Ti accorgi che le unghie sono troppo lunghe quando si frappongono tra la fiamma e la rotella dell'accendino.

Stamattina al solito le vicine di muro si sono avventurate nell’ascolto di "sei già dentro l’eppiauar, vivere vivere costa la metà".
E a me si è scatenata una serie di immagini che mi hanno consigliato di alzarmi.
Non so perché, ma la visione di Lapo ieri allo stadio mi ha perplesso e quasi sconvolto.
Ormai ogni volta che vedo una figosa GrandePunto rido pensando a Lapo.
Cazzo, penso più io a Lapo del suo spacciatore o Martina Stella ai tempi che furono.
Non è normale, secondo me è anche che mi sveglian con Ligabue, tipo ieri mattina m’han destato con Timberlake, almeno lì pensi a come è fatto e spegni parte dell’apparato acustico pensando "perlomeno è bono". Ma per Ligabue non è che mi può venire in mente Marcoré che lo imita esclamando "Datemi della grancarta!"?

Cioè, si quest’anno essere piccoli e bianconeri è stressante come diec… cinq… due anni da interista, però capitemi: anche Lapo no.
Cioè, vabene (va bene? vabbene un cazzo) un Cobolli Gigli, va bene che si prendano gol dal Vicenza facendosi rimontare (oserei un va bene una bella sega, ops, state leggendo i traparentesi? Ciao bambini!) però anche io raggiungo un grado di saturazione e vedere Laporonzolo allo stadio con gli occhiali presi nella bustina delle sorprese quella che si comprava dal giornalaio… non so, mi cascano un po’ le balle. E per il resto, di tutto quel tecnico che si può tirare fuori lo traccia sempre bene Kino. Che altro si deve dire? Aspettiamo. Le uniche belle immagini che mi riconciliano con la mia squadra sono quel trentacinquenne biondo col mal di schiena che apre le marcature e il capitano che segna e festeggia facendo la linguaccia.  Segue serie di sospiri vari da vedovanza.

Poi non ho capito come è successo. Ma il primo cd messo su aveva come traccia di apertura Salirò di Silvestri. Non so se c’è qualcosa che mi si deve dire ma io dico che a me Silvestri piace, ecco.

Jesus don't you know that you coulda died, shoulda died.

andrew birdDa quando sento la linea-basso batteria e il violino semiubriaco di Fake Palindromes in heavy rotation da circa due giorni ho la netta sensazione di essermi presa una cotta musicale per Andrew Bird.

Che poi io quegli mp3 lì di The mysterious production of eggs li avevo lì, parcheggiati nella cartella musica che non ce la fa più mischiati tra gente come gli Of Montreal, i Page France e gli Apples in stereo.
Cioè, l’avevo lasciata lì orfana, ‘sta canzone con un formaldeide schiaffato lì nel testo come se fosse un sole, cuore o amore qualsiasi. Cioè, se uno guarda il testo di Fake Palindromes dopo essersi chiesti se son funghi o colla nota anche che oltre che nel titolo i palindromi ci sono anche nel testo. Poi vabbé, in quel sito si avventurano anche a spiegarlo il testo, ma capitemi, dopo ci infogneremmo tutti.
Già tirar giù due note biografiche, avendo poche testimonianze, l’è dura.
Chitarrista, cantautore, violinista. Lunga carriera alle spalle, partendo da Chicago. Qualche anno fa fonda i Bowl of fire, poi nel 2003 passa alla carriera solistica. Percorre un po’ tutti i generi, infatti è difficile inquadrarlo in un qualcosa di preciso. Diciamo che chi è sensibile al fascino di Yorke, di Buckley e di Sufjan Stevens può sicuramente apprezzarlo. The mysterious production of eggs è un ottimo lavoro, di armchair apocrypha non so ancora cosa dirvi perché lo ascolto solo da ier… ehm.
 

L’album nuovo esce il 20 marzo. Nei nostri negozi online raffiguranti animali sterili o simili è già uscito. Ma potete anche avventurarvi a sentir qualcosa sul myspace oppure altro materiale linkato sul suo sito.
 

 

Altri mp3 su HypeMachine.

Poi magari uno ci rimane male, ma ridatemi Take me out, per dire.

Non lo so. Io inizio a invecchiare, ci ho una certa età, mi fanno male certe emozioni. Mi ricordo ancora l’anno scorso, quando sentii Supermassive Black Hole e non me l’aspettavo, cioè non è che non me l’aspettavo: come prima reazione fissai il monitor di fronte a me e la presi inizialmente malissimo. Poi dopo l’accettai, ora le voglio quasi bene come a una figlia degenere.

Ora però, insomma, ecco, capitemi. Già l’avevo sentita sul loro myspace e insomma, ecco. Il nuovo dei Franz Ferdinand, tale Hallam Foe Dandelion Blow non ce la faccio ad ascoltarlo. Ovvero, non è male, ma purtroppo ha come effetto collaterale che m’ammoscia le balle. Ora, Gigioli, capisco le menate sul cambio di sound e stronzate varie ma per me sono colpi (di sonno, in questo caso). Disorder, dimmi qualcosa ti prego, qualsiasi cosa.

And I've been in trouble, in this life.

Poi una crede che ci ha lo sglaps che non ha un proprio filo conduttore. Ma vabbè.

Bellamy in Abbey roadBenvenuti alla consueta puntata dell’impara qualcosa sui Muse, anche se non te ne frega nulla [ma almeno se vuoi cambiare discorso parlando con la Fran ci hai qualche base, e lei parte col discorso dopo tipo Paololimiti]

Signori, quest’oggi, dopo aver parlato di una Doretta, ci si avventura a spiegare Plug in Baby. Potrebbe uscire fuori un troiaio, ma anche no.
Plug in Baby fu il singolo di lancio di Origin of Symmetry, pubblicato nel marzo 2001, fece anche da tiro allo stesso album fino alla terza posizione della chart UK essendone la quinta traccia. Sul cd è in crossfade con la traccia precedente, Hyper Music, mentre nella versione singolo di Hyper Music stessa tutto ciò è ripulito. Che vor dì crossfade? Che le due canzoni sono fuse, attaccate, senza il saltino di traccia tipico del cd ma come se fossero suonate live una dietro l’altra. Espediente che in OOS viene adoperato anche tra Citizen Erased e Microcuts.
Il riff iniziale è stato classificato da Kerrang in quinta posizione tra cinquanta dei più famosi riff della storia rock.

Ma passiamo dal tecnico al filosofico. Cosa significa Plug in baby.
Beh, ecco. Non lo sa neppure Matthew Bellamy, quindi se non lo sa lui figuratevi se lo posso sapere io. Ma facciamo della speculazione.
Dominic Howards parla della canzone come: "parla del mettere emozione dentro qualcosa che non ha anima, tipo un orsacchiotto, o un computer". Per alcuni la canzone riporta la affezione verso la pornografia internettiana, per altri l’amore verso la propria chitarra, per altri ancora una critica verso le nuove tecnologie che incoraggiano la gente a comunicare ma tenendoli separati dal punto di vista fisico.
Per Bellamy: "Racconta di come noi proiettiamo le nostre emozioni interne nelle tecnologie che ci circondano. ‘Plug In Baby’ è come un termine composto per questa cosa che facciamo. Penso che in una generazione piuttosto atea e in un’epoca affatto spirituale, la tecnologia diventa un mezzo per sentirsi in relazione con le persone."
Spieghiamo. Quando ha composto la canzone era più che strafatto di Magic Mushrooms, tanto che -causa campo fuori lo studio di registrazione zeppo di funghi- un giorno nell’ilarità generale si ritrovarono tutti ignudi nella Jacuzzi, Bellamy si forò pure un timpano con l’acqua e infine stramazzarono addormentati nella sauna. Pensate dunque il clima, per dire. Dom e Chris hanno affermato che l’unico testo composto da Matt per cui hanno riso è proprio questo di Plug in Baby.
Alla fine diciamo che il significato più probabile sarebbe proprio una paura della tecnologia, per come essa può evolvere facendo svicolare dalla realtà o addirittura falsandola.

Una cosa c’è da dire, dall’Absolution Tour in avanti vi sarete accorti che live la sequenza Plug in Baby- Time is running out è micidiale. Almeno per me. Per quanto riguarda l’ascolto vi piazzo una ottima versione di un ottimo bootleg in Finlandia. Nonché una chicca che sto ascoltando in rotazione pesante in codesti giorni: una delle versioni primigenie di Plug in Baby (suonata per la prima volta nel 2000 ad Amsterdam). Cambia, perché il testo è diverso e insomma, sebbene abbiamo appurato che non ci si capisce una sega vi posso assicurare che almeno si capisce da dove piomba il "And I’ve seen your loving/Mine is Gone/and I’ve been in trouble"
Visto che la prima B-side è in Hullabaloo vi piazzo la seconda [con l’avvertenza: è una bside, nulla de che]

Plug in Baby
Capitolo video [al solito cliccabile puntando sulla gnocca qua a lato]: pubblicato il 5 marzo del 2001 e diretto da Howard Greenhalgh, lo stesso di Unintended. La scena è semplice. I tre sono in una camera a suonare, come al solito [certo come al solito chi canta si piega e contorce e chi suona il basso muove la testa freneticamente], sono circondati da gnocche uscite da uno schermo. Gradualmente però le membra delle ragazze scompaiono, e lasciano spazio a tentacoli o pezzi di donna sparsi qua e là tipo residui di manichini. Occhio all’ultima modella e al tostapane (sì, quello è un tostapane…). Video che deluse nella realizzazione un po’ i Muse, che dall’idea originale di sesso/robot/androidi non sono riusciti a renderlo esattamente. Dicono loro, ma io lo annovero tra i video migliori [eh, gli altri, insomma…]
Per questo video (e solo qui) Matthew Bellamy usa come chitarra una JT-Res.

[Al solito ringraziamenti alla Musewiki e a microcuts.net]

Here we go, fast and slow, on the big chair.

Suppergiù son passati tre anni dal loro ultimo lavoro. Anzi, il loro ultimo lavoro fu una raccolta di singoli [come pare andare tanto di moda ultimamente, a Natale giravano solo quelle], quindi non so, la chiamiamo pausa lunga? L’ultimo lavoro concepito da zero riguarda il 2003 con 12 Memories, album che non apprezzai particolarmente (sebbene The Beautiful Occupation fu un buon singolo).

Starei parlando dei Travis, gruppo di ragazzotti [ragazzotti, ‘nzomma, il buon Fran Healy ci ha dieci anni più di me, vabbene che ora il concetto di ragazzi è esteso sino a 50 anni, però…] scozzesi. Ormai dalla scozia ci vengono un po’ tutti. Prima c’erano i Travis e i Texas, per dire, ora gira Paolino Nutini e KT Tunstall, sempre per dire.
I Travis negli anni novanta fecero da apripista a un po’ tutte le band inglesi che circolano: due nomi su tutti i Coldplay e i Keane (e questi ultimi, con il cicciopanzo del cantantedeikeane, ne debbono magnare un po’ di polvere, dagli scozzesotti).
 
The Invisible Band è il secondo album che consumai nel 2001 (friullillì); è bello, perché lo ricordo in macchina, nella macchina che ho ora, mentre cercavo parcheggio sotto Rothenburg ob der Tauber [e misi l’auto sotto la prima curva della Romantiche Strasse venendo da sud, ahem]
 

Cioè, da The Man Who hanno saputo mischiare nei loro lavori un po’ di Beck, un po’ di Oasis, un po’ di Radiohead, un po’ di qualcosa di british che dovrebbe essere più scottish con tutti gli archi shakerati antesignani di Absolution [perché no, è bello credere che tutti gli artisti si ascoltino] e qualcosa di Coldplay, tanto che lo stesso Chris Martin si riferì a se stesso come "a poor man’s Fran Healy". Perché diciamolo, il buon Fran scrive delle liriche di tutto rispetto.
 

Ora gira il singolo. Big Chair. Cioè, voi che state in ufficio lo potete vedere, tipo schermate sottotitolate su youtube. Poi qualcuno vi passa anche il radiorip dalla BBC, ma abbiate pazienza (da noia un po’ di parlato all’inizio dell’mp3?).
Dicevo, Big Chair ha un bel suono. Da quando l’ho ascoltato iersera è subito rimasto in testa, non so dirvi a cosa somiglia, a cosa può ricordare, però è un gran pezzo e di questo sono convinta.
Ma quel suono, quel fischio in fondo al brano, è speculare a quello che si sentiva in Sing [che lui dedicò alla fidanzata, Nora, oggi sua compagna]?
 

Simpatico vedere il primo post sul myspace con "…tap tap… "testing testing…1-2-3…" (sound of feedback) (clears throat)"
 

PerĂ² le Fiat meglio non comprarle.

Non so, ma in casa c’è questo adagio. Ogni volta che la mia famiglia si avventurò nell’acquisto di una fiat-fiat ha avuto delle discrete sòle. Pure vero che l’ultima fiat entrata a casa fu una Croma, auto che poteva piacere solo all’Avvocato ma di una estetica e prestazioni oscene.
Mio padre la rivendette in pratica semicatorcio al concessionario, poi si comprò la prima Nissan Primera. Mio papà non ha un gran gusto per le macchine, basti pensare che rifiuta aprioristicamente le Mercedes considerandole macchine da rappresentante.
Io, da quando fui ospite dell’AMG e provai uno di quei gioielli là ho leggermente cambiato idea. Solo che, per vincoli parentali, almeno se ospite dei famigerati parenti crucchi debbo affermare la superiorità BMW sulla motoristica Mercedes. In realtà io sono agnostica, cioè, mi piace sentire la macchina come si comporta e non vado per marca.

Una serie di fortuiti eventi nella mia vita mi portò a scegliere tra una 147 e una classeA. Adorando le auto basse e trovando la seconda troppo cara per quello che offriva [e anche un po’ statica nella guida] manifestai la mia preferenza sulla prima, con grossa resistenza di mio padre che la trovava piccina [di bagagliaio, troppo stretto il posto di guida… che vi ho detto sopra?]. Dopo 5 anni assieme e (oltre) 300000km direi che è ancora un idillio. E lo dico facendo scongiuri, anche perché ad inizio settimana debbo cambiare due pneumatici perché ormai son quasi lisci.
Solo che leggere Fiat sulla carta di circolazione mi fa rodere. Cioè, io acquisto una Ferrari e debbo leggere Fiat? Non son cose.
[Appendice: la pubblicità della 147 Q2 ha come colonna sonora, nel mezzo del deserto, il riff di Zuton Fever. La cosa mi rallegra in parte e mi inorgoglisce pure, visto che agli Zutons ci voglio bene.]

Però diciamo, ripassiamo alla fiat. Nel senso, ultimamente s’è visto Schumacher pubblicizzare lo Scudo . Schumi, parlando italiano come io parlo tedesco (ossia male), aveva già pubblicizzato a quanto mi ricordavo io per le strade di Roma con tanto di sconnessioni del suolo dei sanpietrini, e la richiesta di una Seicento rossa.
Ma la cosa peggiore quella che non avevo visto, è un’altra.
Noi tutti sappiamo che la Palio forse è l’unica auto Fiat che in bruttura può avvicinarsi alla Duna.
Ma a me era sfuggito [forse perché lo spot è finlandese?] che Schumacher, entrando casualmente in una stazionediservizio Shell, non viene cagato ma anzi i suoi prodi meccanici vanno ad occuparsi dell’auto grigiometallizzata [approposito, aborro che tutti facciate le auto grigiometallizzate. Suvvia, non paiono neppure verniciate, che schifo] di marca Fiat anziché della monoposto. Non so se ridere, vedete voi.

Se mi vedesse Fede mi manderebbe a fare foto a Prodi*.

Insomma, probabilmente alcuni di voi sapranno che in questi giorni c’è il cinquantenario della morte di Arturo Toscanini, che buonanima campò già di per se novantanni a cavallo tra i due secoli precedenti. Tra le varie celebrazioni non poteva di certo mancare Porta a Porta, che smesso il plastico di Cogne riesuma alcuni importanti ospiti per un ricordo del Maestro.

Ho detto riesuma, ho anche abbastanza ragione.

[vi ho documentato tutto fotograficamente, cliccate sui nomi]
Ai blocchi di partenza: Giuseppe Valdengo, baritono, classe 1914, collaborò con Toscanini.
Giulietta Simionato, classe 1910, venne scritturata dal direttore d’orchestra parmigiano.
Carla Fracci, solo classe 1936. Michele Bongiorno, classe 1924, in veste di memoria storica e perché lui conobbe Toscanini quando era a NuovaYork agli studi ABC, e mangiarono assieme.
Infine Luciano Pavarotti, reduce da malattia, classe 1935.

Mi sfugge la datazione di Vespa, ma solo sommando le età di questi sopra mi sopraggiunge un forte cerchio alla testa. Altro che anagrafica, qui ho terminato il carbonio14.
Porta a Porta avrà avuto un medico in trasmissione, vero? O registrano dietro Elisir?

Ma insomma, andiamo ai punti salienti. Non ditemi che non ho rispetto per gli anziani. La Simionato porta benissimo i suoi prossimi 97 anni, vicina alla Fracci non si nota più di tanto.

Si ripropongono in loop le immagini di repertorio di Toscanini che noi nottambuli già vedemmo la sera prima. Il maestro che dirige Wagner e altri repertori. Chiamano Muti, che con tono da istituto Luce dice alcune cose.
Parte poi il collegamento da Saint Vincent, con Valdengo. Palesemente, ehm, si può dire rincoglionito? Quello. Si solleva dalla sedia, piange, si incazza con non so chi di Busseto. Non capisco una mazza, vengo distolta da un immagine quasi pupazzesca di Pavarotti. Diomio, sempre le sopracciglia e la barba neropece, il bianco sull’alta palpebra e una specie di paresi alla bocca. Per tutto il pezzo di trasmissione, giuro e ne è testimone anche l’Autore, lui stava a bocca aperta. Sguardo fisso verso la telecamera e bocca aperta. Come un bimbo esterrefatto. Nelle pause, eh, mica quando parlava. Tipo qui, mentre Vespa parlava di ricordi commuoventi [e si commuoveva, essendo Vespa]. Paura iniziale e ilarità dopo un po’. Fate qualcosa, Nicoletta, pensaci tu. Diventa estate e girano le mosche, butta male.
Poi perdonatemi, ma son dovuta andare al bagno, ché avevo attacchi di riso che gravavano sulla vescica ed ho perso il finale di puntata. Ma ho documentato il possibile con la mia HP sul mio mivar14pollici.

[chi vuol vedere tutte le fotine uppate vada qua, se ne sconsiglia la visione a cardiopatici e donne incinte]

*suvvia, qualsiasi foto prodiana messa nel video dietro Fede al tg4 è aberrante. Tipo gli scatti a Pavarotti miei. Emilio, sono qui: altro che meteorina!

Shame on you.

Continua il favoloso corso scopri anche te una canzone dei Muse alla volta tanto per sdirozzarsi e capire che i Muse non sono come i Gazosa, che cantavano I love you, you love me (e mi piaci sempre più, w w w mi piaci tu).

Matthew Bellamy in Como/2

Dopo aver avuto il coraggio di iniziare con Assassin continuiamo la via coraggiosa e passiamo a descrivere le canzoni che voi pubblico dal dopoabsolution ignorate.
Dead Star è una di quelle canzoni che, come molte altre, le puoi relare o a una visione amorosa o contingentemente sociale. Dead Star forse è la connessione che mancava tra Origin of Symmetry e Absolution, o forse no.
Perché tra Absolution e Black Holes and Revelations la connessione è, e si vede ah-quanto-si-vede anche perché nelle scalette del BH&R tour ci sta benone in mezzo alle altre canzoni, Butterflies and Hurricanes [change everthing you are… your time is now è molto simile alle liriche di Knight of Cydonia, per dire].
Tra OOS e Absolution era difficile trovare connessioni, forse per via dell’11/9 in mezzo, forse per la genesi del primo album… alla fine l’unico brano che voleva anticipare la svolta classicistica dei Muse era la intro di Space Dementia [che è una riduzione del secondo concerto per piano di Rachmaninov]
Dead Star, nella sua versione studio, non la troviamo da nessun’altra parte se non sul doppio singolo con In your world. Siamo nell’epoca epica (perdonate la figura retorica) di OOS/Hullabaloo, col matt coi capelli a  porcospino rosso.
Mentre In your world non ci lascia né ci toglie nulla [ma non è una b-side, è un doppio singolo] e al massimo sembra un doppione condensato radiofonico [parliamo della canzone dei Muse più corta, forse solo la cover di Please, Please, Please let give me what I want è più corta, ma dovrei ricontrollare] di Dead Star, quest’ultima appare almeno a me come una chicchetta.
Nella versione studio sono stati lasciati tutti gli atti respiratori, come in Bliss, ma anche l’effetto risucchio-saliva che però non crea schifo, ma insomma, però almeno a me fa ganzo [sarà l’amore cieco] all’inizio della canzone. Poi c’è una linea chitarra basso che va un po’ più sul metal, tutto sommato diciamo la musica dell’album precedente e i testi dell’album a seguire.
Lo stesso Matthew Bellamy finisce per non sapere esattamente spiegarla, cincischiando prima sul suo amore per Star Trek e continuando poi a dire, parlando della canzone: "La canzone parla, fammi pensare, a come ognuno ha reagito ai fatti dell’11 settembre. Eravamo a Boston in quel periodo, eravamo bloccati là, ed è quando abbiamo registrato queste canzoni. Così, in qualche maniera, le parole parlano un po’ dell’isteria attorno a quei momenti e come la gente era davvero pronta a puntare il dito contro qualcun’altro quando non hanno guardato a se stessi".
Se andiamo a guardare, o meglio a sentire, i significati sono riducibili a due. O collegarsi alle parole di Bellamy e pensare al testo come "americanuccio, non è che ti stanno dando addosso a caso e per pura sfiga; magari tutto quello che sta capitando è colpa del cretino che ti governa, vedi di prendere a calcinculo lui prima di dargli allo straniero" oppure a una sorta di incitamento verso qualcuno fortemente autolesionista [shame on you for thinking you’re all alone] che pensa di essere solo e l’unico al mondo a soffrire e implode su se stesso, proprio a mo’ di buco nero come una stella morente.

Dead StarAlla fine il video di Dead Star, come quello di In your world è stato girato con 50 sterline.
Aggiungendo qualche immagine presa dal live a Le Zenith, quello di Hullabaloo, ma girato a Brighton (Casa di Chruchill) con la Sony Handycam di Tom Kirk [sempre-sia-beato]. La prima versione (a lato cliccare sulla immagine per vedere il video, stream in Real, si ringrazia microcuts.net) è ripulita dagli shots live, la seconda invece no.

Ma io lo faccio per Velenero.

Domani riprende Radiosglaps.

Ero indecisa o no, in fin dei conti io sono come striscialanotizia, ossia dopo un anno e mezzo di trasmissioni su Radionation non so neppure io checcazzo mi trasmetto, per dire.
Comunque (sebbene, tuttavia, ma) domani si riprende, dopo essersi ripresi da Santilario e le sue feste. Faremo dalle 21:30 a quando la ratio reggerà.
Se vorrete collegarvi e avete una adsl o una linea veloce potete cliccare qui [ora, le cose della radio mi son sfuggite, non sapevo neppure più se la chat areggeva con le stesse persone o se c’è lo stream per i 56k, ma in caso provateci, ché io prima di domani sera alle 21 non ci ho tempo per far prove, e neppure la voglia, ecco]
Ah, qui poi si è portatori di erre moscia e vi si avverte. Magari a qualcuno piace ché fa nobile.

In caso di insulti, suggerimenti e incoraggiamenti potete al solito citofonare nei commenti [anche se, sì, il post di sotto è oggettivamente bello. Cioè, se l’avesse scritto qualcunaltra l’avrei anche considerato geniale, pensate.]
In caso poi il podcast è linkato al solito posto.

While you go away.

Che poi, non è che si capisce bene ma quando l’umore va giù la cosa che si ascolta in modo inversamente proporzionale alla curva dell’umore (madonninaquantomigiranoleballe) è l’ammorbarsi i timpani con i Noir Desir.
Che poi non è che i Noir Desir sarebbero male. Il 30% del mio francese deriva dal sapere i loro testi a memoria [un bordello, quando sono usciti a usare l’inglese più spesso].
Poi non si capisce. L’importante è non diventare tanti piccoli Cantat che sennò i vicini debbono avere paura per raptus Erba’s style.

Ma dicevamo. Chi sono i Noir Desir? Essi nacquero professionalmente parlando a Bordeaux, sotto l’egida di Bertrand Cantat. Se di Manu Chao si è fatta la bandiera antiglobal è inutile non riferirsi ai NoirDez come padri del genere. Dopo pappardellone antifasciste (Here It Comes Slowly, Un jour en France), o anticapitaliste (The Holy Economic War, l’homme pressé) o pur sempre politicamente congruenti al momento (i 24 minuti de L’Europe) si mescolano a pezzi di una prosa molto poetica e suggestiva. Inutile dire che loro la globalizzazione del successo l’han raggiunta con Des Visages, des Figures [e lì, sempre, Manu Chao alla chitarrina di Le vent nous portera momenti ce le aveva sfracassate per quanto il brano era diventato maistream, in quella estate là] sebbene fosse diversissimo quasi dalla crudezza [chissà perché sovveniva a chi scrive il termine più francesizzato crudità, mah] rock degli album precedenti [per quello che possa essere definito rock Francese]

Che genere fanno i Noir Desir? Boh. Alternative, mi verrebbe. Mi viene un po’ male catalogare la musica francese, forse per prevenzione sulle scalette delle radio locali che son costretti a fare autarchia e passare, mi si consenta l’espressione, merda e puzza a causa di una legge che costringe a passare musica francese [vi prego, non fatelo anche in italia. Io di 15 minuti di scaletta otto con gli zero assoluto, d’alessio e la pausini non li reggerei. Farei un frontale per disperazione] di dubbio gusto.

Torneranno assieme? Ad occhio Cantat dovrebbe uscire di galera nel 2013, Fred Vidalenc (ex bassista, pre-1996) è già uscito col suo progetto solista. Ossia, i rimanenti a piede libero dopo aver lavorato alla colonna sonora Enfermés Dehors ci sperano, nel pubblicare un nuovo lavoro. Ma tutto dipende dai permessi di Cantat dalla prigione [e sinceramente otto anni per omicidio per me sono stati una vergogna assurda, e chi ci aveva per avvocato, Taormina?]

Ma pensiamo un po’, cosa lasciare all’ascolto del lurkatore sglapsico, che mi è allergico già ai Muse:

[dall’omonimo album del 1992. Riff orecchiabile. Il titolo sebbene si relazioni a quella che viene definita come danza macabra per il gruppo è una contrazione di "todo esta aqui", concetto molto pantocratico (sic) che qui si relazionava alla politica sudamericana]

[canzone presente in 3 lavori. 666.667 Club , One trip/one noise (rmx) e il live En Public. Sublimizzata di gran lunga in quest’ultimo e allungata di circa un minuto tra gorgheggi vari e interpretazione molto recitata.]

mp3: Noir Desir  – À L’envers À L’endroit
[ché era facile, scegliere le canzoni che conoscete, dall’album del 2001. Magari a voi suggerisce solo Camus, a me resta in mente il video di Gondry, che portava l’effetto nausea da un momento all’altro. Ma io adoro Gondry, e forse è uno dei video dei NoirDez più azzeccati (sebbene il mio amore per Lost rimanga)]