Ponti e grandiopere.

shot_1293365856520L’anno scorso per mia scelta (sì, ogni tanto faccio cazzate) ho deciso di passare per il Monte Bianco.

Non ci sarebbe nessun problema, nel tunnel in sè, sebbene io non capisca molto perché si sia nel duemilaerotti e un incidentone che lo trasformò in un megarrosto si abbia ancora un tunnel a due corsie dove passano camion e auto a migliaia.

Il fatto è che per raggiungere quel tunnel si ha una strada davvero di merda. E non è la neve. Sono due budelluzzi di strada per raggiungerlo dalla parte italiana. Che addirittura diventa una cosa forzatamente ad una corsia perché sei te e la roccia, e se arrivasse un tir dall’altra parte si andrebbe a provare il burrone.

Poi il giorno prima che io passai veramente si staccarono dei massi e un paio di persone rimasero ferite mortalmente.

Poi parliamo delle strade, la sicurezza, il cazzo del dover fare grandi opere, quando uno dei grandi trafori fa totalmente cagare. Ma la prossima volta riprendo il Frejus.

Picci-picci-pù.

Se c’è una cosa che odio – e in realtà ce n’è molto più di una – sono i film comici con i bambini. Mamma ho perso l’aereo, Mamma ho riperso l’aereo, Senti chi parla, Senti chi parla adesso, Piccola peste, Piccola peste torna a far danni, Baby birba, Baby barba (l’epopea di una bambina costretta alla depilazione precoce), Baby babba (una bambina siciliana con dei problemi di comprendonio), Baby babbo (la toccante storia di un bambino padre), Baby balbo (figlio del noto calciatore), Baby bulbo (film d’animazione che ha per protagonista un piccolo tubero) e Baby baldan bembo (un film del cazzo nel quale c’è un ragazzino che gira per strada fischiettando “Eeeeehhhh, l’amico èèèèèè”). Tutte storie di ragazzini insopportabili con le facce gommose che, puntualmente, finiscono per umiliare l’adulto minchione di turno. Basta. Non se ne può più. Non riesco a ridere se c’è un moccioso che rende la vita impossibile a un adulto che ha già una buona dose di cazzi suoi per la testa, anche se di mestiere fa lo svaligiatore di appartamenti. E non riesco a ridere nemmeno se uso la parola “moccioso” che non pronunciavo e scrivevo credo dal lontano 1989. Mi abbatterei sull’immagine di Macaulay Culkin nella sua tipica posa, quella dell’Urlo di Munch per intenderci, con un badile di ottone, ammesso che l’abbiano mai creato. E l’odiosissimo bambino con il caschetto rosso di Piccola peste? Lì si raggiunge l’apice dell’intolleranza, lo Zenit del giramento di palle, la temperatura in cui la bile sublima senza passare dall’ebollizione. Ma poi perché i bambini non devono guardare i film di Bruce Willis sennò diventano dei vichinghi e quelli dei nani pestiferi sì? Io bambino capisco bene che prima di imitare un ammasso di muscoli di un metro e novanta, che salta da un elicottero e sfonda il vetro di un grattacielo nel quale c’è la classica riunione del Cda della grande azienda con tutti i manager in giacca e cravatta; che trova il tempo per fare una battuta umoristica prima di lanciarsi per le scale – 28 piani in salita – mentre terribili cecchini che per l’occasione diventano delle pippe gli sparano addosso; che viene pure colpito per sbaglio da uno dei cecchini ma si strappa via il proiettile dal braccio con le sue stesse dita; che arriva al piano n. 100 e rompe il culo a tutti – lui a mani nude, loro armati fino alle mutande – e che alla fine, nella carneficina totale, riesce pure, passando dalla riunione del Cda, a rilevare le quote dell’azienda, divenendo così azionista di maggioranza… beh, un bambino sa che prima di fare tutto questo avrà bisogno di mangiare quintalate di barrette Kinder e di sottoporsi in, diciamo, dieci anni all’allenamento che Lou Ferrigno ha sostenuto in una vita intera. Ma per scaldare con la fiamma ossidrica il pomello della porta di casa o per tempestare il tappetino della doccia di puntine da disegno, no…
Basta un padre con l’hobby del bricolage. Distinti saluti.

La misura del gatto.

Credo che uno dei miei difetti principali sia quello di avere sempre delle aspettative su tutto ciò che mi circonda. Mi aspetto sempre che quella determinata situazione si evolva in un modo che io ho costruito solo dentro la mia testa, o che quella determinata persona si comporti in un modo che solo io ho immaginato. Invece dovrei saperlo che non funziona così, dovrei avere sufficiente esperienza per capire che le cose non stanno così. Con il tempo e a furia di cadere mi sono reso conto che la felicità, o qualunque stato interiore che solo vagamente gli assomigli, non coincide con il mondo esterno, sia che si parli di situazioni, sia che si tratti di persone. Tuttavia la constatazione di essere tutti delle isole mi riempie di tristezza, non ci posso fare niente. Le frasi “Non aspettarti niente da nessuno” e “Nasciamo soli e moriamo soli” le ho sempre guardate con sospetto, mi sono sempre sembrate dei luoghi comuni, eppure sono terribilmente vere. Dall’esterno credo di dare l’impressione di una persona con una specie di barriera tra sè e il mondo ma non è così, forse lo è stato in alcuni periodi della mia vita. Forse è vero che sono una persona solitaria, so ritagliarmi i miei spazi di solitudine, a volte ne ho pure bisogno, ma odio la solitudine quando questa si presenta sotto le drammatiche vesti di condizione estrema e reale della natura umana.

Poi c’è quella che la si chiama Felicità. La felicità sembra essere questione di un attimo, un attimo di cui non abbiamo consapevolezza e che facciamo svanire dilatandolo nello spazio. Allora dovrei riuscire a valorizzare qualunque attimo e non relegarne nessuno nei bassifondi della memoria. I due gradi della felicità allora sono: il più basso, quello conferitoci dalla percezione del bello che fa sviluppare in noi la gratitudine alla vita e l’attaccamento ad essa; e quello più alto: quello in cui si è capaci di andare oltre il contingente, oltrepassando e trasformando fatti e sensazioni negative, diventando così capaci di guardare oltre il dolore stesso. La felicità allora non è fruizione di qualcosa che viene dall’esterno ma è dentro noi stessi e sta nella capacità di operare questa trasformazione del presente, operando al contempo una proiezione futura ed annullando così il tempo.

Com’ era prevedibile sette anni sono come un giorno. Ci sono sempre la sedia blu, la penna frenetica e lo spettro di una scomparsa. Ci sono sempre le fottute ore che non finiscono mai, le mattine senza senso ed i gatti incuranti e sonnolenti. Alzarsi, vivere, sforzarsi. Adesso che la luce si affievolisce dopo avermi inondato di beatitudine. Probabilmente non ho acquisito nessuno stile. Riesco solo a comporre meglio le cose e ad ordinare la vista con maggior raziocinio. A che serve premere il pulsante di scatto se la realtà è sempre uguale a se stessa?

AH, voi semplici creature chiamate maschi.

C’è questo mio amico che tipo sono giorni in cui non ci sentivamo e gli ho mandato una mail chiedendo se fosse vivo o meno.

Mi ha detto che sì, lo era, schiacciato dal suo lavoro al di sotto degli agognati dalla mia generazione mille euro al mese, e che leggeva però più spesso il mio blog di quanto facesse prima.

La cosa non mi ha tranquillizzata.

Di lui preferivo maggiormente la domanda ciclica su perché mai mi tingessi i capelli. Credo di aver sviluppato una vagonata di risposte a questa domanda, un po’ come a tutte quelle che considero cretine e che alla fine reinvento ogni volta. Sai: almeno per il gusto di rispondere.

Mi chiedo anche se ci debba essere una ragione per tingersi i capelli: del resto però ho quei rantoli di commozione quando vedo i pigmenti rossi in fila ai supermercati crucchi. Qui in Italia sembra che esista solo il biondo. Meh. Vabbé. Comunque non credo ci debba essere una ragione, ma quella che adduco sempre al mio amico è: “La mattina non mi trucco, almeno i capelli sono un vezzo”.

[e quanto pare fino ad oggi era convincente]

Posso dire, però, che ultimamente ho letto in riviste di moda che il rosso dona solo alle giovani [E NILLONA PIZZI?] perché altrimenti evidenzia dippiù le rughe. No problem, cicci: noi rotondette arriviamo ai trentanni con un culo degno di valeriamarini, ma a zero solchi nella pelle. Tzè.

Harrison is watching you (and he's quite aMUSEd)

Ciao, amici in Matthew Bellamy. Non vi tedieremo circa argomenti importantissimi come “ODDIO l’album esce a ottobre, come facciamo ad arrivarci” e più leggeri come “ODDIO MATT SI SPOSAH”. No.
Fortunatamente Tom Kirk (che l’altroieri si lamentava circa “oh, lavoro troppo e non ho una giornata per fare stronzate”) ci da materiale per finire gioiosamente la settimana.

Cielo.

If you've got no kind words to say/ You should say nothing more at all

In realtà mi do noia da sola.

Vivere quotidianamente con me deve essere due palle tante, me ne accorgo anche io quando mi osservo dal fuori. Il bello è che se molti pensano che uno si possa migliorare posso dire che non è vero: non si riesce neppure ad accettarsi e pensare di essere contenti quelle poche volte che si sta bene. Il fatto è che quando stai bene non è che riesci a pensare “oh, sta sculando, che bello”. Non pensi. Stai in uno stato che ancora speri e desideri sia di normalità.

E quando stai male non è che riesci a reagire. Ti accomodi a letto, con la forza di un mociovileda, e boh, subisci. Il fatto è proprio questo: si subisce, cazzo d’altro vuoi fare. Anche quando non dormi, perché stai male, cosa vuoi fare? Metterti a fare altro. Insomma è come uno sciopero che subisci, quello della salute. Quasi.

Le Stolpersteine o pietre di inciampo.

Vienna Ne avevamo parlato ormai due anni fa: dalla metà degli anni ’90 lo scultore Gunter Demnig ha iniziato a disseminare le città tedesche con i suoi Stolpersteine (letteralmente “ostacoli”, “impacci”)

Ora sono state aggiunte 72 nuove pietre in una terza edizione di “Memorie di Inciampo”, quindi si raggiungerà un totale di 150 pietre.  Il numero delle pietre in Europa, in 10 Paesi europei, ha raggiunto quota 33 mila. E’ un progetto che forse – purtroppo – non si esaurirà mai perché è impensabile puntare a collocare 10 milioni di pietre. Quelle pietre sono un po’ contro tutti quelli che fanno revisionismo, tutti quelli che fanno negazionismo, come ad esempio pare che succeda in Danimarca. Queste pietre servono, nell’idea, a riportare a casa persone ridotte ad un semplice numero, a cui è stata tolta ogni dignità di persona”.

(le pietre della foto sono a Vienna in Mariahilferstrasse)

Sussultorio, ondulatorio, peristaltico.

Non so come mai, dicono che sia però sintomo di amichevolezza finire a parlare di feci tra amici. Però ecco, non so se preoccuparmi: io e le mie amichette si finisce sempre a parlare di cacca con la stessa frequenza in cui in Sex and the City si parlava di sesso.

Ma vi giuro, altro che i discorsi che finiscono lì. Proprio non so, si termina sempre col parlare di quanto si staziona al bagno e quanto sia scarsamente confortevole doversi confrontare con queste problematiche. E voi uomini che quando ci vedete ci chiedete di non parlare di smalti o scarpe. Boh, sarà che tra simili ci si attira, ma i nostri discorsi terminano sempre lì. Oppure anche quando si parla di altro si termina là, partendo anche non so, dal lavoro e dalla propria malattia cronica intestinale e rispondendo sagaci alla domanda retorica “cosa può fermarti?” dell’interlocutrice un secco “solo la mancanza di carta igienica”.

Capite?

Poi io mi chiedo sempre una cosa di cui non si parla mai e per cui non capisco i popoli nordici: la mancanza di bidet indove poi tu dopo aver avuto il prodotto della peristalsi non proprio consistentemente perfetto e cilindrico, sebbene tu abbia usato diversa carta per nettare, come tu possa procedere ad un’accurata pulizia laddove tu abbia la doccia a disposizione e neppure quella con il saliscendi. Dovremmo spezzare questo tabù e capire, perché spesso io non ho una grande soddisfazione dall’attività pulente. E mi fermo, ché ho tentato di essere aulica.

Alice: “Comunque il Giappone merita un viaggio solo per il bidet incorporato nella tazza del cesso riscaldata.”

Fran “mh, ma è igienico? me lo son sempre chiesto. cioè, non è che si mischiano cose?”

Alice: “una passata e via, due lati, nessun miscuglio”

Fran: “uhm”