La campagna « Ricordiamoci dell’infanzia » di Save the Children

logo_savethechildren_567x139Chi non conosce o ha mai sentito parlare Save the Children? La più grande organizzazione internazionale indipendente che lavora per migliorare concretamente la vita dei bambini in Italia e nel mondo. Spesso qui sopra vi ho parlato di loro campagne, e adesso è arrivato il momento di introdurvene una nuova.

Save the Children con la campagna «Ricordiamoci dell’infanzia» vuole richiamare l’attenzione delle autorità: aderendo all’iniziativa anche Tu chiederai a Mario Monti di esaminare il problema della povertà minorile e le sue cause. E’ iniziata il 15 maggio ed è rivolta alle istituzioni italiane ma anche ai singoli cittadini al fine di far riflettere tutti sul rischio di povertà infantile in Italia.

Ma la povertà esiste anche in Italia?

Purtroppo si. Nel 2010 si è stimato che ben 1 bambino su 4 viveva in stato di povertà e circa il 6% non aveva uno stile di vita accettabile perchè privo dei beni essenziali.
Per promuovere questo cambiamento socio-culturale e sensibilizzare l’opinione pubblica, l’organizzazione no-profit ha lanciato il suo manifesto online sul sito: http://www.ricordiamocidellinfanzia.it/ dove più di 2.500 persone hanno già aderito alla campagna inserendo una propria foto da bambino.
Un gruppo di anziani attaccano le loro foto da bambini
Lo scorso Venerdì 25 maggio a Roma in Piazza San Silvestro, inoltre, Save the Children ha organizzato un evento per rivolgere al Governo un messaggio di mobilitazione ancora più forte. La manifestazione ha visto la presenza di circa 1000 persone tra bambini, adulti, artisti di strada e numerose personalità del mondo della cultura e dello spettacolo che hanno aderito alla campagna.
04_Persone in fila per attaccare la foto
Sotto vi lascio con il video, che è già divenuto molto cliccato in pochissimo tempo, e che centra assolutamente l’argomento. Magari cercate di condividerlo sui vostri spazi visto che è molto “a pronta presa”.
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Ora guarda come si accorgono tutti dei Mumfords come è successo a Kasabian e Black Keys.

Photo courtesy of Ryan Bittan.

Comunque io la prima cosa che mi sono chiesta è come Marcus Mumford abbia tirato giù ‘sta decina di chiletti (perché sì, ehm, mi interessa) (noi CON LE OSSA GROSSE) (sic)

L’altra cosa è che il pubblico conosce i Mumford and sons. Già molti di noi stanno partendo con l’hipsterismo da “ma io c’ero alla prima loro data, quella dove il Covo fece la prevendita, 300 persone prenotate in un minuto e mezzo e via. E a Roll away your stone il pavimento che ondeggiavissima, ziofà”

Marcus, che è anche personaggio spendibile con la casalinga di Voghera come il “cicciottello che si è sposato però l’attrice coprotagonista in Shame – sì Carey Mulligan che faceva la sorella di Michael Fassbender-, e che viene ormai idolatrato dal Boss che li fa a sentire sul palco al Pinkpop -festival olandese, per questo amo i festival- e poi si avvicina anche”. Perché contrariamente ad altri ha anche la moglie attrice, quindi è ben targettabile, no?

Pare ancora di no, ma fortuna che ormai la stampa non se la caga nessuno nei trend. Eccetto che con quella grande massa che possiamo chiamare paesereale e che ascolta la radio ed è quella che grande alla stampa-di-massa-su-quotidiano ha scoperto i Kasabian (dopo 10 anni) e i Black Keys (troppo comodo quando se li cagavano in tre pensando, poi, giustamente: “al prossimo album fanno il botto”, e così è stato).

I Mumford hanno fatto tutto esaurito veloce anche a Verona. Quindi se dovete vederli potete andare però al Festival Spilla, ad Ancona. Una bella gita, che vale tutta: loro devono ancora uscire col nuovo album, ma se volete farvi un’idea di come suonano il loro set al succitato Pinkpop è scaricabile da qui.

[che poi, appropo di pupilli di Bruce, io lunedì intervisto i Gaslight Anthem e ho già un’ansiadellamadonna]

Non riuscivo a scrivere nulla di coerente, stando fuori.

Stando qui questa casa non risente delle scosse. Ieri a Bologna i buttafuori del Locomotiv erano pieni di ansia ad ogni vibrazione. Al solito qui, a Parma, pare non essere successo nulla (del resto a casa sfogliavo un Qui Touring del 2001 e -davvero- in 11 anni a Parma non è cambiato davvero un cazzo) tranne le elezioni (ma anche quelle, nell’aria non si percepiscono)

Non so, è paradossale sapere dai racconti degli amici e vedere che posti in cui spesso sei passata con la macchina non sono più in piedi. Non sai che pensare, è surreale. Qualsiasi cosa diversa dal voler andare ad aiutare, qualsiasi parola oltre è superflua.

E invece della Mazza ora c'è la gallina. Dici, come passa il tempo. Eh!

8 settembre 1996 —   pagina 47   sezione: SPETTACOLI E TV MILANO – E’ l’ ultima favola inventata dalla pubblicità per far sognare le donne. E in fondo può essere vista come la più recente e aggiornata variante del “principe azzurro”, chino ai piedi dell’ amata stavolta non per farle calzare la scarpetta ma per infilarle una calza. Velata e sexy. Le gambe della fortunata sono quelle perfette della top-model Valeria Mazza. E il maschio ai suoi piedi è nientemeno che Antonio Banderas, fascino mediterraneo e “caliente”. Gioca tutto su di lui lo spot, proponendo un nuovo, improbabile ma irresistibile modello di comportamento maschile. Presentato ieri in anteprima, lo spot è stato girato nel maggio scorso in una cascina nel Chiantishire e ha uno staff tutto cinematografico. Alla regia Giuseppe Tornatore, fotografia di Tonino Delli Colli, musica di Ennio Morricone, casa di produzione la Hollywood Gang di Gianni Nunnari e Quentin Tarantino. Tutti riuniti per fare la pubblicità al marchio “padano” Sanpellegrino, del gruppo mantovano Cps che produce qualcosa come 70 milioni di paia di calze all’ anno, settima azienda in Europa e decima nel mondo. Andrà in onda dal 29 settembre, nelle tre versioni da 45, 30 e 15 secondi. Facendo pubblicità alla pubblicità, la produzione è stata presentata come “lo spot da Oscar” e la campagna, al di là dei risultati di vendita, ha già raggiunto l’ obiettivo di far parlare molto di sé con titoli fantasiosi del tipo “Tornatore fa la calza”, “Banderas mette i collant” o “Ultimo tango nel Chianti”. Il riferimento trova giustificazione nella colonna sonora dello spot, un tango scritto da Morricone. Più che dalle gambe di Valeria, l’ erotismo è assicurato dallo sguardo travolgente di Banderas, che la stessa top-model ha confessato di aver avuto difficoltà a reggere. Ma pure il bell’ Antonio ha dovuto mettersi d’ impegno. Perché, nonostante tutto, una calza su una gamba femminile non l’ aveva mai infilata prima d’ ora. Credibile e ironico il finale: la calza s’ impiglia nel gemello della sua camicia ma, nonostante gli strappi, non si rompe. Morale, in spagnolo maccheronico: “Nuestro amor non smaglia nunca”.

 [ndF. Gianni Nunnari all’epoca era il compagno di Naomi Campbell, per dire. E Morricone aveva fatto la colonna sonora. Ora puccia il cornetto di nascosto nel cioccolato e monologa con la gallina mostrandole le fette biscottate. Manco fosse passato dopo un TSO]

Tim lancia “Mai più senza internet. Web is mobile”

Magari è proprio adesso che è estate che ci ricordiamo quanto sia più importante l'internet in mobilità. E noi però cogliamo l'occasione per parlarvi di un concorso Tim molto interessante che riguarda proprio tutto ciò.

Infatti Tim lancia ‘web is mobile’, contest creativo internazionale per raccontare la vita nell’era degli smartphone, app e rete in mobilità, chiamando a raccolta le community creative dei videomaker. Ad esempio a lanciare la sfida per il contest, online anche sulla pagina ufficiale Facebook di TIM (http://on.fb.me/WebIsMobile), è un video brief realizzato da Valerio Masotti, giovane talento della creatività italiana. Guardatelo assieme a me!

Se siete videomaker e volete provare potete benissimo farlo: il messaggio da esprimere è semplice: “Mai più senza internet. Web is mobile”.

Questo il messaggio che i video user generated dovranno valorizzare con i loro lavori per comunicare la travolgente rivoluzione della rete mobile, la sua sorprendente utilità. Internet è ovunque vogliamo che sia e grazie agli smartphone, all’ultra broadband e al mondo delle App la vita di tutti i giorni si arricchisce di potenzialità prima impensabili, con un impatto positivo e irreversibile sulla nostra vita e le nostre relazioni.

Un ricco premio vi aspetta. In palio 14mila Dollari (circa 11mila Euro), suddivisi in quattro premi: tre assegnati direttamente da Tim, più il Premio della Critica di una giuria specializzata, formata da tre direttori creativi di fama internazionale.

Il contest è realizzato in collaborazione con zooppa, community internazionale di videomaker.

Potrete trovare tutte le informazioni per partecipare al contest (con descrizione dei premi, il regolamento e le modalità di adesione) all’indirizzo http://on.fb.me/WebIsMobile

Video sponsorizzato

Meighan del resto non lo vedo molto padre come Wolstenholme

[che si debba fare sezione per i Kasabian a parte? Mh. Come i Muse, nah]

Eppure è una cosa che uno non ci fa caso quando gli capita ma è una fortuna: tolti i primi cinque minuti iniziali in un’intervista con Tom Meighan, durante i quali deve risuonargli detto da altri “ti prego Tommeh, non dire minchiate, ti prego”, dove lui è inizialmente tesissimo un po’ come se tu stessi per chiedergli il catabolismo della bilirubina dopo si lascia andare talmente tanto che ti racconta i cazzi suoi come se foste al bar e non fosse una conversazione pseudolavorativa (io giornalettaio e tu musicista), ma come proprio tra alcolizzati al bar.
Beh, con me, del resto.

[però dicono che con me sono belle chiacchierate, che rilasso molto pur essendo competente. Che faccio: emetto parcella?]

Sebbene avessi l’interesse di ascoltare Pizzorno (non solo per la cotta da quindicenne che mi porto, ma perché dopo un anno di uscita dal disco mi interessava chiedergli anche della collaborazione con Noel Fielding e simili) viste anche le sue tenere uscite sul mezzo di comunicazione chiamato twitter (disse sull’andare a cercare se parlassero male di loro “Why would you want to see someone in their pants, who obviously fucking hates you, call you a cunt? You’ve got to be mental to do that. You might as well go into a dungeon and get fucking whipped.” A volte vorrei capire se è naive o se ha una sua dimensione, e prima o poi lo scoprirò. Forse. Se Sony vuole. Ma la vedo malissimo. Ciao amici di Sony.) l’idea di un’intervista con Tom mi mise un’ansia terribile, proprio perché non sapevo dove si poteva andare a parare.

Un po’ come è successo da me nella mia intervista (tiè, la prima certificata) anche stavolta Meighan si è dichiarato padreh (la compagna ha dato alla luce una bimba, forse ora capite anche lo slittare di qualche dat… ops, ho detto una meighanata) e che il prossimo album dei Kasabian si chiamerà Trial by Stone: pare che Sergio ha già pronto un numero indefinito di canzoni (prima dice otto, poi dieci, poi trenta) già pronte e sono a base di elettronica e drum machine. Non è una novità dopo che l’abbiamo visto spippolare col synth sempre più spesso ai live. Comunque poi l’intervista intera sbobinata esce domani.

Ma la cosa principe, cardine, quella che gli attirerà fama e spilloni dai bimbominkia è stato sparare sugli One Direction. Quindi se il nostro Chris Wolstenholme dei Muse da bravo papà ha accompagnato la prole a un concerto di Justin Bieber direi che Tom Meighan colcazzocheporta la figlia in futuro a concerti come dire… easy pop?

“It’s frustrating when you see five little d*cks like that take over America, it’s horrific but you’ve just got to get on with it. They’re a boyband for God’s sake and there will always be room for boybands,” Meighan told Gigwise. “They’re kids. Let them eat the candy.”

[io devo accontentarmi solo del suo odio cieco verso Capello. Perché non ho pensato a una cosa simile da chiedergli? porcazozza.]

L’altro bimbo nostro (quello cresciuto in altezza e con la nutria sulla testa) invece si dedica alla beneficienza cor carcio, col progetto soccer aid. Del resto, entrambi giuocavano al pallone. Ma la cosa che fa molto ridere è vederlo in squadra con Gordon Ramsay e Van der Saar. Insomma: con tutti pallonari falliti. Ehm.

Complimenti comunque all’arbitro se lo farà giocare coi collanoni della Westwood e i bracciali, visto che da regolamento nun se pole.

[lui come babbo forse ci riesce meglio: dice che quando racconta al bimbetto che ha chiamato Ennio, come Morricone, le fiabe gli fa anche le vocine. Le fiabe, al letto col bimbo, le vocine dei personaggi. Cosa che se lo vedessi mi si accenderebbe l’istinto materno in un frammento di secondo, diobono]

Dall’altro canto ricollegandoci invece al musicale stretto: il nuovo singolo sarà Switchblade Smiles (eeeeh? non era la canzone di lancio di Velociraptor? sì. Ma allora perché? Boh, dillo a me che l’avevo anche indicato come singolo dell’anno straniero quando me l’han chiesto, che figura ci faccio) che uscirà tipo nei giorni delle date italiane. Nonché per noi italiani ci sarà la giuoia della bellissima collaborazione, inclusa in una versione italiana esclusiva del disco, dell’altro artista Sony chiamato J-Ax per Man of simple pleasures. Che se riuscirò a perdermi mi dispiacerà così tanto che boh, mah, come farò?

Cosa è il Turul?

BudapestUna delle figure mitologiche più importanti della tradizione ungherese è il Turul, un falco di enormi dimensioni. La parola deriva dal turco Togrul o turgul e significa falco pellegrino.

Sebbene nell’ungherese odierno ci si riferisca all’animale con il termine sólyom, in passato si usava proprio il termine Turul per riferirsi al falco sacro. Questo spiega l’importanza attribuita all’animale, la cui figura è strettamente collegata ad alcuni episodi chiave dell’epopea ungherese. Infatti, la leggenda vuole che Ermese, madre di Almos, fondatore dell’Ungheria, abbia visto in sogno proprio un Turul volare verso di lei e fecondarla; le annunciò inoltre che suo figlio sarebbe stato il fondatore di una grande dinastia. Questa leggenda è collegata all’etimologia stessa del nome Almos che in ungherese significherebbe “colui che è stato sognato”.
Nella seconda leggenda un Turul appare nuovamente in sogno ai capi delle 7 tribù ungheresi. In questo caso gli animali mettono in fuga le aquile che stanno attaccando i cavalli delle tribù.
Il significato attribuito al sogno fu che era necessario migrare verso nuove terre. Una volta in movimento, i Turul indicarono loro la strada, guidandoli verso la Pannonia che sarebbe divenuta la culla dell’Ungheria.
A questo animale sono state dedicate diverse statue. Tra queste la più imponente sorge a  Tatabánya. Eretta nel 1907, sembra che sia la più grande statua raffigurante un volatile in Europa: l’apertura alare della statua è di oltre 15 metri. Quella che però vedete nella foto è quella dell’animale che potete trovare sulla collina di Buda, proprio a guardare come di “traverso” il palazzo Reale.

Barackos Gomboc (che poi è un dolce che siamo in zona limite ancora da farsi)

Oggi parliamo di un dolce che secondo me mentre sta piovendo e ora che si trovano le albicocche (anche se ancora non buonissime) è fattibile. Si chiama Barackos Gomboc, nel cui interno nella ricetta base è racchiusa una deliziosa albicocca. Vi e’ anche una versione con le prugne, che vi dico sotto come cambia. La preparazione è un po’ lunga, ma non troppo complessa. Ad ogni modo la bontà di questo piatto ripaga ogni sforzo!
Con le albicocche:

Ingredienti:
– Kg 1 di patate
– gr 350 farina
– gr 30gdi burro
– 1 pizzico di sale
– gr 500 di albicocche
– 1/2 cucchiaio di cannella
– gr 100 di pangrattato
– gr 50 di burro
cannella e zucchero a velo
Esecuzione:
Lavate le albicocche, asciugatele, e snocciolatele. Cuocete le patate, sbucciatele quando sono ancora calde e schiacciatele dopo averle lasciate raffreddare impastate con la farina, il burro e il sale. Stendete l’impasto su un piano infarinato fino ad uno spessore di 1.5 cm cospargetelo di farina. Tagliate la pasta in modo da formare dei quadrati di circa 9 cm . Ricavati i quadrati di pasta mettete al centro di ognuno mezza fetta di albicocca cospargetela con la cannella. Richiudete il frutto con la pasta in modo da ottenere dei fagottini.
Fate bollire i fagottini nell’acqua, quando risalgono lasciateli bollire per 4 minuti ancora. Infine scolateli e passateli nel pangrattato precedentemente tostato. Lasciateli un pò riposare e poi serviteli ancora caldi cospargendoli con zucchero a velo e cannella.
Versione con le prugne

Ingredienti:
seguite quelli della versione precedente sostituendo le albicocche con le prugne
in più alcune zollette di zucchero.
Esecuzione
Lavate, asciugate e snocciolate le prugne. Procedete poi per la pasta come nella prima versione e dopo avere ricavato i quadrati mettete su ognuno di essi mezza prugna e una zolletta di zucchero. Richiudete i quadrati a semicerchio, in modo da dargli una forma simile agli gnocchi. Per la cottura procedete come nella versione precedente, l’acqua in questo caso deve essere leggermente salata.
Infine terminate sempre come nella ricetta con le albicocche.

Of Men And Monsters (degli uomini, dei mostri, delle teste d'animali non impajate)

Un altro dischetto che dovreste cercare e recuperare appena possibile è uscito su Universal (bizzarro come io, cresciuta con la tele francese, ogni volta mi ricordi il jingle dei dischi universal proprio nelle publicità transalpine), ed è Of Men And Monsters – My Head Is An Animal.

Non sono i Sigur Ros, al massimo però ricordano Bjork, e hanno quella cazzo di pronuncia degli islandesi che mi preoccupa sempre molto (mi preoccupa non scoppiargli a ridere in faccia: con Olafur Arnalds ci siamo andati molto vicino).

Ma ecco, questi sei ragazzi (insieme dal 2007, ma vincitori della Musiktilraunir islandese nel 2010) dimostrano come si possano coniugare qualità e un minimo di esigenze commerciali proponendo un pop-folk elaborato ed orecchiabile allo stesso tempo. Due belle voci, quella femminile, vispa ed espressiva, di Nanna Bryndis Hilmarsdottir e quella più piana di Ragnar Porhallsson sono i punti di forza del gruppo che si alternano, si rincorrono e si fondono per un folgorante album di debutto che pur provenendo dal nord più profondo, ha un profondo calore sollievante tipico del  “neo-folk-rock”.  Con le strutture tipiche del movimento: brani dall’andatura quasi di marcette epiche con dei ritornelli pop in crescendo nella parte centrale del brano e l’utilizzo anche di fisarmonica e fiati a fianco delle classiche chitarre, acustiche ed elettriche, in gran copia, tastiere quanto basta ed una sezione ritmica discreta di stampo folk che è in grado di propellere improvvisamente le canzoni verso euforiche accelerazioni.

Magari vi piacciono. Specie a voi in fissa coi Mumfords e gli Arcade Fire. Un uccellino mi ha detto che li porterà in Italia in tour, quindi ecco, non fatevi trovare impreparati…