Lochiazioni: guida a neomamme e a gente che non ne sa

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Se pensavate che gli ultimi due mesi di gravidanza fossero il male è perché non sapevate ancora del mese post parto. Ora per la bellissima serie medical quello-che-gli-altri-non-scrivono-con-completezza (qui un ex cursus del parto) vi scrivo con semplicità cosa siano le lochiazioni e perché non dovreste rompere i coglioni a una puerpera (altrimenti rischiate, vi mando un anatema io adesso, secchezza vaginale per otto mesi o ammosciamenti vari mentre vi si spoglia una più bòna di Belen innanzi a voi).

Wikipedia dice:

La lochiazione è un processo fisiologico che si verifica dopo il parto e che consiste nella fuoriuscita dalle labbra vaginali di liquidi fetali e residui placentari ed epiteliali, detti lochi.

I lochi devono essere inodori, in prossimità del parto di colore scuro-grigiastro fino a diventare trasparenti. Se maleodoranti indicano una sospetta endometrite le cui conseguenze dipendono dalla specie presa in esame. Nella donna l’endometrite porta a un’alterazione sistemica dell’organismo, se non curata è mortale.

 

Fran dice:

ahahaha, stocazzo.

Dunque. Anche io ho studiato medicina e la parte sopra è vera. Ossia sul libro è verissima. Poi capita a te in mezzo le gambe, sebbene abbia già avuto in precedenza altre lochiazioni post intervento all’utero, e ti accorgi che quello che è scritto in teoria è una passeggiata. In teoria. Ecco.

Vediamo di spiegarla a un pubblico maschile: l’utero era diventato da un palloncino a una cosa uguale allo stomaco di un tirannosauro. Deve tirare via tutto il tessuto. Se già le mestruazioni portano via tutto quel tessuto facendo sanguinare poco e male fuori (o anche, porcatroia come a me, parecchio come se per i primi due giorni uno sta lì a sgozzare e poi rendere halal nelle carni 12 conigli grossi come Bugs Bunny al giorno) qui la cosa dura sei settimane. E sanguini da una parte in cui sono appena passati circa 35 cm di cranio di una splendida creaturina. Guardate la testa del bimbo. Pensate ai primi due giorni di mestruazione, metteteci in mezzo molti pezzi di tessuto in più come se fegatini di pollo si spiaccicassero nel water e moltiplicatelo per oltre un mese. Ora zittissimi e diventate settanta volte più gentili di quanto non lo siete già normalmente con qualcuno provato dal parto.

Vediamo di spiegarla alle donne: ragazze, ecco. Sì: durano tutte le sei settimane. E a volte non è neppure vero che virano verso il giallo e poi il bianco e poi ciao. Ecco detto questo andiamo con comodo e ordine, considerando che tutte siamo diverse per la biologia bla bla bla. (potete saltare fino al prossimo neretto se non volete tutta la narrazione)

Mia esperienza: ho partorito intorno alle 4, poi fino alle 7:30 ho fatto colazione, mi hanno ricucito (eh, sebbene non abbia avuto la temutissima episiotomia, che qua in Italia va ancora tanto di moda e invece in Austria, paese inventore, non si fa più mi è toccato avendo partorito una discreta bimba di 3,8kg e 55cm con 35cm di cranio) e poi mi sono rimessa in piedi per spingere nella culletta la prole fino alla camera. Lì per lì avevo solo la sciatica scassata come una novantacinquenne dato dagli ultimi 3 mesi di gravidanza, quindi camminavo come dr House attaccato al carrello della spesa ma ero ancora bombata di antidolorifico causa epidurale. Il problema è stato ore dopo. Chi ha partorito potrà dirvi che nei primi giorni post parto fare la pipì viene pensata come disciplina olimpica. Non vi dico il defecare, invece. Io una settimana dal parto ho avuto un blocco intestinale e vi dico solo che mi raccomando bombatevi di roba che vi ammorbidisce l’alveo oppure è la cosa più orrenda del mondo che vi farà pensare che era meglio partorire. Fidatevi. Dicevo: se pre parto abbiamo paura che lì sotto il pavimento pelvico venga giù come se ci passi un terremoto dell’12esimo grado della scala Richter è perché nessuno ci dice quanto sia difficile far pipì. Mingere per la settimana post parto non diventa difficile perché sarà abbastanza complesso sedersi e smadonnerete se le toilette sono rasoterra e non a una altezza discreta (beh, che vi mento a fare. Anche quello. Io sono 182cm e non avevo mai notato prima quanto stecazzo di tazze del cesso sono basse. Porcotutto). Ma soprattutto vi metterete lì sopra e direte: “beh, non fluisce?”.

Ecco.

Non so come dirvelo: pipì nella doccia. Eh. O nel bidet, nei giorni successivi. Che io in Austria non avevo e al ritorno ho quasi limonato per la gioia. Ma ecco: pipì nella doccia, con anche acqua tiepida non proprio sulle labbra, ma sul monte di venere e le cosce a rilassare la parte. Oh: o questo o vi tocca il catetere. In ospedale dopo sei ore che non la facevo mi hanno detto così e allora doccia. Due giorni dopo il meraviglioso infermiere maschio al mio “non riesco proprio a farla” mi ha guardato con dolcezza e ha detto “non prendertela: è una questione psicologica. Buttaci un po’ di acqua calda sulla parte anche con un bicchiere dopo che ti siedi”. Ed ecco: funziona. Non preoccupatevi per addominali e pavimento pelvico. Tornano, con calma. Per le sei settimane non dovete fare un kaiser, se non sollevare i vostri bimbi. Come mi disse la fisioterapista post parto (sì, in Austria c’è): mettetevi sulla pancia (almeno fino a quando le vostre tette ve lo permettono) e tenete un cuscino proprio sulla pancia e spiaggiatevici sopra più che potete. Aiuterete sia gli addominali che la vostra parte a spremere tutto. Poi potete riprendere gli esercizi di kegel ma occhio: io li ho ripresi a 7 settimane dopo e mi son tornate delle lochiazioni. Lì per lì mi sono detta “maccazz, ma non finiscono più?”. Beh, pure io: stavo rispremendo la parte, è normale esca ancora roba. Sono riuscite cose sierose anche alla prima corsetta che ho fatto l’altroieri, ed ho partorito a Novembre. Per dirvi come vanno le cose. Poi se le vostre ovaie sono ferme grazie all’allattamento, ma ve lo diranno nella visita post parto, tanto il temuto capoparto vi verrà 40gg dopo la sparizione del latte. Ci risentiamo quindi a Maggio, credo, per aggiornamenti su quello.

Ma come sono davvero le lochiazioni? Parecchi stracci di tessuto sanguigno, che magari alcune di voi hanno avuto alcune volte durante le mestruazioni più brutte, con sangue bello fibroso e che quindi se vi va a finire fuori tipo sulle mutande vi resta il marchio di zorro che boh, ci vogliono litri di candeggina. Ad alcune durano poco, ma non fidatevi di chi dice 3-5gg. A me sono durate 41 giorni, più 6 di sierose. Al terzo giorno in ospedale, usando gli assorbenti adatti allo scopo che sono diversi da quelli normali lì in basso avevo la sensazione che la pelle stesse andando a fuoco. Proprio a livello piaghe d’egitto o se avessi fatto un bagno nell’alcool etilico. Non mi vergogno a dire che appena uscita ho mandato madre all’Ikea a comprare un buon numero di asciugamani bianchi da un euro, li ho tagliati e usati come assorbenti, che poi ho messo in lavatrice dopo ammolli vari (e che ora sono finiti nell’organico). Dopo 3 giorni la situazione era confortevole, fresca e asciutta.

Altra cosa abbastanza meh: mi dissero di lavare con solo acqua e solo una volta al giorno con detergenti neutri. Io invece vi dico che se non avessi usato il Ginexid, che già adopro con le mestruazioni, dopo una settimana la questione infiammazione a causa dello stare lì con questi depositi si era iniziata a fare piuttosto importante. Una mia amica invece per diminuire il fastidio nella zona, anche perché se ti toccano punti c’è, diedero il Sollival.

L’odore c’è normalmente, certo se vira verso il marcino significa che c’è infezione ma che ve lo dico a fare. Ma anche l’odore tipico non è buonissimo. Diciamo intenso odore di lievito. Diciamo che le mestruazioni al confronto sono inodori. Diciamo pane ai cinque cereali fatto con molto lievito a cui è stato spalmato lardo lasciato in una stanza a 50 gradi per una settimana.

Vi ricordo che non si possono fare lavande né usare tamponi. Quindi spero che le soluzioni anche da McGyver usate da me possano aiutare qualcuna. Quelle che ho descritto sono situazioni fisiologiche (tranne il blocco all’intestino ehm), e quindi normalissime: se avete dolori, febbre, grosse perdite e cattivissimi odori invece correte in pronto soccorso ginecologico, mi raccomando.

Per il resto as usual ci sono i commenti. In bocca al lupo.

Le attrazioni scozzese nominate finaliste tra i siti britannici

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Alcune delle attrazioni più importanti della Scozia sono state nominate come finaliste nel BBC Countryfile Magazine Awards 2018.

L’ Old Forge, Callanish Stones, Loch Druidibeg, Luskentyre Beach e Speyside si sfideranno per i premi ambito in un voto pubblico che inizia oggi (19 gennaio) e dura fino al 5 marzo, e l’ organizzazione turistica nazionale, VisitScotland, sta esortando il pubblico a esprimere il loro voto.

I lettori di Countryfile sono stati invitati a suggerire “i più grandi siti della campagna” e una giuria di esperti, tra cui il presentatore della BBC Countyfile John Craven e l’ autore e giornalista degli affari rurali Mark Rowe, hanno presentato i candidati a una rosa di cinque candidati per categoria.

L’ Old Forge, il pub più remoto della Gran Bretagna continentale – con sede nelle Highlands – è stato selezionato come Pub dell’ Anno. Il giudice Phoebe Smith ha dichiarato:”E’ ambientato in un bellissimo paesaggio che si affaccia sulle isole – una grande ricompensa per lo sforzo che ci vuole per arrivare e avere quella pinta”.
La Callanish Stones sull’ isola di Lewis è finalista nella categoria Landmark of the Year. Secondo il giudice Mark Rowe, le pietre di 5.000 anni, con il loro “mistero antico maestoso”, sono un “punto di riferimento mozzafiato”.
Loch Druidibeg sul South Uist è in su per la riserva naturale dell’ anno. Descritto dal giudice Mark Rowe come un sito di “austera bellezza”, il lago è gestito dal patrimonio naturale scozzese ed è un sito di particolare interesse scientifico, una zona di protezione speciale e una zona speciale di conservazione.
Luskentyre Beach on the Isle of Harris è stata selezionata per Beach of the Year. La rivista descrive la spiaggia come “celeste” e una delle “spiagge più spettacolari di Harris”.
Speyside è finalista per la destinazione di vacanza dell’ anno ed è descritta nella rosa di preselezione come “una delle parti più belle delle isole britanniche”. Il giudice Fergus Collins l’ ha definita “un gusto proprio delle Highlands”.
Giunti alla settima edizione, i BBC Countryfile Magazine Awards 2018 sono una celebrazione della campagna britannica e del suo popolo, dai grandi monumenti e parchi nazionali di spicco alle migliori riserve naturali e ai migliori pub rurali.

L’ anno scorso i premi hanno visto Abernethy Forest, Strathspey, Highlands chiamato Riserva Naturale dell’ anno e Inverewe Gardens in Wester Ross prendere il titolo di Giardino dell’ anno.

Malcolm Roughead, Chief Executive di VisitScotland, ha detto:

Siamo lieti che la Scozia sia ancora una volta protagonista del prestigioso BBC Countryfile Magazine Awards. E’ il meraviglioso mix di paesaggi, spiagge mozzafiato, fauna selvatica meravigliosa e patrimonio e cultura affascinanti della Scozia che attirano milioni di visitatori ogni anno, quindi non c’ è da meravigliarsi che lettori e giudici abbiano nominato alcune delle nostre attrazioni eccezionali tra i più grandi siti di campagna del Regno Unito.

Ognuno di loro merita molto meritano di essere incoronati vincitori nazionali e vorrei incoraggiare quante più persone possibile a prendersi il tempo di votare per questi eccezionali siti scozzesi “.

Il giudice Mark Rowe ha detto:

Il BBC Countryfile Magazine Awards è dedicato a celebrare la gioia, la meraviglia e la cura che tutti condividiamo per i paesaggi, la fauna selvatica e le comunità della Gran Bretagna rurale. Le liste di preselezione comprendono alcuni nomi e località familiari, oltre a più di pochi underdog e intriganti nomination – e provengono da ogni angolo del Regno Unito “.

Il gruppo di esperti del BBC Countryfile Magazine Awards 2018 è composto da un gruppo di esperti:

John Craven, Presentatore di Countryfile
Miranda Krestovnikoff, presentatrice e naturalista della BBC
Phoebe Smith, autore e avventuriero
Mark Rowe, autore e giornalista degli affari rurali
Sheena Harvey, BBC Wildlife Magazine Editore
Fergus Collins, direttore di BBC Countryfile Magazine
Per saperne di più sui premi e per votare, visitate il sito http://www.countryfile.com/awards

 

Edinburgh International Film Festival announcia Karen Gillan come madrina dei giovani

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Edinburgh International Film Festival (EIFF) ha annunciato oggi l’ attricee, regista e sceneggiatrice nata a Inverness, Karen Gillan (Jumanji: Benvenuti nella giungla, Dottore Chi, Guardiani della Galassia) come madrina del suo The Young & the Wild strand. Il nuovo filone allargato aumenterà significativamente la programmazione del Festival di proiezioni ed eventi per un pubblico giovane interessato al cinema e all’ industria delle immagini in movimento. Il fondo Young & the Wild è sostenuto dal fondo Anno dei Giovani 2018, gestito da EventScotland, parte della Direzione Eventi di VisitScotland.

Gillan è meglio conosciuta per il suo ruolo come Amy Pond nella serie di fantascienza della BBC Doctor Who, e per aver ritratto Nebula in Marvel’s Guardians of the Galaxy film, un ruolo che lei è destinata a riprendere in Avengers: Infinity War. Gillan ha rappresentato la protagonista femminile del successo al botteghino globale Jumanji: Welcome to the Jungle e l’ anno scorso è stato presentato in The Circle di Netflix. Fuori dallo schermo, Gillan è un’ appassionata scrittrice e regista con il suo primo lungometraggio, The Party’s Just Beg Inizio, attualmente in post-produzione. Il suo cortometraggio di debutto Coward è stato presentato in anteprima mondiale all’ EIFF nel 2015.

Gillan ha dichiarato:”Sono lieto che EventScotland stia sostenendo il programma The Young & the Wild dell’ EIFF per l’ Anno dei Giovani 2018. Questo si basa sul grande lavoro che l’ EIFF ha fatto negli ultimi quattro anni per sviluppare e ispirare giovani appassionati di cinema. Attraverso questo programma i giovani potranno accedere al grande cinema internazionale, ma soprattutto imparare dai registi di tutto il mondo che visiteranno l’ EIFF in giugno “.

Diane Henderson, vicedirettrice artistica del Festival internazionale del cinema di Edimburgo, ha dichiarato:”Per il nostro 72° Festival a giugno siamo lieti di poter espandere il nostro filone popolare di giovani giovani e selvaggi”. Ottenere il sostegno di Karen Gillan, uno degli attori/scrittori/registi più preziosi e di successo della Scozia, è per noi un grande onore. Karen è già uno dei nostri stimati Patroni onorari e avere questo ulteriore sostegno da parte sua significa molto per tutti noi qui all’ EIFF “.

Paul Bush OBE, Direttore Eventi di VisitScotland, ha dichiarato:”Siamo lieti che Karen Gillan sarà il patrono dell’ Anno dei Giovani Giovani e Selvatici dell’ Edinburgh International Film Festival.L’ espansione dell’ elemento giovanile del festival per l’ Anno dei Giovani è una grande opportunità per i giovani di conoscere l’ industria cinematografica, mettere in mostra i loro talenti creativi e sviluppare nuove competenze. È bello vedere personaggi di spicco della cultura scozzese, come Karen Gillan, che sostiene l’ EIFF durante l’ Anno dei giovani. Sarà senza dubbio un’ ispirazione per i giovani e il suo mecenatismo dimostra perché la Scozia è davvero il palcoscenico perfetto per gli eventi “.

Nel 2018, la Scozia mette i suoi giovani sotto i riflettori, celebrando il loro talento, i loro contributi e creando nuove opportunità per loro di brillare. L’ Anno dei giovani 2018 è un programma annuale di eventi e attività che darà ai giovani scozzesi l’ opportunità di mostrare al mondo di cosa sono fatti. Nell’ ambito di queste celebrazioni, The Young & the Wild offrirà proiezioni stimolanti ed eventi pratici per i giovani interessati al cinema e all’ industria delle immagini in movimento, tra cui workshop pratici di cineasti per le scuole primarie e secondarie, eventi di persona, masterclass con registi di livello mondiale ed eventi speciali di carriera per ragazzi di età compresa tra i 15 e i 25 anni. L’ EIFF lancerà anche uno Scottish Young Filmmaker Competition per ragazzi di 14-25 anni, con i film selezionati che saranno proiettati in un evento speciale al Festival.

 

Il Primo Novecento al Revoltella

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È un continuo dialogo tra il dentro e il fuori quello che si può ammirare al quinto piano della Galleria d’Arte Moderna del Museo “Revoltella” dal 25 gennaio al 2 settembre.
Il “dentro” è rappresentato dalle fondamentali proposte di artisti triestini e giuliani. Il “fuori” è offerto dalla superba collezione di artisti italiani, e non solo, patrimonio del Museo.
Il titolo dell’esposizione – “Monaco, Vienna – Trieste – Roma” – richiama l’influenza di Monaco di Baviera e di Vienna su Trieste, negli anni in cui il capoluogo giuliano apparteneva all’Impero d’Austria-Ungheria, e l’interscambio – parallelo e successivo – tra gli artisti della città e del territorio e l’Italia.

Il percorso, ideato da Susanna Gregorat, conservatore del “Revoltella”, si sviluppa su sette sezioni, a documentare questi flussi e queste influenze, dagli anni delle Secessioni a quelli del “ritorno all’ordine”, coprendo una storia che dagli albori del Novecento si inoltra nel “secolo lungo”, sino a lambire il secondo conflitto mondiale.
L’esposizione prende il via dalle opere realizzate nei primi anni del Novecento dai più prestigiosi e noti artisti triestini e giuliani. Ricorrono i nomi di Eugenio Scomparini, Glauco Cambon, Arturo Rietti, Adolfo Levier, Argio Orell, Vito Timmel, Guido Marussig, Antonio Camaur, Alfonso Canciani, Piero Lucano, Guido Grimani, Gino Parin, e ancora Carlo Sbisà, Arturo Nathan, Leonor Fini, Giorgio Carmelich, Vittorio Bolaffio, Edgardo Sambo, Marcello Mascherini.
Sono dipinti, sculture e grafica fortemente condizionati dal clima secessionista d’Oltralpe monacense e viennese. Sperimentato, in molti casi, attraverso la formazione veneziana e il clima internazionale delle Biennali, ma soprattutto frutto della formazione alle Accademie di Belle Arti di Monaco di Baviera e di Vienna.
Una sezione monografica è riservata all’arte pittorica e grafica di Federico Pollack, più noto a Trieste come Gino Parin, contraddistinta da uno stile del tutto originale e maturata in ambito europeo e britannico.

Il percorso introduce poi il visitatore nella duplice sezione dedicata all’arte italiana degli anni Venti e Trenta, caratterizzata dal recupero della tradizione artistica italiana (il cosiddetto ‘ritorno all’ordine’ di sarfattiana memoria). Qui si ammirano i capolavori patrimonio del Museo: i dipinti di Felice Casorati, Carlo Carrà, Mario Sironi, Guido Cadorin e Felice Carena, in ambito nazionale. E, a livello territoriale, le autorevoli opere di Piero Marussig, Carlo Sbisà, Edgardo Sambo, Oscar Hermann Lamb, Edmondo Passauro, Mario Lannes, Eligio Finazzer Flori, Alfonso Canciani.
La sezione successiva indaga lo stretto rapporto umano e artistico instauratosi tra i triestini Arturo Nathan, Carlo Sbisà e Leonor Fini, non disgiunto dall’interazione, pur limitata nel tempo, con un grande artista avanguardista quale fu Giorgio Carmelich, prematuramente scomparso a soli ventidue anni.
Segue la sezione dedicata alla figura del pittore goriziano Vittorio Bolaffio, artista dalla personalità tormentata, fortemente legato a Trieste e al triestino Umberto Saba, nel cui particolare lirismo si rispecchiò.

A concludere il percorso è la inedita sezione riservata alla Secessione romana, rievocata dai dipinti di alcuni protagonisti di quella stagione particolare che, sviluppatasi tra il 1913 e il 1916, vide a confronto numerosi artisti di diversa provenienza geografica e formazione artistica, in una visione moderatamente avanguardistica, ma molto ben definita. Qui, opere di artisti italiani quali Armando Spadini, Plinio Nomellini, Giovanni Romagnoli, Felice Carena, Lorenzo Viani si affiancano ad artisti territorialmente più vicini, quali Teodoro Wolf-Ferrari, Virgilio Guidi, lo scultore Ceconi di Montececon e, ancora, il triestino Edgardo Sambo che nel suo sorprendente dipinto “Macchie di sole” del 1911 riecheggiò mirabilmente quella fervida e oramai lontana esperienza del secessionismo italiano.

“Questa mostra – osserva Laura Carlini Fanfogna, Direttore dei Civici Musei di Trieste – evidenzia, ancora una volta, la ricchezza delle Collezioni d’arte del “Revoltella”, Museo fondamentale per qualsiasi indagine sul Novecento italiano. Qui troviamo, com’è opportuno che sia, una documentazione puntuale e organica dell’arte giuliana. Ma qui si conservano e ammirano anche capolavori tra i maggiori del secolo, degli artisti italiani e non solo. Come questa esposizione attentamente mette in luce”.

“Questa importante rassegna sulle nostre Collezioni – sottolinea dal canto suo l’Assessore comunale alla Cultura Giorgio Rossi – ben chiarisce il rilievo di Trieste come snodo nel mondo dell’arte. Un percorso di indagine che, dal prossimo giugno, sarà approfondito dalla grande retrospettiva su Leopoldo Metlicovitz, pittore, illustratore, scenografo teatrale e pubblicitario triestino che percorse interamente gli anni esaminati da questa mostra”.

Info e prenotazioni: www.museorevoltella.it

Il Corpo protagonista de “I Colori del Sacro”

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 Protagonista della nona edizione de “I Colori del Sacro” (Padova, Museo Diocesano dal 3 febbraio al 24 giugno 2018) è il corpo.
Il corpo inteso nei suoi aspetti fisici, nel rapporto con ciò che lo circonda, con l’ambiente, con le persone ed anche con il Sacro; nel rapporto e nel confronto con la diversità e la disabilità.
Il corpo è carne, ossa, muscoli, ma anche cervello e cuore, pensiero e sentimenti. Quello che si vede esternamente è solo una parte del tutto. Materialità e immaterialità, quindi. Percezione di sé e relazioni. Anatomia e significati archetipici.
“I Colori del Sacro” è da sempre un’occasione di esplorazione, di confronto e di dialogo: il linguaggio dell’illustrazione è per sua vocazione universale, abbatte le barriere e arriva dritto al bersaglio, alla sensibilità di chi osserva; è in grado di trasmettere informazioni e emozioni, a tutti, con immediatezza.
La visita alla mostra nelle intenzioni degli organizzatori è concepita e organizzata come un momento formativo e di crescita, di divertimento e di godimento estetico ed infine di sperimentazione attraverso laboratori ed esperienze di gruppo. Tante le attività progettate appositamente per le scuole, per le famiglie, per i gruppi di giovani e di adulti. Un centinaio gli illustratori invitati e selezionati che ci racconteranno la loro personale visione del corpo, tra questi Martin Jarrie (Francia), Gabriel Pacheco (Messico), Javier Zabala (Spagna) e gli italiani Anna Castagnoli, Giovanni Manna, Simone Rea.
In occasione della mostra Topipittori nella collana PIPPO (Piccola pinacoteca portatile), di recente insignita del Premio Andersen 2017 per il miglior progetto di divulgazione, ha pubblicato “Essere Umani. Il corpo nell’arte, dalla Preistoria ad oggi” album illustrato da Sylvie Bello con i testi di Andrea Nante: un libro prezioso che vuole avvicinare i più giovani ai grandi protagonisti dell’arte, coinvolgendoli nel rielaborare con il proprio segno le opere d’arte, offrendo spunti e approfondimenti attraverso la dinamica del quaderno attivo, da usarsi sia a scuola sia in famiglia.
La mostra ha originato il progetto “Un diSegno per il Corpo”, realizzato in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Padova: in due plessi scolastici della città Antonio Panzuto, curatore del progetto, ha guidato e fatto lavorare delle classi di bambini sul tema del corpo e della sua rappresentazione. Le opere dei bambini con le loro voci, le loro paure i loro desideri ci invitano a fermarci e a farci riflettere: piccole opere d’arte che saranno valorizzate nell’allestimento della mostra.
Questa grande mostra-laboratorio, unica in Italia per dimensione e modello culturale –racconta Andrea Nante direttore della rassegna – sarà arricchita da eventi, iniziative dedicate al mondo dell’arte, della danza e della musica. Il mio desiderio è l’apertura alla città e la creazione di sinergie che possano fare sentire il pubblico al centro della nostra progettazione culturale.Prenotazioni e Informazioni
Rassegna Internazionale di illustrazione I colori del sacro
Segreteria organizzativa:
tel. +39 049.8761924
info@icoloridelsacro.org
www.icoloridelsacro.org

www.museodiocesanopadova.it FB: Museo diocesano di Padova

Al Forte di Bard, la nascita dell’Impressionismo

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’Impressionismo ha lasciato una traccia profonda nella storia dell’arte muovendo i suoi passi in Francia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, e proprio da questi inizi prende movimento la mostra evento “Luci del Nord. IMPRESSIONISMO IN NORMANDIA”, dal 3 febbraio al 17 giugno al Forte di Bard.
A promuovere l’esposizione, curata dallo storico dell’arte Alain Tapié, è l’Associazione Forte di Bard con la collaborazione di Ponte Organisation für kulturelles Management GmbH di Vienna.

Più di settanta importanti opere raccontano, in un progetto inedito ed originale, la fascinazione degli artisti per la Normandia, territorio che diventa microcosmo naturale generato dalla forza della terra, del vento, del mare e della nebbia. Un paesaggio naturale dotato di una propria ‘fisicità’ vera e vibrante. I dipinti provengono dall’Association Peindre en Normandie di Caen, dal Museo del Belvedere di Vienna, dal Musée Marmottan di Parigi e dal Musée Eugène Boudin di Honfleur e recano la firma di autori come Monet, Renoir, Bonnard, Boudin, Corot, Courbet, Daubigny, ma anche – e non solo – Delacroix, Dufy, Gericault.

La Normandia ha esercitato una irresistibile forza di attrazione tra gli artisti del XIX secolo, a partire dalla scoperta che ne fecero i pittori e gli acquarellisti inglesi che attraversarono la Manica per studiare il paesaggio, le rovine e i monumenti in terra francese.
L’attitudine degli artisti inglesi a dipingere ‘dal vero’, immersi nella natura e non più nel chiuso dei propri atelier, a cogliere l’immediatezza e la vitalità del paesaggio naturale ha costituito un modello ed è stata fonte di ispirazione per intere generazioni successive della pittura francese.
Gli artisti inglesi parlano della Normandia, della sua luce nordica, dell’esperienza visuale che nasce dall’incontro con una natura piena di forza e di contrasti.
A poco a poco Honfleur, Le Havre, Rouen diventano luoghi di incontro e di intensa creazione artistica di pittori ‘parigini’ come Corot, Courbet, Boudin. In questo ambiente affondano le loro radici quelli che diventeranno i principali movimenti d’avanguardia del Novecento, dall’Impressionismo ai Fauves.

La mostra “Luci del Nord. Impressionismo in Normandia” racconta la nascita, a partire dai primi decenni dell’Ottocento, della pittura di impressione, che darà vita al movimento dell’Impressionismo così come lo conosciamo, e successivamente al post impressionismo e ai principali movimenti delle avanguardie artistiche del Novecento che utilizzano il colore come strumento principale di espressione.

Il fermento artistico legato a una visione più realistica e aderente alla natura, che porta gli artisti a lavorare en plein air – complice anche la diffusione della pittura a olio in tubetti di metalli facili da trasportare –, prende vita in Normandia, una regione in cui la natura, come afferma il curatore Alain Tapié, possiede una sua propria ‘fisicità’ vera e vibrante. Una regione di mare e di terra, ricca e rigogliosa ma anche aspra e cupa, caratterizzata da cieli plumbei, nebbie dense, mari in tempesta, alte scogliere battute dal vento e dalle onde, accanto a tranquille distese di frutteti, stradine di campagne e rassicuranti fattorie con tetti di paglia.

È questo anche lo scenario dei grandi cambiamenti economici e sociali, legati al progresso della tecnica (diffusione di mezzi di trasporto su rotaia), al mutamento nella produzione delle risorse (industria e paesaggio industriale), infine ai mutamenti dello stile di vita, che vede, ad esempio, l’affermarsi del concetto di villeggiatura con la moda dei bagni di mare in luoghi storicamente segnati dalla fatica e dal lavoro dei pescatori.

Una mostra, dunque, che racconta lo strenuo impegno degli artisti (Corot, Courbet, Delacroix, Boudin, Monet, Renoir, Morisot, Dufy, Bonnard,) di restituire – semplicemente con tela e colori e tela – la verità di ciò che i loro occhi vedevano nel momento stesso in cui ciò accadeva, avendo come palcoscenico la Normandia, terra in cui tutte le forze naturali convivono e teatro di importanti mutamenti sociali e culturali che apriranno le porte all’età moderna.

La mostra è corredata da un catalogo edito dal Forte di Bard.

Per le scuole sono disponibili attività di laboratorio abbinate alla visita guidata in mostra. Info e prenotazioni al numero 0125 833818 – prenotazioni@fortedibard.it

Informazioni
Associazione Forte di Bard
T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | www.fortedibard.it

Prenotazione visite e laboratori didattici
T. + 39 0125 833818
prenotazioni@fortedibard.it

Tariffe
Intero: 8,50 euro
Ridotto: 6,50 euro
Scuole: 5,00 euro
Audioguida: 3,50 (coppia 5,00)
Cumulativo con la mostra Wildlife Photographer of the Year
Intero: 13,00 euro
Ridotto: 11,00 euro
Ridotto scuole: 8,00 euro

Orari martedì-venerdì: 10.00-18.00
Sabato, domenica e festivi: 10.00-19.00
Lunedì chiuso ad eccezione del 30 aprile 2018.
La Biglietteria chiude 45 minuti prima.

#mettiamocelointesta

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Oggi vi parlo della nuova iniziativa di UNHCR.

Mettiamocelo in testa è una campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi che parte da un presupposto reale: solo l’istruzione può salvare la vita e il futuro di un bambino rifugiato. Come emerge dal rapporto dell’UNHCR Left Behind al mondo ci sono circa 3,5 milioni di bambini rifugiati che non hanno la possibilità di andare a scuola. Ecco perché per il secondo anno consecutivo ci proponiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’istruzione per la sopravvivenza e il futuro di milioni di bambini rifugiati e di raccogliere fondi per garantire loro accesso a un’istruzione di qualità.

 

Dal 14 al 18 gennaio si può contribuire a #mettiamocelointesta inviando un SMS al numero solidale 45516. Il valore della donazione sarà di 2 euro per ciascun SMS inviato da cellulari Wind Tre, TIM, Vodafone, Coop Voce e Tiscali; sarà di 5 euro per le chiamate da rete fissa TWT e Convergenze, di 10 euro per Vodafone, di 5 e 10 euro per ciascuna chiamata fatta sempre al 45516 da rete fissa TIM, Wind Tre, Fastweb e Tiscali.

 

I fondi raccolti andranno a sostenere il progetto avviato nel 2012 dall’UNHCR, Educate a Child, un innovativo programma di istruzione presente in 12 paesi: Siria, Iran, Ciad, Pakistan, Yemen, Etiopia, Malesia, Kenia, Uganda, Ruanda, Sud Sudan, Sudan. In cinque anni questo progetto ha garantito accesso all’istruzione a 1 milione di bambini rifugiati e sostegno economico diretto a 76 mila bambini provenienti da famiglie vulnerabili. Inoltre, dall’inizio del programma sono state costruite e ristrutturate 210 scuole in 12 paesi e sono state realizzate e ristrutturate 3.133 classi.

Maggiori info sul progetto le potete trovare all’indirizzo https://mettiamocelointesta.it/

Cosa succede in travaglio (aka le contrazioni, il tappo mucoso, il dolore)

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Faccio questo post perché è la cosa che ho googlato di più nell’ultimo mese di gravidanza e sembra che chiunque sia molto pudico (o che voglia dimenticare, o che la propria prole ti assorba così tanto che alla fine non lo scrivi più) riguardo l’argomento e non trovi nessuno, neppure nei forum dove mom to be e novelle mamme si scambiano pareri. Ci sono cose solo tipo “te ne accorgerai” o “al corso preparto ci hanno detto”.

Permettetemi una frase da farvi scolpire nella testa. Respirate, pronte?

La biologia si basa un po’ sulle cose a cazzo ed ogni esperienza è diversa. Ma vi racconto come è stata la mia senza scadere nel è stato facile o è stato difficile.

Ripeto: è la mia esperienza e non so come possa andare ad altre, ma ecco… almeno ve la sto dicendo.

La cosa che ci si chiede di più è saprò riconoscere le contrazioni? Vedete nelle altre pagine web alcune che dicono AH MA TE NE ACCORGERAI. Uhm, ammetto una cosa: io mi sono accorta che fossero contrazioni solo perché c’era questo dolore di pancia continuativo che durava da più di 24 ore e che si stava palesando a intervalli regolari. Quando sono scesa attorno ai cinque minuti e settanta-ottanta secondi di durata sono andata in clinica (che distava 15 minuti di auto, tenete conto anche di questo) e lì l’ostetrica mi ha detto che sono proprio andata nel momento giusto. Il mio pretravaglio, ossia prima di quelle contrazioni lì che sono quelle più efficaci è durato 32 ore. Non lo auguro a nessuna di voi: si arriva sfiancate ed è per quello che secondo me il parto è difficile. Ero di 41 settimane e la sera prima dell’induzione finalmente sono arrivate le contrazioni buone. Che comunque, lo dico a quelle di voi che hanno avuto una colica renale, fanno molto meno male delle coliche renali (ma le coliche renali durano molto meno)

Come consiglio che posso darvi è quello che ho fatto io: non capivo neppure nelle settimane prima del parto se avessi perso il tappo mucoso o meno. L’ho perso 3-4 ore dopo l’inizio delle contrazioni di pretravaglio e a pezzi. Ho fatto tantissime docce (EDWIGE FENECH, SCANSATE!) per lenire il dolore. Ci passavo almeno due contrazioni dentro. E vedevo sti pezzi di tappo venire giù. Tanto muco, non uno schizzettino filamentoso come possono dire altrove. Pezzettoni. Facevo ‘ste docce e pensavo: ma porcotutto cosa ho? il tappo mucoso più grande della storia?

Quando dicono che per il dolore non si può prendere nulla non è del tutto vero: la mia ostetrica (austriaca, sono preparate in fitoterapia) mi aveva dato olio essenziale di lavanda da sniffare e passiflora da prendere per bocca per rilassarmi nei 4 giorni prima del parto e io pensavo non potessero farmi più di tanto e invece mi hanno aiutata parecchio. Più di un qualsiasi paracetamolo che i medici ti fanno schioccare per il dolore (conservatelo per dopo aver partorito: paracetamolo e ibuprofene da 400mg vi serviranno per lenire il dolore, e non rompete e prendetelo giù perché il dolore dopo c’è, specie se come me avevate una bimbina di 55cm e 3,8kg dentro a passarvi per il vostro pertugio).

Come sono le contrazioni? Quando vi dicono che sembra che tirino verso il basso io vi rispondo con boh: io ero lì ma le mie non erano così. Parlo di quelle all’inizio, le ultime 12 ore le ho fatte con l’anestesia e non so dirvi. Posso dire che era un dolore brutto come quando non vai al bagno da una settimana ma a monte spinge diarrea potente e non hai un bagno a disposizione e quindi senti un crampo che ti verrebbe tra lo svenire e il vomitare. Un dolore che vi prende anche un po’ la schiena come dolore da primo giorno di mestruazioni fortissimo (per quello consiglio molte docce, capite?) Chiunque abbia avuto una colite bruttissima o una intossicazione alimentare, o anche dolori mestruali pessimi sa cosa intendo. Vi ripeto il problema è avere questo dolore per ore: vi appisolerete ma vi risveglierà il fastidio e l’unico pensiero sarà ESCI FUORI.

Il dolore poi è soggettivo. Io posso dirvi, ma sono io, che non mi ha fatto troppo male. E non ho urlato per un cazzo. Ma avevo l’epidurale aperta a manetta (grazie ancora alla mia ostetrica, Helena: ti amo), l’induzione anche a base da ossitocina perché dopo le 32 ore di pretravaglio ne ho fatte altre 13 di travaglio visto che la bambina era alta (e ho passato le ultime due ore a muovermi con l’agone peridurale ficcato nella schiena a fare movimenti del bacino tipo hula-hoop per far scendere la creatura in basso) e comunque parlavo tranquillamente con l’allieva ostetrica (anche troppo, credo fosse la anestesia che mi faceva sembrare una cocainomane) anche se a un certo punto le ho vomitato quasi addosso e lei a dirmi “non preoccuparti, per noi è un buon segno!”

(Poi ok, hanno aperto pure di più il rubinetto dell’anestesia e io per dare le ultime spinte ho sentito solo lievi contrazioncine da assecondare con le spinte. Ma mi ha aiutato tantissimo la mia ostetrica. Davvero.)

Mi hanno fatto fare appena arrivata e prima del rendezvous con l’anestesista anche un bagno caldo. Ammetto che non mi è servito a molto, ma ha accelerato un po’ le contrazioni. Ma lì per lì ho pensato: me lo fanno fare perché aspettano il cambio turno delle 18.

Posso consigliarvi solo alcune cose da tenere in mente (poi se altre mamme vogliono continuare nei commenti son benvenute: anzi, scrivete pure le vostre esperienze perché almeno non facciamo sentire altre preoccupate):

  • State tranquille, oppure anche angosciatevi: tanto tutte le esperienze sono diverse. Pensate solo ad arrivare in ospedale nel giusto momento: che è quello giusto per voi. Non preoccupatevi a cosa potrebbero pensare.
  • Partorirai con dolore lo dissero nella bibbia. Siamo nel 2018: avete tutto il diritto di non soffrire.
  • Non è vero che dimenticherete il dolore, ma ne vale la pena
  • Fidatevi della vostra ostetrica o ginecologa. Se non vi fidate sarà tutto più difficile. Come se non avrete vicino a voi chi desiderate in quel momento.

Dopo due secoli San Teonisto ritrova i suoi tesori

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Sabato 13 gennaio alle 11.30 una cerimonia pubblica segnerà il ritorno in San Teonisto, antica chiesa trevigiana, di 19 delle 22 opere pittoriche che erano patrimonio dell’edificio monastico sino alla sottrazione napoleonica del 1810.

Quando, per effetto dei decreti napoleonici, il monastero benedettino di San Teonisto, nel cuore di Treviso, venne demanializzato, le opere d’arte che monastero e chiesa conservavano vennero confiscate. Finirono dapprima a Parigi, per andare poi a Milano, dove furono distribuite tra Brera e Castello Sforzesco, una fu in seguito destinata a Roma, altre rientrarono a Treviso, al locale Museo Civico.
L’odissea delle opere rientrate “a casa” non era finita. Dal museo trevigiano, che ne era diventato proprietario, le tele furono riposizionate nell’originario luogo di culto. Ma, durante la seconda guerra mondiale, nel 1944, la chiesa, come gran parte della città, venne colpita da un terribile bombardamento alleato. Recuperati dalle macerie, i dipinti furono trasferiti al Museo Civico che li ha custoditi fino a oggi. Ora tornano sui muri per i quali erano stati dipinti, restituiti nella loro originaria bellezza da un accurato intervento di restauro di cui si è fatta carico la Fondazione Benetton, che consentirà alla cittadinanza di godere nuovamente di queste importanti opere pittoriche.
Le grandi tele furono commissionate nel corso del Seicento dalle monache benedettine che avevano eretto il convento e la chiesa di San Teonisto a illustri pittori dell’epoca quali Jacopo Lauro, Carletto Caliari, Matteo Ingoli, Bartolomeo Scaligero, Pietro della Vecchia, Ascanio Spineda, Alessandro Varotari detto il Padovanino, Matteo Ponzone, Paolo Veronese e Antonio Fumiani.

A rendere possibile l’evento del loro rientro, per molti versi storico, è il completo restauro di San Teonisto, voluto e finanziato da Luciano Benetton, che ha riconsegnato alla città un importante patrimonio storico per lo svolgimento di attività culturali. Il complesso intervento di recupero dell’edificio, iniziato alla fine del 2014 e affidato alla cura e alla creatività dell’architetto Tobia Scarpa nel solco del suo fertile sodalizio con il Gruppo Benetton, ha restituito un’architettura rinnovata, ma capace di raccontare i segni del passato di luogo consacrato, poi gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1944 e spogliato dei suoi arredi, e infine dimenticato. Successivamente sconsacrato e adibito a usi diversi, l’edificio è stato gestito dal Comune di Treviso fino all’acquisizione, nel 2010, da parte di Luciano Benetton che successivamente l’ha donato alla Fondazione Benetton Studi Ricerche per farne un luogo di cultura in grado di ospitare eventi di respiro internazionale.
Ora, grazie a un accordo trentennale tra il Comune di Treviso e la Fondazione Benetton, i muri di San Teonisto ritrovano il loro patrimonio d’arte che potrà nuovamente essere ammirato dal pubblico nella cornice originaria. Nel rendere concreto l’ambizioso progetto di ricollocazione ha avuto parte decisiva anche la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.

I dipinti inizialmente sottratti a San Teonisto erano 22, taluni di grandissime dimensioni. A tornare sono oggi “solo” 19 di essi, anzi 18 perché una delle pale d’altare, “Le nozze di Santa Caterina” del Lazzarini, inserita nelle esposizioni stabili della Pinacoteca Civica, resta nelle sale dei Musei Trevigiani. In sostituzione di essa, dalla Pinacoteca giunge però la pala della “Madonna del Rosario e i santi Domenico e Rosa” di Jacopo Lauro. Una sostituzione per nulla casuale. Questa pala, infatti, era già stata collocata in San Teonisto allorché un dipinto della stessa chiesa, il “Martirio di Santa Giuliana” era finito al Castello Sforzesco di Milano, dove ancora è conservato.
All’appello mancano ora tre capolavori. Oltre al già citato “Martirio di Santa Giuliana” di Jacopo Lauro, ora di proprietà dello Sforzesco, la pala dell’altare maggiore di Jacopo Palma “Martirio dei Santi Teonisto, Tabra e Tabrata” (1603) finita nella chiesa di Brusuglio, poi danneggiata da un incendio e trasferita nella Galleria di Brera per essere restaurata. La terza delle opere mancanti, “Le Nozze di Cana” di Paolo Veronese e bottega (1580), è custodita nella Sala Gialla di Palazzo Montecitorio.

«La famiglia Benetton ha restituito dignità a questa antichissima chiesa e ha voluto affidarla alla nostra Fondazione perché la faccia vivere» commenta Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton. «La restituzione a San Teonisto delle sue opere, da parte del Comune di Treviso, è un atto di amore e responsabilità che completa quello del signor Luciano che di questa chiesa abbandonata ha voluto farsi carico. In un momento così importante non posso nascondere un sogno» continua Tamaro «che anche il gioiello maggiore di San Teonisto torni a casa. Mi riferisco alla lunetta di Paolo Veronese raffigurante “Le Nozze di Cana”, oggi “esiliata” a Montecitorio, sede della Camera dei deputati. Quella tela è entrata nelle collezioni di Brera per decreto di Napoleone Bonaparte, finendone confinata nei depositi. Successivamente è stata concessa a Roma per ornare le pareti di un luogo di passaggio e di incontro in Montecitorio. Credo che oggi ci siano le condizioni culturali e strutturali perché questo nostro capolavoro torni a casa. Naturalmente, ferma la “proprietà” che su di esso, da oltre due secoli, ha diritto di vantare il Museo di Brera. Così come mi auguro possa gradualmente avvenire anche per il Palma che da tempo resta a Brera in attesa di restauro, sempre che non venga destinato alla chiesa milanese che lo aveva temporaneamente ospitato, e per il “Martirio” di proprietà del Castello Sforzesco».

«Un ritorno che ci rende felici e orgogliosi» è il commento del sindaco di Treviso, Giovanni Manildo «conseguenza del sentimento che lega un cittadino illustre, come Luciano Benetton, alla sua città e che sento di ringraziare di cuore a nome dell’intera comunità. Un ritorno che completa un intervento straordinario che restituisce a Treviso un pezzo importante del suo patrimonio artistico e culturale. Un risultato reso possibile grazie all’attività di Fondazione Benetton Studi Ricerche che costituisce uno dei soggetti promotori della candidatura di Treviso a Città della Cultura nel 2020. Un ringraziamento particolare va poi all’assessore ai beni culturali, Luciano Franchin, e agli uffici del settore cultura che con Fondazione hanno sottoscritto la convenzione grazie alla quale i teleri da oggi potranno essere ammirati nuovamente da tutti i visitatori nel loro luogo natale».

In occasione del rientro delle opere in San Teonisto, la Fondazione organizza alcuni momenti pubblici per riscoprire quest’ingente patrimonio artistico.

Si inizierà sabato 13 gennaio alle ore 11.30 con la cerimonia del tradizionale taglio del nastro, alla presenza del presidente della Fondazione Benetton, Luciano Benetton, del sindaco di Treviso, Giovanni Manildo, e di rappresentanti delle istituzioni coinvolte: la cerimonia sarà seguita da un momento musicale che vedrà protagonisti Stefano Trevisi al clavicembalo e Anna Tonini al flauto traverso, interpreti di musiche di Bach.

Da lunedì 15 a sabato 20 gennaio alle ore 18 sono in programma delle visite guidate tenute da esponenti della cultura trevigiana: Elisabetta Gerhardinger, conservatore Musei civici di Treviso; Luca Majoli, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso; don Paolo Barbisan, direttore dell’Ufficio diocesano per l’arte sacra e i beni culturali; Marta Mazza, direttrice Museo Nazionale Collezione Salce; Eugenio Manzato, storico dell’arte.
Tutte le visite saranno seguite, alle ore 19, da un breve concerto per pianoforte, in collaborazione con il Conservatorio Steffani di Castelfranco Veneto. Le esecuzioni saranno affidate a Davide Amoroso, Giulia Spagnol e Anna Lerose (15 gennaio, musiche di Chopin, Brahms); Paolo Tirro e Chinami Matsushima (16 gennaio, musiche di Chopin, Brahms, Beethoven); Alice Rampazzo e Maria Cristina Pezzolato (17 gennaio, musiche di Clementi, Schubert); Olga Gavryliuk e Giacomo Menegardi (18 gennaio, musiche di Haydn, Chopin); Sara Mannarini e Beniamino Iozzelli (19 gennaio, musiche di Debussy, Chopin, Schumann); Massimiliano Grotto e Laura Pinnella (20 gennaio, musiche di Haydn, Liszt). Il Conservatorio Agostino Steffani è l’università della musica della provincia di Treviso e con questo spirito continua a promuovere un dialogo con i principali enti del territorio. Questo carnet di concerti rafforza la collaborazione con la Fondazione, partner dello Steffani già nel progetto Oltre la scena.
Nei giorni delle visite guidate la chiesa aprirà dalle ore 17. Informazioni e prenotazioni: tel. 0422 5121, www.fbsr.it

I disegni inediti di Music da Dachau, al Revoltella

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Dal 27 gennaio al 2 aprile
, il Civico Museo “Revoltella” di Trieste propone al pubblico un nucleo, inedito, di 24 disegni che Zoran Music realizzò nel 1945, mentre era imprigionato a Dachau. L’esposizione, intitolata “Zoran Music. Occhi vetrificati”, è promossa dal Comune di Trieste-Assessorato alla Cultura e curata da Laura Carlini Fanfogna.

In mostra – come detto – 24 disegni che sono altrettanti urli silenziosi. Fissati a matita o inchiostro sui supporti più disparati: fogli di quaderno, carte di riciclo e persino libri. Per dare forma, e in qualche modo esorcizzare, l’orrore, creando opere d’arte. E, anche per questo, ancor più straordinari. 24 testimonianze su Dachau, in presa diretta da chi vi era deportato, marchiato con il tragico Triangolo Rosso dei deportati politici.
Testimonianze che nella storia dell’arte possono essere avvicinate a quelle di Goya.

23 dei disegni erano stati “dimenticati” tra i fascicoli d’archivio nella sede dell’ANPI, ANED, ANPPIA e uno nella sede dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia, da cui sono emersi nel luglio del 2016 nel corso di una ricerca che il professor Franco Cecotti, collaboratore dell’IRSML e oggi vicepresidente dell’Associazione Nazionale Ex Deportati-ANED, stava conducendo.
Oggetto del suo interesse era una cartella contenente ciclostilati e materiali intitolati “Gli italiani in Dachau” del maggio ’45. La stessa data era riportata anche su una seconda cartella, contrassegnata come “Disegni campo Dachau”, dalla quale sono emersi i disegni di Music. Realizzati appena dopo l’arrivo degli Alleati, quando l’artista sopravviveva nel campo in una sorta di quarantena, sopraffatto dall’angoscia che ancora lo torturava.

Le 24 opere riunite in mostra facevano parte di un corpus più ampio di pezzi che l’artista in parte donò ai compagni sopravvissuti. Disegni poi andati dispersi. Con la fortunata eccezione del nucleo esposto al “Revoltella”. Una volta rientrato in Italia, Music per anni non riuscì a misurarsi con l’angoscioso ricordo del lager. Si dedicò a raccontare l’amata Venezia e i paesaggi dalmati. Sino agli anni Settanta, quando, trascorso un quarto di secolo, riuscì a proporre nella serie “Non siamo gli ultimi”, “l’orrido che è insito nell’uomo”.
Osservando i cadaveri, a mucchi, a pile, che gli furono compagni a Dachau e che egli fissa nei suoi disegni del ‘45, si può ben capire l’urgenza di allontanarsi dall’incubo che segnò Music per sempre.
A Dachau era arrivato nel novembre del ’44. Quell’anno l’artista, in occasione di una sua mostra veneziana, aveva conosciuto Ivo Gregorc, che faceva parte della Croce Rossa slovena, impegnata nella resistenza contro i nazisti. Il legame di amicizia non sfuggì alle SS di stanza a Venezia che arrestarono Music con l’accusa di collaborazione con gruppi anti tedeschi. Dopo la detenzione a Trieste fu deportato nel lager in Germania dove rimase per sette mesi, fino al giugno 1945.

“I 24 disegni di Music, vero tesoro d’arte e di storia, dopo l’esposizione resteranno in deposito nelle nostre Collezioni”, sottolinea Laura Carlini Fanfogna, curatrice della mostra nonchè direttrice del Servizio Civici Musei e Biblioteche del Comune di Trieste. “E saranno affiancati – spiega – dalla storica videointervista che 20 anni fa l’artista rilasciò in occasione della sua mostra alla Risiera di San Sabba, rievocando quella deportazione a Dachau.”
“Con l’occasione abbiamo voluto anche documentare – così ancora la Carlini Fanfogna – la realtà di quel campo e di altri campi di sterminio, attraverso una selezione di immagini che l’USIS-United States Information Service vi realizzò all’arrivo delle truppe alleate. Sono immagini tratte dalla nostra Fototeca, ricca di quasi 3 milioni di foto e, tra esse, di un corpus di ben 14 mila concesse proprio dall’Usis”.

Info e prenotazioni: www.museorevoltella.it