, eh.

Anzi: dopo che si parlavano altre lingue codeste infettavano tremendamente l'accento puro inglese (provocando ilarità nel madrelingua che ci ascoltava) (vi ci voglio: il crucco rimane dibbrutto nell'inglese) oppure senza un'adeguata pratica non riuscivamo a farci capire dell'interlocutore giacché i nostri insegnanti di inglese al liceo avevano fatto, su loro confessione, gli esami nella facoltà universitaria di lingue in idioma italiano. Una roba che tu ecco, a volte ti chiedi perché.

Ora si è molto migliorati, tanto più che gli amici non mi prendono più in giro e gli interlocutori non fanno espressioni strane. Ma parliamo di noi stessi che abbiamo (perché continuo a parlare col plurale majestatis? Mh…) a disposizione palestre per esercitarsi tipo alcune interviste così, pronti via con gente che uno si chiede chi sia e in che cavolo di accento stia parlando. Serve molto, o ti svegli o ti svegli. Ma non tutti noi possono sottomettersi a tali shock. E meno male: un po' vi invidio.

Può quindi l'inglese medio dell'italiano medio essere buono?

No.

Era una domanda retorica, ma ci stava bene. Ed ecco che ci sono corsi di lingue, ad esempio c'è "speak now", in una nuova versione lavorativa. Infatti in Speak Now for work Sloan aiuta a entrare e muoversi nel mondo del lavoro, in Italia e all’estero attraverso la conoscenza dell’inglese.

Il corso è composto da 20 uscite ciascuna costituita da un cofanetto contenente un dvd e un libro. Poi in seguito i cofanetti saranno in edicola ogni lunedì al prezzo incrementale di 12,90 euro in vendita con Repubblica o l’Espresso.

L’argomento del primo cofanetto, in vendita il 9 gennaio con Repubblica o l’Espresso al prezzo incrementale di 4,90 euro, sarà come trovare il lavoro ideale, guidandovi quindi in modo multimediale.

"John Peter Sloan" , noto televisivamente anche per programmi come Zelig, dispensa consigli utili per capire il mercato del lavoro, selezionare i tipi di lavoro più adatti ai propri desideri e preparare un curriculum con la relativa lettera di assunzione, grazie a storie esilaranti da seguire sul DVD.

Ed ecco, ora: ci raccontiamo le nostre figure barbine fatte con l'inglese? Dai dai.

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Gli Eco Days a Ferrara.

ciuffino ecodaysVa che bellina la mascotte.

C’è una bella iniziativa in quel di Ferrara. Spinti da un obiettivo comune: dare un piccolo contributo per mìgliorare il mondo, ci saranno gli Eco DAYS 2012, evento di respiro internazionale dedicato all’attuale tema dell’ecosostenibilità.

I giorni che saranno interessati all’iniziativa vanno dal 23 al 30 gennaio 2012. L’evento punterà a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia della propria salute e quella del pianeta.

La manifestazione prevede musica e artisti di alto profilo internazionale impegnati nella causa, incontri, conferenze, mercati ecosolidali, il coinvolgimento di istituzioni, aziende, operatori economici, circuiti enogastronomici tematici, università, scuole, patrimoni, mezzi di comunicazione.

E poi il 30 si chiude con il concertone di Terra Naomi al teatro di Copparo :)
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