Scherza coi fanti.

Praga: cimitero ebraico tomba di hendela bassevi.Insomma io ero lì a Praga nel quartiere ebraico. E siccome tutta la mia cultura ebraica si fermava all’ora di religione delle medie (ché noi religione alle medie la studiavamo per benino eh, c’era anche il compito in classe. E si facevano tutte le altre grandi religioni, ma siccome l’Ebraismo si fece il primo anno urgeva ripassino) ho pensato che era d’uopo andare a vedere il più grande insediamento ebraico europeo.
Poi oltre al cimitero e le sinagoghe c’era la sala delle cerimonie, che la usavano anche come camera mortuaria.
Siccome nell’esposizione lì, visto che ormai non la usano più, c’era "tradizioni e costumi ebraici sulla malattia, la morte e la medicina nel ghetto" arrivo pure a leggere una didascalia, in inglese, che a memoria diceva un po’ così:
"per gli ebrei la malattia non è un momento brutto perché è il momento in cui Dio ti visita"

Ecco, in quel momento mi son girata verso mia mamma e le ho detto: "ma quando è che Iddio leva le tende da casa mia*?"

Son cose.

*in realtà è "ma quando è che si cava dai coglioni allora". Ma non vorrei urtare la sensibilità altrui.

Oggi parliamo di Dresda.

Dresda: verso il fiume.Andare a Berlino e non permettersi neppure una passeggiata a Dresda è un delitto. Dresda, quel che ne rimane dopo il criminoso bombardamento alleato, è splendida. A Dresda si può capire cosa significò essere tedesco dopo la guerra e dopo nella Germania Est.
Dresda era bellissima dicono.
La Firenze dell’Elba, la chiamavano.

Chi vuole capire tutto questo polemico riferimento al passato può leggere qui, qua, o qui, oppure affidarsi alla rilettura di chi vi scrive, meno storica e più storiografica.

Il bombardamento a Dresda del febbraio 1945 fu a scopo dimostrativo. Ricordate Montecassino da noi? Ok, era guerra, e noi e i tedeschi eravamo i cattivoni. Ma quello che non ho mai capito e compreso è perché si sia degenerato dalle guerre militari a quelle nelle città. Gli inglesi, in breve, decisero di bombardare Dresda in modo scientifico: siccome Dresda non era come Amburgo o come Berlino molte persone dalle regioni vicine (come la Prussia e la Slesia) molte persone decisero di confluire lì in Sassonia. Quindi, mentre l’Armata rossa proseguiva la sua marcia di terrore e morte (stupri, distruzioni, deportazioni di massa nei lager, fucilazioni etc etc) la gente confluì tutta lì, con la falsa speranza che essendo Dresda solo un centro culturale e non né manifatturiero né militare non ci potevano essere grossi pericoli. Quindi non esistevano né rifugi né contraerea in loco.
Ma Churchill decise di comandare alla RAF un bombardamento a base di napalm e fosforo bianco, l’operazione Thunderclap. Uno sterminio di fuoco, l’inferno. Pochi e poche cose son riusciti a sopravvivere. Per non parlare dei danni. Degli anni, per la ricostruzione. La ricostruzione che c’è ancora in corso. Per inglesi e americani Dresda era una città di particolare importanza strategica a livello militare (passaggio di truppe dirette ad Est), industriale (molte fabbriche lavoravano per la guerra) e come snodo ferroviario della Germania centro-orientale. In più gli anglo-americani sostenevano che a Yalta i russi avevano chiesto incursioni aeree alleate sulle città tedesche per facilitare l’avanzata dell’Armata Rossa.
Le prime due ragioni erano un po’ astruse (era poco pratico che le truppe tedesche passassero proprio nel centro della città). L’ultima affermazione fu smentita dai russi dopo la guerra. Solo la terza aveva qualche validità. Ma allora perché usare prevalentemente le incendiarie se l’obiettivo era anche il sistema ferroviario di Dresda? Secondo i sopravvissuti al quadruplice attacco i danni che le strutture ferroviarie di Dresda riportarono erano minimi. Solo 3 giorni dopo fu possibile far circolare di nuovo i treni. Invece nella stazione centrale erano stati trovati migliaia di corpi privi di vita a causa delle altissime temperature (fino a 1000 gradi) e dei gas venefici respirati. Non fu neanche attaccato l’aereoporto civile e militare di Dresda-Klotrch nonostante il sovraffollamento di velivoli. Anche l’area industriale fu poco danneggiata.

Chiamiamolo quindi come l’inizio della guerra fredda. O una bella lezioncina vendicativa.

Verso la frauenkirche.C’è un monumento nella parte settentrionale di Dresda che ricorda le vittime del quadruplice bombardamento del 13-14 e 15 febbraio del ’45 su Dresda. Sulla lapide sono poste due domande: "Quanti morirono? Chi conosce il numero?". Purtroppo il numero finale di morti non potrà mai essere definito con precisione: alcuni storici come David Irving ("Apocalisse a Dresda", 1963) calcolano 135000 decessi ma altre ricostruzioni storiche arrivano a cifre apocalittiche: 200000 morti, più delle vittime dell’atomica giapponese messe assieme, molte di più dei pur violenti bombardamenti su Berlino, Amburgo e Tokio nel corso della seconda guerra mondiale.

C’è stata la ricostruzione, a Dresda. Ricordando cosa c’è stato. La Frauenkirche è l’esempio della voglia di rinascita. Guardate il colore delle pietre della chiesa e ricordatevi che solo quelle scure sono le pietre originali.

Every little piece in your life will it mean something to someone?

Die Wende.

Son le tre, poi passano le quattro. Ti rigiri nel letto. Metti i cuscini tipo bara, o perlomeno, come spiegare il mettere i cuscini in modo che due angoli soltanto ti sorreggano la testa e il resto si sentano tramite le braccia? Superi le quattro, inizi a sentire i cinguettii dei volatili. Neppure tanto insistenti. Vedi quella porzione di cielo cambiare da un blu nerastro, a un blu intenso, per poi dopo andare al solito grigio delle giornate di pioggia. Sono le cinque e mezza, ed è dalle dieci e mezza del giorno precedente che sei sveglia, viva e vigile. Non è la prima volta, non sarà l’unica. Così come tutte le volte che il fisico non va e la testa, chissà per quale cazzo di riflesso, non ha voglia di far riposare i neuroni. Speri che almeno dalle nove a mezzogiorno tre orette di sonno riuscirai a farle. Con l’esperienza di poi, sai che ne dormirai due e mezza.

Die Wende in tedesco, più che altro per i berlinesi, va a significare la caduta, l’abbattimento del muro di Berlino. Il crollo di un’utopia, la fine di un incubo.

I mesi a cavallo tra maggio e giugno del passato anno sono stati pessimi. Io a cavallo tra l’esserci e il non esserci. Non è un male. Vi confesserò che ho passato tutto il mese scorso a implorare non so chi, probabilmente il fantasma formaggino, di voler morire. Perché non è come dicono gli altri depressi "che vivere non serve e morire neppure". Cioè, l’ho passato quel periodo di depressione, a novembre. Rifiutando medicine, cibo, acqua. Piangendo dalla mattina alla sera. Rimanendo ferma a letto. Ora molte cose son migliorate. Molte? Alcune, via.
Il letto è comodo.
Però non ricordo più molto come sia il mio soggiorno.
Poi probabilmente ripasserò tutto il prossimo mese, al prossimo dolore insopportabile corporeo che mi sbalestra, mi fa sembrare truccata già per un film di darioargento e mi fa anche perdere linguaggio e cognizione di dove sono, a rinvocare la prima divinità non sorda affinché mi mandi un colpo apoplettico visto che ogni volta che tento di porre soluzioni tipo shoa mi butta male e a un certo punto sto diventando pigra a programmare da me. Evviva l’imprevisto.

Die Wende è un’espressione significa espressione che significa più o meno "cambiamento importante", "punto di svolta". Quel picconare il muro nell’89 deve essere significato qualcosa che la lingua tedesca ha sempre il bello di dirti con una parola un mondo intero di cose. Quando crolla un muro, metaforico o meno, sai quanto cambia. Se tu vuoi. Se tu vuoi far crollare il muro e superare le macerie.

Stasera al programma medico della città ho visto che parlavano della mia malattia. Delle mie operazioni. Delle mie cure. Inizialmente sono stata lì lì a fare un ripassino. Poi mi veniva da piangere. Mi veniva da piangere perché molte persone mi hanno fatto venire il senso di colpa dell’essere stata male in un certo modo. Mi sento solo un’appestata di serie B. Una persona a cui non bastavano già altre non-fortune ma doveva avere altri casini. Una persona che dice a sua madre di buttarla via. Un po’ scherosamente, un po’ anche no. Una persona che ultimamente ogni 36 ore sta male da non poter fare una fava. Una persona che si è ridotta a far grattini al suo peluche perché le altre persone a cui voleva bene l’han tradita, umiliata e offesa.

Every little piece in your life
Will add up to one
Every little piece in your life
Will mean something to someone
[*]

Quando leggo che i miei post, i miei sorrisi, le mie cagate, qualcosa di me significa davvero qualcosa per qualcuno rimango sorpresa. Non mi considero una persona capace di far qualcosa di buono, specialmente da mesi. Ma di contro non è che le rassicurazioni facciano qualcosa. Non ho bisogno di consenso. Vorrei solo vedere che ne so, le cose andarmi meno peggio. Avere soddisfazioni anche cretine.
Un emocromo decente? Un terno al lotto? eh? eh?

Dai, pensa che sfiga. Nottetempo ti tirano un muro su in mezzo alla città e tu non puoi più vedere parenti e amici. Ossia, li puoi vedere se sei all’ovest. Se sei all’est al confronto sotto i Nazisti si stava in gita con l’Ikea. Marionette esposte all’occidente. Non c’era niente, tranne l’aver calpestato il tuo onore e i tuoi affetti. In fin dei conti a che servono onore e affetti quando ci sono i soldi? Ah, mancavano pure quelli. Già.

Da quando sto male vivo tutto con la smania del "se non potesse ricapitarmi più". Non ce la faccio più a dire che vivo tutto giorno per giorno, come viene. Viene tutto male, non ci sono sicurezze. Vivi più in equilibrio del resto delle altre persone. Benedivo le volte che le benzodiazepine mi davano ancora un po’ di sonno. Ormai non fanno più niente. Maledetto il mio fisico. Quando mi davano quel fantastico stordimento di cessazione dei pensieri diversi dal raziocinio. Avrei potuto compilare un quadrato di punnet grazie alla parte sinistra funzionante ma la destra era lì, spenta, nel nulla, a pensare a niente. A volgermi verso il nulla e cullarmi verso il sonno lasciandomi meravigliosamente rincoglionita ore. Ora ne prendo due pastiglie quando ho voglia di provare il deltaplano dalla mia finestra pur non avendo il deltaplano e non ho né sonno né stordimento. Mi sento solo un po’ più stanca del solito, e magari mi metto sempre abbracciata a Rodesindro a guardare OC.
Ormai Rodesindro lo devo lavare da quanto lo tengo corporialmente vicino.

Da quel giorno Berlino è cambiata; non solo la parte est che aveva vissuto sotto il grigiore perenne della dittatura sovietica; anche la parte ovest, quella ricca, che ha saputo sopportare e farsi carico di un’esperienza forse unica nella storia del mondo: la riunificazione, dopo trentanni, di una città divisa in due. Berlino lo ha fatto picconando quel calcestruzzo che non aveva ragione di esistere, riconoscendo che era un gesto doveroso, senza il quale non sarebbe mai tornata ad essere la vera Berlino. Da quel momento la città ha ricominciato a essere quella che era stata pensata in un disegno che possiamo dire superiore. Forse a vivere, si può dire.

In questo periodo non ho mai parlato di depressione e del suicidio che spesso mi ha attirato come una patria, per dirla alla D’Annunzio, per rispetto di una mia amica che ha vissuto una situazione famigliare in cui è contenuto tutto ciò. Non per paura di dirle le cose, ma qui la gente travisa. Se si incazza Morgan per dire che il popolino non capisce una sega di musica io potrei scagliarmi duramente dicendo che molta gente non capisce cosa è stare male, cosa è vivere lo stare male, cosa è volersi sentire normali e rimanere schiacciati dal peso di molte cose. Non lo capisce anche se glielo spieghi a chiare lettere. A questo punto più che limiti culturali, come credevo, credo siano limiti darwiniani. Solo pochi siamo intelligenti, agli altri dobbiamo sforzarci di dire sempre sì e che quello che vedono è un dorato mondo di zucchero filato e che sì, le cose belle le fanno solo loro, la ragione è soltanto nel loro pensiero e che soltanto i loro guai sono importanti, perché sono i loro. Per poi, si spera, prendere il badile e seppellirli prima che seppelliscano noi.

Now don’t drown in your tears babe
Push your head toward the air [*]

Oggi parliamo di Berlino.

Fernsehturm da Alexanderplatz.

C’è Berlino che è una città strana, particolare. Io sono fermamente convinta che i luoghi assorbano qualcosa dalle vicende storiche che li han pervasi. Berlino quindi, tra una colata di cemento e l’altra, ha qualcosa che vibra sotto (e non sto parlando di residuati bellici).

(no, non è neppure la metropolitana che passa)

Non so tu stai lì e senti che c’è il corso della storia. Ma non i barbari che pugnavano tipo Asterix e Obelix. Vedi tutto il secolo passato essudare metaforicamente dal cemento. Senti questo scazzo, sta polvere pirica avanzata tutto attorno. Senti un freddo e una specie di copertina messe assieme. E queste cose che te magari non è che le vedi, però le senti. Berlino è tutta ‘sta cosa qui. Se poi te l’hai vista prima che cadesse il muro, sembra che tu abbia visto due città diverse. Hai visto due città diverse. Berlino è una città in divenire. Berlino è bella, devi camminare, vederla, sentirla, conoscerla.
Vedere anche quel che c’è di tedesco, oltre all’italiano e al turco.

Berlino ha ‘sti spazi ampi, ampissimi, che quasi ti rincoglioniscono.
Il casino è che ci son città che ti ci innamori, e non è che quando tu ti innamori di una cosa puoi spiegare bene e a pieno tutto. Con Berlino ci ho una cotta astronomica. Parigi sembra essere la mia città da matrimonio, Berlino un’amabile scappatella. Ma nel frattempo sto scompenso ormonale verso questa città non riesce a farmela raccontare in un solo post.

[anche perché su ‘sto sglaps almeno ci si scrive qualcosa]

Kartoffeln (del resto è l'anno della patata)

[volevo avvertire il gentile pubblico -astronzi, i post di cuRtura non me li cagate di pezza- che oltre agli ospiti su questo blog ci sarà un incentraz… incentrament… incentragg… ehm, insomma, si parlera molto di cultura mittle-maanche-est europea nei prossimi tempi.]

Tomba di Federico il grande.Carissimi.
Dunque, visto che io ormai ho la memoria di un criceto alcolizzato e con la substantia nigra che non vede dopammina da secoli, quando son andata in giro l’ultima volta ho fatto una vagonata di foto. Ciò si traduce in numeri che non è meglio comunicare se non ad upload su flickr finito (ma se siete ascoltatori domenicali del Radiosglaps ben sapete le cifre esatte. Non lo siete? Ahiaiaiaiai, potreste recuperare stasera alle 21)
Tomba di Federico il grande e dei suoi cani. Dunque vedete la fotina sopra?  Che è il particolare di questa a lato. Orbene, questa è la tomba di Federico II il Grande di Prussia.
Sì, ora vi chiederete anche voi cavolo ci azzecchino le patate assieme ai fiori, sulla lapide. Orbene nel 1756, la Prussia era in guerra con Austria, Russia, Francia e Svezia, i Prussiani rischiavano di morir di fame; l’imperatore Federico II il Grande mangiò patate lesse davanti al suo popolo. I Prussiani si convinsero a mangiarne durante tutta la guerra e una volta vinta la fame, vinsero anche la guerra.
L’altra cosa che vi chiederete cosa c’entri, nella foto qua a destra, son le altre 11 lapidi. Orbene, mi pare nel 17 agosto 1991 il desiderio di Federico di essere sepolto coi suoi levrieri, appena 205 anni dopo la sua morte, è stato esaudito. Ergo quelle sono le lapidi dei suoi undici fedeli canidi, con tanto di nome (molti illeggibile) scritto sopra. Ganzissimo.

Potsdam: Neue PalaisPoi c’è un’altra cosa che non mi torna. Questo qui accanto è il Neues Palais di Potsdam. Ve ne parlerò più ampiamente in seguito, ma all’interno, contrariamente a tutto il resto dei musei della Germania, non si possono far foto. Questo sta provocando in me un dubbio atroce, che non trova spiegazioni nella internet. Difatti, l’unica cosa sull’argomento si può trovare in un trafiletto del NYT del 1889, ed è questo. Ma non risolve il dubbio, non specificando quale Federico sia: spiego, nel palazzo morì uno degli imperatori, che si sposò per matrimonio d’amore con la moglie contrariamente alla moda dell’epoca, e quella morte è ricordata da una croce nera disegnata sul parquet al posto del letto dove morì. Ecco, ma era Federico II o III. Tutta colpa della mancanza di foto, cazzarola.

Totaldemokratie*

Berlin: east side gallery.

In alcune porzioni murarie del viale che porta a Charlottenburg, a Berlino, c’è scritto, con tono fermo ma deciso, di rispettare le opere degli altri, ché sono artisti, e non è bello non rispettare le opere altrui per la solita menata non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te.

Quindi secondo voi rispettano quel consiglio?
Già.

Ieri stavo mettendo su flickr le foto scattate al Muro di Berlino, e dicevamo con una tizia che conosco che abita lì che insomma, ‘ste opere nel giro di una decina di anni mica ce le vediamo più, visto che ci scarabocchiano sopra (quel che non possono gli eventi atmosferici può sempre l’uomo. Cribbio, siamo una piaga d’Egitto, almeno una volta ci fermava la peste…) e che già in un anno e mezzo sono notevolmente degradate.

Degli esempi?
La trabant fotografata da me, e quella su wikimedia.
La mia, e quella su wikimedia.
Ancora una foto mia, e quella meno recente.

VANDALYSMO.

[ché secondo me, vista l’opera di stile documentaristico-archeologico delle foto, che potete trovare qui (e che è stata già apprezzata e foncata) sul mio flickr, nel tratto di quasi un chilometro e mezzo che va da Oberbaumbruke alla Ostbanhof servirà ai posteri e per ricordo quando queste scritte cadranno perdute sotto l’opera delle frotte di turisti, specie con quanti ne son passati l’anno scorso coi mondiali, ah, signora mia.]
Ma volevo porre l’accento su una cosa. Il settanta percento delle scritte sono in spagnolo o in italiano. Cioè, noi andiamo in ferie con l’uniposca in mano a Berlino per scrivere "Fragolina io e te 3msc" oppure sotto la G di gallery nella foto qui sopra sta cosa qui che già ci feci un post.

Se la polizia di Berlino fosse come quella ungherese (li ho visti mooolto ligi, vi racconterò) ve lo dico io dove ve lo dovrebbero mettere l’uniposca.

East Side Gallery, come alcuni di voi conosceranno (la spiegazione fa un po’ cagare su wikipedia), è quel tratto di muro di Berlino sopravvissuto e che corre lungo la Sprea che volge verso il settore Est della fu-divisa-Berlino. C’è qualcosa sporadica anche nell’altra riva, nel quartiere di Kreuzberg ma è meno famosa. Qui naturalmente, per esorcizzare quel periodo di merda, per far esprimere la creatività giovanile e altre amenità si è deciso di dar vita alla più grande galleria d’arte moderna a cielo aperto. Con opere apprezzabilissime. Mica cagate. Solo che mentre le più brutte si possono rimpiazzare (nel vallo tra Sprea e parte interna-nonstradale c’erano ragazzi che disegnavano mentre ci son passata) ma le più belle…

Che fare? come risolvere il problema? come prevenire questo degrado? Come arginare lo scempio?
Credo che noi, visto che abbiam avuto come ministro dei beni culturali Rutelli e ora Bondi, dobbiamo essere gli ultimi a poter far qualcosa per l’estero, ma almeno, o italici, non fate le solite bestie che in gita vi producete andando là  a marcare il territorio. Ok, i nazisti ci han bombardato, ma noi mica dobbiamo far le pisciatine con l’uniposca da tutte le parti eh, mica è pontemilvio.

[cazzo, devo scrivere velocemente un romanzo in tedesco dove è gesto d’amore, tra due giovani adolescenti emo, scarabocchiare il muro di Berlino. Mi ameranno (o mi invaderanno casa?)]

[*]

Brum brum.

Io, un po’ come Sandro Bondi, ultimamente non viaggio in aereo. Più che altro per problemi di salute non posso. Quindi non avvicinatemi a Sandro Bondi, ché io spero sia una cosa passeggera, mentre lì non credo.

Oddio, prima viaggiavo in auto ché ci avevo il cane da portare in ferie con me. Preferivo eh.

Strasse des 17 Juni, Berlin.

Dicevo.

A lato avete la prova (visto che c’eran quelle persone lì fissate con le prove ormai vi documento il documentabile. Beh, tralasciando sangue e cose che non è bello vedere. Però, tipo, mi sforzo a documentare tipo agiografa di me stessa eh). Non ero io a guidare, ma ero incastonata nella comoda posizione alla Caccamo nei sedili dell’auto e ogni tanto davo un occhio alla cartina.
Naturalmente il giro che voleva farci fare google maps non era proprio capibile, quindi trovandomi ad entrare da Charlottenburg ho dovuto fare tutta la direttrice ovest-est. Cosa ganza, perché mezzi monumenti li ho visti in auto (e mezzi in bus, ho fatto delle foto che vi sorprenderanno, quando riuscirò ad upparle), però anche che due palle. Il mio essere irriducibilmente contraria ai navigatori porta di questi scompensi. E quando sto male non mi oriento neppure verso il bagno (cosa che si è fortemente risentita a Budapest, dove stavo malerrimo e la mia badante non si orientava. Non avendo neppure la cartina tirai fuori il laptop e mi agganciai a una delle tantissime wifi aperte in città. Son davvero copertissimi, giuro. Il contrario dell’Austria.)

La lungaggine del post rivela intrinsecamente un inno alla bellezza del viaggio in auto, la libertà degli orari e dei tragitti.
Omettendo il caro benzina, perché poco poetico (mi spiegate perché in Austria la benza costa mediamente 15 eurocent in meno in autostrada?)

[voi ci siete arrivati a Berlino e Lisbona, tipo, con la macchina? Gné gné]

Oggi parliamo di Praga.

Panorama di Praga da Hradcany.Kafka diceva che Praga cattura chi si appassiona di lei. Sarà che io non mi ci sono appassionata perché la sfinitezza fisica mi fa sentire freddina, sarà che a me le cose o le persone se non stanno simpatiche subito possono andarsene affanculo ma, a me, Praga proprio non mi ha conquistato.
Ci dovrebbe essere questa cosa di odio e amore che dovrebbe rappresentare l’Amore perfetto, il rapporto che un umano dovrebbe riuscire a instaurare con Praga ma non io, non so.
Sarà stata la pioggia, sarà stato che io di un posto guardo anche come si pongono i locali verso di me, sarà che guardo la cucina. Non lo so, ma non m’ha conquistato.

Praga è indiscutibilmente una bella città. Chiunque vi dicesse che non lo è ha una grossa difficoltà visiva. Mi ha dato l’impressione di essere stata troppo confezionata, a torto o a ragione (dal punto di vista turistico han fatto bene, bravi), ma di non emanare più alcun fascino naturale se non un qualcosa di guidato e di inscatolato pronto per i turisti. Questa cosa la senti meno quando vai nella zona del castello, perché a San Vito, nonostante frotte di turisti, c’è quell’atmosfera che ingurigita antico e moderno e te lo scodella fuori in un modo originale e nella parte ebraica, che pare come sospesa in una dimensione temporale che non si riesce a ricondurre a nessun secolo.

Praga, checché ne dicano, non è economica. I Praghesi hanno un carattere che insomma, aspettate, non mi viene un panegirico per non offendere nessuno. Ecco: un leghista anziano al confronto è la persona più in pace col mondo e con gli estranei, rispetto a un localedilì.

Poi per il resto, se sei in buona compagnia o ti gira bene qualsiasi posto è bellissimo. Io ve ne parlo con neutralità. Magari sapete cosa c’è? che se Parigi inizia a monetizzare ora le menate del codicedavinci a Praga ci sguazzano nelle leggende da millenni. Se voi vi lasciate prendere e camminate da perfetti sognatori sul limite da reale e immaginario sì, forse lì può piacervi. Questo è il limite di noi razionali, un po’ mi spiace. Però per me il Faust prima è un personaggio letterario, poi un insetticida, poi il personaggio lì baubau che visse al 40 di Karlovo Namesti.
Poi se voi volete credere che Rabbi Loew decise di proteggere gli ebrei maltrattati da Rodolfo II creando il Golem o che le Statue di Ponte Carlo si occupino dei bimbi dell’isola di Kampa in cambio della loro conservazione (e poi le vedete tutte belle piene di smog), beh, cavolo, siete liberi eh. Mica vi faccio le pulci, anzi, io un po’ vi ammiro, ché qui invece si applica a tutto la willing suspension of disbelief e si guardano le cose un po’ così, diciamo distaccate.

Un ottimo motivo per andare a Praga, se non si fa un puttantour, è la birra. Potete fare dei giri assurdi e meravigliosi, con 29 corone a mezzolitro, circa un euro e 15 cent, se calcolo bene così all’impronta (25kr=1 euro). Io già qui consigliai la birreria dove mi trovai meglio. Ce ne è stata anche un’altra, dove a servire c’era una ragazza molto bella e cortese. Dalle altre parti anche no. Non ho provato il fascino di alcune birrerie molto tipiche dopo sgradevoli rendez-vous lavorativi con la gente del luogo. Temevo sbroccature da parte mia. Quindi non so cosa dirvi, sul folklore di U Fleku. Per il resto, questa è la mappa delle birrerie col prezzo incluso.

Occhio però: la birra. La cucina ceca è insipida e fa schifo. Occhio: insipida. Io mangio totalmente senza sale, quindi per dire io che è sciocca pensate come può essere al vostro palato.

Secondo me a Praga staccarsi dal comunismo non ha fatto benissimo. Ma è un mio parere.
[continua]

Non tutte le camere al buio sono uguali/1.

Non sarò Claudio Silvestri, ma vi do anche io dei consigli su come e dove soggiornare in Austria (Germania, Budapest, Praga) come se fossi un tour operator. Del resto i miei amici mi chiama(va)no Frantour. Mica ve li dirò tutti subito, ché sennò mi gioco tutti i post futuri e pare brutto. Inizio dalle cose più recenti, ecco. Ah, in questo post non ci son marchette, ma consigli spontanei.
Ergo vi si enumereranno un tot di accomodazioni che voi potete scegliere/evitare qualora vi recaste in codesti ameni luoghi. E così ricorderete che prima di voi l’ha testato la Fran. Son cose.

[ormai in ogni proclama ho la sindrome papale, pare. Uhm…]

Etap St.Marx, Wien

#Vienna: Vienna è una città che è un po’ cara, alberghisticamente parlando. Poi c’è da fare un sacco di cose belle e quindi vi tendo a consigliare un albergucolo low cost della catena Etap, comoderrimo per auto e per metro. L’Etap Wien St.Marx (foto di tutto, così vi fate un’idea) ha il parcheggio (10 euri al dì), camere pulite, le receptionist un po’ celosoloio, la funzionalità. O ci arrivate dall’uscita dell’autostrada St.Marx, e mi pare al primo semaforo girate a sinistra, ma tanto c’è la scritta Etap pei ciecati, o ci arrivate con la metro fermata Gazometer. Sì, anche se piantina/guide/salcazzi non ve la consigliano fidatevi di me: usciti dall’hotel passate a destra e svoltate nel vicoletto dove c’è il parcheggio del supermercato (non ci parcheggiate, ché se vedono la macchina lì per troppe ore la rimuovono: giuro), arrivate a un semaforo pedonale, tirate dritti e siete sotto ai Gasometri. Prendete la metro e con 5 fermate siete in centro. Occhio alle foto dacché l’Etap è un concetto alberghiero un po’ particolare.

Hotel Daniel, Graz.

#Graz: Ecco, per Graz ho un consiglione da darvi. Mo’ non ci ho presente se/quali/quante partite ci giocheranno all’europeo, ma probabilmente ci si passa lì, su. Io vi consiglio fortemente l’hotel Daniel, hotel figoso e un po’ ikeoso. [hi liebe Freundin aus Graz! Ich weiß, dass Sie mich lesen!] Ehm, dicevo. L’albergo è figo, è situato vicinissimo alla stazione (ma non si sentono ciuf ciuf), dalle foto potete vedere un particolare: la doccia. La doccia, oltre ad essere meravigliosa, larga e con il telefono che ha un diffusore enorme, ha ‘sto vetro che da sulla camera da letto. Bellissimo. Poi alla reception son cortesissimi, internet è gratis (ma non wifi, ancora. In camera ci va il cavetto) e c’è posto aggratis per la macchina. Il centro è vicino a 10-15 minuti a piedino. 

[uff, sai quanto sarebbe fico far ‘ste cose pagati?]

Cobra xyz.

A far benzina.

Potrei parlarvi anche di tv crucca. Sono diventata pericolosamente affezionata al palinsesto serale di RTL, con tanto di X-factor crucco molto multietnico e soprattutto l’ultima fiction interpretata da Tobias Moretti. Che per essere un uomo di cinquantanni -permettetemi- si conserva molto bene anzi fisicamente è assai più figo di quando recitava col pastore tedesco.

Son cose.

Braccio e neve.

In questo post si parlerà di quella cosa che non parla nessuno, perché ormai viaggiate tutti coi mezzi pubblici: il viaggio in auto.
Come tutti sapete in Austria (e in Repubblica Ceca, e in Ungheria) per viaggiare in autostrada si deve prendere un adesivo che si chiama Vignette (in Ungheria, essendoci i fiorin… coff, la cosa è migliorata: vi registrano la targa e poi siete apposto). Le simpatiche pecette servono anche per dimostrare a colleghi/amici/vicini/parcheggiantivicinoalsupermercato che voi siete stati all’estero. Uno status symbol dei poveri.
Il turista italico, nonappena al di là del Brennero (cosa molto famigliare a me) si sorprenderà del prezzo della benzina, che ripulito dalle accise sembra normale. Eppure salendo questo effetto svanirà e tornerà il consueto prezzo italico (sebbene in zona Berlino non credo paghino accise sull’Abissinia).

Macchine che fuggono dall'autostrada/2

L’autostrada tedesca è come la vedete in Squadra Speciale Cobra11.
Identica.
Noi s’era imbottigliati in un incidente (come scrissi qui) e intanto mentre la mia badante mi chiedeva cosa fossero le varie macchine che accorrevano sul luogo dell’incidente ["uh, Francesca, ma sta cosa cosa è…" "mmm, in italiano coincide con il furgone mortuario…" "…"] la gente, complice la cosa che l’autostrada tedesca, un po’ come contentino a un popolo che se l’è vista un po’ brutta ed era stato diviso come prima di un bucato, è gratuita. Macchine che fuggono dall'autostrada/1Ciò ha potuto permettere ad alcuni tedeschi lievemente più incazzati di me, ma conoscitori del territorio ove si produce l’Audi meglio di me (insomma, però su più incazzati di me avrei a che ridire. Ero furibonda, stavo letteralmente sbroccando. E quando succede questo gli astanti spesso dicono che faccio ridere, pensate un po’), di fuggire per i campi come potete vedere dalla documentazione fotografica.

[autoroute journalism]

Dopo quindi aver rimosso i sei morti dopo due ore di coda abbiam proseguito.
‘Sta cosa, della gente che muore. Vi ho pure detto che nelle autostrade teutoniche c’è quella fissa dei cartelli. Quello della famigliola è molto tedesco, ma se scorrazzate anche in Austria potete vedere cartelli tutti neri con una croce bianca in mezzo che dicono una cosa traducibile con "Ahò, daje piano cor gas".

Esportabile in Italia solo il cartello con la gnocca che con un gesto di pollice e indice ti dice "se riduci un ciccinin così la velocità sei più sexy".
Crederci.

[dimenticavo: perché gli stati più agiati hanno il cartello della autostrada blu e noi e altri paesi più in crisi con se stessi e con l’economia cell’abbiamo verde?]